Il pellegrinaggio di Rosa Matteucci tra tombe celebri del nostro Paese diventa un diario di viaggio che è anche una meditazione sulla memoria
«Ho sempre creduto che onorare i morti facendogli visita nei cimiteri sia il gesto più nobile che si possa compiere per distinguersi dai punkabbestia». Autrice capace di passare dal sublime al grottesco nel giro di una frase, da quando ha pubblicato nel 1998 il romanzo Lourdes (con Adelphi), Rosa Matteucci è considerata una delle migliori voci della narrativa italiana del nostro tempo. Col suo ultimo exploit, Cartagloria, ha vinto ben cinque premi. E ora è in libreria con un testo che ci tocca da vicino, perché completamente ambientato in Svizzera. Non si tratta, questa volta, di un romanzo, ma di una cronaca dei suoi singolari pellegrinaggi tra le tombe di personaggi illustri – da Rilke a Nabokov, da Charlot a mons. Lefebvre – seppelliti nel nostro Paese. Il testo fa parte del volume Svizzera. Il tempo è galantuomo, suddiviso in due parti: la prima con l’intervento della Matteucci intitolato Graves und Gurken, la seconda con gli scatti fotografici di Louis De Belle che ha immortalato, oltre alle tombe, diversi scorci elvetici.
Rosa Matteucci, come si spiega questo titolo, questo mix linguistico?
Graves und Gurken si riferisce a un giro per alcuni cimiteri svizzeri presso tombe da me selezionate, che rappresentano la letteratura, la poesia, il cinema, la moda, la filantropia, la religione, la psicanalisi e lo sport. Graves è inglese (tombe), mentre Gurken (cetrioli, in tedesco) è venuto fuori perché a Zurigo ho istigato il fotografo a rubare un cetriolo nel giardino della casa-museo di Jung. Invecchiando mi sono tornati in mente i rudimenti di tedesco che mi aveva insegnato mia madre, che era l’unica persona a Orvieto a conoscere quella lingua. Nel titolo c’è quindi un po’ di nostalgia per la lingua della mia infanzia e la sua mescolanza con l’inglese.
Il libro è un giro fra le tombe svizzere di personaggi famosi. Però è anche critica culturale, racconto di viaggio e, in parte, autobiografia. Con che spirito ha affrontato questa peregrinazione?
Con uno stato d’animo compunto. Alcune di queste tombe le avevo già viste, altre no. Ma lo spirito era molto preciso. Io ritengo che la più alta manifestazione della civiltà umana sia nata quando gli uomini primitivi hanno cominciato a onorare i morti, cioè a costruire necropoli e cimiteri. Non è stato un giro turistico, né tantomeno intellettual-turistico, fisico-metafisico. È stato un andare a rendere omaggio ai morti. In tutti i cimiteri in cui sono entrata c’è sempre stato un pensiero di affetto non solo per i personaggi celebri, ma anche per tutti quegli sconosciuti che stanno lì, sepolti. Certo, c’è una curiosità antropologica, culturale e sociologica. La storia di una città la si legge nel suo cimitero con grande chiarezza. Però tutto questo è sempre accompagnato da un sentire religioso, dall’idea di rendere omaggio a chi non c’è più, al di là della fama.
Alcune biografie sono più approfondite, penso a Rilke, Jung o Chaplin. Altre, come quella di Johanna Spyri, sono appena accennate. Come mai?
Ci sono personaggi ai quali mi sento più legata. Rilke, per esempio. Ma anche Canetti, che amo molto, e naturalmente Chaplin. Altri mi hanno interessato meno. Borges, per esempio. Non sapevo che fosse sepolto a Ginevra: l’ho scoperto facendo questo giro. Non dico di essere rimasta indispettita, ma quella scritta sulla sua tomba, volutamente ardua da comprendere e forse incomprensibile anche dopo la traduzione, mi ha lasciato perplessa. (Sulla lapide è incisa una frase in inglese antico del X sec. e dietro un’iscrizione tratta da una saga norrena del XIII sec., ndr) .
Ho notato qualche assenza importante, da Hermann Hesse ad Alberto Giacometti.
Mi ha tolto le parole di bocca. Volevo assolutamente andare da Giacometti, perché lo amo molto. Però significava allungare di parecchio il tragitto e non potevo farlo. Certo, sarebbe stato benissimo in questo mini Pantheon di defunti. Qualche anno fa, invece, per la televisione italiana avevo registrato una puntata dedicata a Hermann Hesse quindi avevo la sensazione di aver già dato. Naturalmente l’ho letto, ma non ho una grande stima di lui. Come non ho una grande stima di Joyce, che pure ho inserito nel libro raccontando l’elencazione delle sue patologie. Da ragazzina Joyce l’ho amato molto; poi, crescendo, mi è venuta una sorta di repulsione. C’è sempre una componente di scelta personale.
Molto ampio lo spazio dedicato a mons. Lefebvre.
Ero molto curiosa. Quando ero bambina, ai tempi dello scisma, si parlava continuamente di mons. Lefebvre (fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ndr). Poi io ho esordito con un romanzo che si intitola Lourdes, nato da un pellegrinaggio compiuto dopo la morte di mio papà . A Lourdes c’è una grande basilica sotterranea dedicata a San Pio X e i pellegrini ignoranti la chiamavano basilica di San Pio «ics». Questa cosa mi è rimasta impressa. L’anno scorso, inoltre, ho scritto Cartagloria, un romanzo che parla della messa in latino. Le cartagloria erano le cornici che stavano sull’altare del rito antico, quello del Messale romano tradizionale, la stessa messa che celebrava Lefebvre. Perciò ero curiosa di andare a Écône, in questo seminario di cui si parla spesso, a proposito e a sproposito.
La Svizzera, da questo viaggio, esce come una sorta di patria d’elezione per dire addio al mondo. Come mai?
Perché in Svizzera si vive meglio. Sicuramente meglio che in Italia. Le racconto un aneddoto. Quando esordii con Lourdes, fui invitata più volte alla televisione di Lugano. All’epoca ero più giovane e bramavo di sposare uno svizzero per ottenere la cittadinanza svizzera. Mi ricordo che, vedendo tecnici e microfonisti, chiesi: «Ma c’è qualcuno che mi sposa?». Avevo trentotto anni, ma non trovai nessun candidato
E la sua passione per il Migrolino, di cui scrive con entusiasmo?
Già il nome, Migrolino, fa venire in mente qualcosa di piccolo e affettuoso. La passione nasce dal fatto che, durante queste peregrinazioni cimiteriali, entrare in un Migrolino illuminato e ben fornito rappresentava un conforto. Ma la vera conquista è stata un’altra. Io sono costretta a mangiare banane per il potassio e ho scoperto che nei Migrolino si trovano sempre banane mature al punto giusto. Sembra una sciocchezza, ma non lo è. Da noi, quando cerchi una banana, trovi quasi sempre una banana acerba.
