Cara Maura,
sono un’insegnante e una madre, e lavoro con ragazze e ragazzi tra i quindici e i diciotto anni. Vivono in una società che chiede obiettivi sempre più alti e risultati misurabili. Molti non sanno cosa vorrebbero fare da grandi, e non è una domanda che possano permettersi di porsi con calma. Mi colpisce anche una contraddizione che riguarda noi adulti. Ci preoccupiamo quando restano chiusi in camera con il telefono o i videogiochi, ma quando si ritrovano in gruppo per strada capita che qualcuno si spaventi e chiami la polizia. Nel suo articolo scrive che la fioritura ha i suoi tempi e che può sembrare ferma proprio quando il lavoro è più faticoso. Mi chiedo allora cosa possiamo fare, come genitori e come educatori, per custodire quel tempo per i nostri ragazzi. / Tiziana
Gentile Tiziana,
questo mese ho scelto la sua lettera perché mi permette di trattare un tema molto sentito e una preoccupazione molto diffusa, su cui certamente tornerò anche in futuro. Ne approfitto per ringraziare tutte le altre persone che mi hanno scritto in queste settimane e che hanno accolto con gioia questa rubrica, cercherò di rispondervi nei prossimi numeri.
Io credo che il disorientamento delle persone giovani oggi sia innanzitutto da prendere sul serio, da non ridicolizzare e liquidare con l’idea che siano troppo deboli e incapaci, mentre noi alla loro età avevamo già chiaro cosa desideravamo dalla vita e cosa avremmo voluto fare. Questo è un tempo incerto in cui riconoscere i propri desideri e capire come realizzarli è difficilissimo, molto più di quanto fosse in passato. Prendiamo il caso del lavoro: ragazze e ragazzi si trovano a dover scegliere cosa fare, sapendo però che il lavoro che possono amare oggi potrebbe non esistere più anche solo in un futuro prossimo, e quindi l’avvenire è un territorio accidentato, pieno di variabili che sfuggono al loro controllo. Il disorientamento quindi è spesso frutto di una grande consapevolezza, sia rispetto a questa incertezza sia rispetto a tutto ciò che accade nel mondo, dato che le notizie li raggiungono in ogni momento della giornata, che lo vogliano o no, e questo non può non generare inquietudine. Cosa fare, allora?
Partire intanto da noi come adulti di riferimento, perché è vero che ci si lamenta sempre della passività dei giovani, e ci si lamenta anche quando agiscono. Li si vuole mansueti ma produttivi, e questo significa non concedere loro autonomia, e in molti casi perderli. I giovani di questa generazione si accorgono subito se hanno di fronte un adulto che offre loro fiducia o uno che vuole controllarli, e non riescono più a recitare quei copioni sociali che hanno formato tanti di noi e che avevano a che fare con il sacrificio e l’ubbidienza. Se vogliamo delle persone giovani entusiaste e coinvolte, in altre parole, dobbiamo fare i conti che potrebbero pensare e agire in modo diverso da come faremmo noi, anche se questo ci fa paura, e che la loro fiducia si costruisce stimolando quella che Albert Bandura chiamava «autoefficacia», ovvero la convinzione personale di essere in grado di organizzare e mettere in atto le azioni necessarie per raggiungere un obiettivo o affrontare una situazione o un problema. In molte persone giovani io ritrovo, infatti, la sensazione di non essere abbastanza capaci, anche perché si misurano con un’idea di perfezione irraggiungibile.
Custodire quel tempo significa anche essere onesti con loro: neppure noi sappiamo quale sarà la vita futura, e se non sanno cosa scegliere è del tutto comprensibile, ma come esseri umani hanno bisogno di sentire di star lasciando una traccia. Che la scelta non deve essere perfetta, ma sentita, che la qualità della loro esistenza è più importante della quantità di ciò che fanno, e che quasi niente è un fallimento una volta per tutte, ma che anzi una vita autentica ha a che fare con la sincerità del dirsi quando è il momento di cambiare strada. Possiamo accompagnarli a riconoscere tutto questo, facendo i conti anche con le nostre aspettative su di loro.