A Stoccolma si sono divertiti, per l’ennesima volta, a aureolare una poetessa e studiosa che pochi conoscevano, e così quest’anno scopriamo un’autrice canadese, Anne Carson, anni 76, per «la sua opera audace e innovativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea». Queste nuove forme di letteratura sarebbero, come le opere della Carson, saggi che mescolano poemi e osservazioni letterarie, come La bellezza del marito. Un saggio romanzato in 29 tanghi (in italiano edito da La nave di Teseo), Decreazione (Utopia) e Autobiografia del rosso (uscito dapprima con Bompiani, nel remoto 2000, e ora con La nave di Teseo), romanzone in versi con soggetto mitologico e Antropologia dell’acqua, un po’ saggio, un po’ poesia (di fatti una parte, quella in versi, è disponibile nel catalogo Crocetti, Come l’acqua). Vedremo se il Nobel spalancherà le sue opere a un pubblico più nutrito e variegato o se resterà ad uso e consumo dei poeti e di saggisti elitari, o come si auto-dichiarano adesso, «lettori attenti e esigenti».
La poesia è entrata spesso nel ristretto club dei premi Nobel, quantomeno stando a vedere le ultime stagioni. Jon Fosse, Premio Nobel nel 2023, compassato drammaturgo e romanziere norvegese, è anche poeta; l’americana Louise Glück, poetessa di ben altro spessore, lo riceve nel 2022, si legga anzitutto L’iris selvatico, capolavoro, quindi Averno, Meadowlands, Una vita di paese e Ararat, tutti in versi (pubblicati da Il Saggiatore) e pervasi da una natura contagiosa alle quali porre domande per «imparare» (forse) a vivere; Peter Handke, premio nel 2019, notissimo e premiatissimo romanziere austriaco, ma anche drammaturgo e poeta. Retrocedendo, nel tempo, incontreremo i nomi sontuosi di Wislawa Szymborska, Seamus Heaney, Derek Walcott, Joseph Brodsky e Wole Soyinka, tutti premiati tra il 1986 e il 1996.
Nonostante il mercato editoriale non sia così generoso nei confronti della poesia dei nostri ultimi tempi, le voci robuste non mancano. In questa rubrica ci occupiamo anzitutto di natura e di alberi e boschi, e quindi andrò ora a sbirciare in alcuni nei versi di alcuni di questi poeti per vedere come se ne parla. Il lettore porterà pazienza per le leggerezze d’occasione. In apertura di Averno, Louise Glück ci presenta un nuovo inverno alle porte, quasi un’istantanea della giornata che c’è proprio questo pomeriggio fuori dalla mia finestra:
«Questo è il momento in cui vedi di nuovo / le bacche rosse del sorbo selvatico / e nel cielo azzurro / le migrazioni notturne degli uccelli. / Mi addolora pensare / che i morti non le vedranno / queste cose su cui facciamo affidamento, / esse svaniscono. / Allora cosa farà l’anima per rinfrancarsi? / Mi dico che forse non avrà più bisogno / di questi piaceri; / forse già non essere basta del tutto, / per quanto sia difficile da immaginare».
E già potremmo fermarci qui, tra queste parole che conosce a memoria, anzi a cuore, chiunque abbia perduto qualcuno a cui voleva bene e che ora semplicemente non esiste più. Le stagioni, il cielo e la luna, i meccanismi universali che vivendo abbiamo imparato a conoscere e a dare per scontati, consegnati a noi una volta per tutte, presi come siamo dai desideri e dai bisogni, dai doveri e dai compiti.
E il fresco premio Nobel? Anche in lei il paesaggio spira drammaticamente, e non è un caso che quando è stata raggiunta dagli accademici di Stoccolma al telefono, si trovasse da qualche parte ad «ascoltare il vento». I primi versi de Il saggio di vetro, nell’antologia italiana Vetro, ironia e Dio (Crocetti), danno un segno a quanto appena scritto:
«Domani andrò da mia madre. / Vive al nord in una brughiera. / Lì la primavera si apre come una lama. / Viaggio tutto il giorno in treno, con un mucchio di libri – / alcuni per mia madre, altri per me, / incluse Tutte le opere di Emily Brontë. / È la mia autrice prediletta. / E la mia più grande paura, mi ci voglio confrontare. / Ogni volta che vado da mia madre / Mi sembra di diventare Emily Brontë, / intorno a me la mia vita solitaria come una brughiera, / il mio corpo sgraziato vacilla sulle distese di fango / in apparente trasformazione / e appena varco la porta della cucina muore. / Che carne ci serve, Emily?».