Se la tartaruga finisce «sottosopra»

by azione azione
28 Ottobre 2026

Mondoanimale  ◆  Dietro il tentativo di rimettersi in piedi c’è una sorprendente sfida di evoluzione, biomeccanica e comportamento

Una tartaruga si ritrova improvvisamente sulla schiena. Le zampe si agitano, ma non riesce a raddrizzarsi ed è oramai convinta che morirà così. È da questa immagine che lo scrittore Steve Goodier parte per raccontare, nel libro Lessons of the Turtle: Living Right Side Up, una storia di crescita personale pubblicata nel 2002: «Quando ci troviamo in una posizione dalla quale non sappiamo come uscire, forse la prima cosa da fare non è arrendersi, ma imparare a guardare il mondo da un’altra prospettiva». Ma per una vera tartaruga essere capovolta non è affatto una metafora. È un problema biomeccanico che può diventare rapidamente una questione di sopravvivenza.

Quando una testuggine finisce sul dorso, il guscio che normalmente rappresenta la sua principale protezione può trasformarsi in un ostacolo perché il carapace è rigido e la sua forma determina in larga misura la possibilità di creare il movimento necessario per superare il punto di equilibrio e tornare con le zampe a terra. Poi, si aggiungono la lunghezza del collo, la conformazione degli arti e il rapporto tra dimensioni e peso dell’animale. «Non tutte le tartarughe, dunque, affrontano il ribaltamento nello stesso modo», e a dimostrarlo è una ricerca pubblicata nel 2008 su «Proceedings of the Royal Society B.», nella quale gli scienziati studiano numerose specie acquatiche e terrestri e costruiscono un modello geometrico del guscio per capire quale ruolo abbia la sua forma nell’autoraddrizzamento. Il risultato è sorprendente: «Nelle tartarughe terrestri con carapace molto bombato, la geometria del guscio è strettamente legata alla capacità di tornare in posizione corretta. Secondo il modello, alcune di queste forme sono addirittura vicine a una configurazione ottimale per facilitare il ribaltamento». In altre parole, quello che a prima vista sembra un guscio ingombrante e poco funzionale, è anche il risultato di un’evoluzione per un problema meccanico tutt’altro che semplice.

Ma la forma del guscio non racconta tutta la storia: «Alcune tartarughe possono sfruttare soprattutto il collo: estendendolo e spingendo contro il terreno riescono a generare una forza sufficiente a far ruotare il corpo. Altre devono invece affidarsi a una combinazione di movimenti rapidi di testa e zampe, creando abbastanza slancio da superare il punto di equilibrio». Ed è proprio questa seconda strategia quella osservata nelle testuggini terrestri studiate da Ewart e colleghi quando, nel 2022, il gruppo di ricerca analizza il «costo energetico» dell’autoraddrizzamento nella testuggine greca (Testudo graeca): «In termini di potenza metabolica rapportata alla massa corporea, l’autoraddrizzamento richiede circa il doppio dell’energia necessaria per camminare a una velocità moderata. E più tempo l’animale impiega a raddrizzarsi, maggiore è il costo energetico». I ricercatori attribuiscono questo consumo di energia ai movimenti di testa e zampe e alla difficoltà di respirare a testa in giù. «Una tartaruga capovolta deve continuare a investire energia nel tentativo di uscire da quella posizione, mentre contemporaneamente la respirazione può diventare più difficoltosa. Se il tentativo fallisce, aumentano i rischi associati alla disidratazione, allo stress termico e alla predazione». Gli autori sottolineano infatti che l’incapacità di autoraddrizzarsi può avere conseguenze sulla sopravvivenza, e che la selezione naturale può favorire caratteristiche morfologiche e comportamentali che riducono questo rischio.

Un aspetto studiato anche sul piano comportamentale nel 2006 da Stancher e colleghi, che osservano 34 testuggini di Hermann alle prese con il ribaltamento, e scoprono una curiosa preferenza: «Le testuggini tendono a girarsi verso destra». Un dettaglio apparentemente marginale, ma suggerisce qualcosa di importante: «Raddrizzarsi non è un gesto automatico: richiede coordinazione e dipende sia dalla forma del corpo sia dal modo in cui l’animale si muove. E sembra che ogni tartaruga abbia anche il suo lato preferito». Non tutte le tartarughe, però, hanno la stessa facilità nel raddrizzarsi, come dimostra una ricerca del 2017 sulle testuggini giganti delle Galápagos.

La tartaruga capovolta, dunque, è un piccolo laboratorio di evoluzione animale: «Il guscio protegge, ma modifica la meccanica del movimento; il collo può diventare una leva; le zampe producono lo slancio; il sistema nervoso coordina i tentativi. E tutto questo deve funzionare abbastanza rapidamente, perché il tempo trascorso sulla schiena ha un costo». La metafora di Goodier acquista così un significato quasi letterale e insegna che quando la tartaruga è capovolta, non può semplicemente decidere di «pensare positivo», ma deve trovare una soluzione fisica a un problema concreto. E quella soluzione dipende dalla sua anatomia, dall’ambiente e dalla capacità di modificare il proprio comportamento. Forse è proprio questo il punto più interessante della storia: la capacità di rialzarsi non è una qualità astratta. È un insieme di strategie che l’evoluzione ha costruito, testato e perfezionato nel tempo.