Nella capitale degli alchimisti e delle leggende più inquietanti, un viaggio sulle tracce dell’occulto conduce fino a un ossario dove quarantamila scheletri hanno trovato una seconda… vita
Sei turisti per abitante, crescenti divieti di addii al celibato e tour organizzati per pub ad alto tasso alcolico, sposine asiatiche fresche di matrimonio che trascinano lunghi strascichi e mariti dallo sguardo perso sullo storico ponte Carlo. Per non parlare delle migliaia di persone che sfoderano i loro smartphone a ogni processione del «Corteo degli Apostoli» allo scoccare delle ore sull’orologio astronomico di Staré Město, la Città Vecchia.
Alla corte di Rodolfo II,la ricerca della conoscenza sconfinava nell’ossessione, attirando scienziati, visionari e pure ciarlatani
È l’ultima capriola esistenziale, per ora, di una Praga irresistibile capitale del mistero dai tempi di Rodolfo II, il «re pazzo», imperatore del Sacro Romano Impero ma soprattutto incontenibile appassionato di alchimia e magia che attirò come il miele una bizzarra corte di menti illuminate e personalità al limite della ciarlataneria.
Astronomi, astrologi, scienziati, artisti come Arcimboldo, in una ricerca quasi ossessiva di ogni conoscenza, dalle formule per creare l’elisir di lunga vita a quelle per scoprire la pietra filosofale con cui trasformare i vili metalli in oro. Uno che se ne intendeva, Jiří Karásek ze Lvovic, poeta e scrittore ceco affascinato dall’occultismo, scriveva nel 1907: «Non so nulla di questa città, tutto ciò che vi cerco è il passato». L’unica possibilità è rinunciare ai luoghi comuni e smarrirsi tra fatti storici e leggende sospese tra macabro e grottesco nel saliscendi di angoli sghembi e piazzette di Mala Strana, popolati da alchimisti annidati nelle casupole del Vicolo dell’Oro, templari senza testa e monaci che se la portavano sottobraccio, mercanti che si arricchivano lungo la Via dell’Ambra, maghi che comunicavano con l’Aldilà, e rabbini che si accapigliavano sulle pagine del Talmud.
Uno di questi ultimi, Judah Loew sepolto tra le dodicimila lapidi del cimitero ebraico, avrebbe plasmato un minaccioso automa di argilla per difendere gli ebrei praghesi dalle persecuzioni, dando così vita al Golem, i cui resti sarebbero nascosti nel cavernoso sottotetto della sinagoga Vecchio-Nuova, la più antica d’Europa ancora attiva. Una storia raccontata da un libro cult, Praga magica di Angelo Maria Ripellino, e riattizzata da L’ultimo segreto di Dan Brown, ambientato tra i misteri di una città che, non a caso, si colloca con Torino e Lione al vertice di un triangolo della magia bianca. Il rischio incombente è quello di trasformarsi in un brand turistico all included, comprese brume nebbiose e sottili melanconie di giorni di pioggia che sembrano create a tavolino dal marketing; ci vuole però altro per disarcionare dal loro status le pietre inquiete di palazzi ancora capaci di aprire squarci intriganti su misteri a lungo indagati e mai del tutto svelati.
A pochi passi da un luogo topico come il Castello di Praga, la casa Dům u Osla v kolébce, «La casa dell’asino vicino alla culla», rivela un laboratorio alchimico del XVI secolo. Il nome viene da uno sbiadito affresco da cui è scomparso Gesù bambino, quasi una metafora degli illusionismi di cui era capace Edward Kelley «il mago dalle orecchie mozzate», metà ciarlatano e metà visionario ma capace di conquistare i favori di Rodolfo II destreggiandosi tra scienza, superstizione e potere politico. Kelley, che in realtà si chiamava Edward Talbot, scappò dall’Inghilterra nel 1584 dopo che gli furono mozzate le orecchie per avere falsificato dei documenti e raggiunse la Boemia, dove nascose i lobi mancanti sotto una folta chioma e iniziò a vantare immaginifici titoli universitari, folgorando Rodolfo II con una spettacolare, e illusoria, trasformazione di mercurio bollente in oro puro che gli valse la nomina ad alchimista di corte. Una strepitosa carriera alimentata da promesse sempre più mirabolanti, finita rovinosamente quando il sovrano iniziò a sospettare di essere stato turlupinato e Kelley fuggì da Praga, finì in prigione, perse entrambe le gambe in due fallite evasioni, e si avvelenò a soli quarantadue anni. Un’esistenza sopra le righe che riaffiora nella «Casa dell’asino», oggi Museo degli Alchimisti e dei Maghi di Praga, dove viene rievocata questa congrega itinerante di maghi, astrologi e alchimisti che seducevano ricchi principi affascinati da conoscenze in grado di ampliare il loro potere.
In cima alla torre che sovrasta l’edificio, un’antica scala di legno, forse progettata dallo stesso Kelley, si arrampica fino al suo laboratorio ricostruito con fornaci, inimmaginabili marchingegni, e persino una improbabile versione dell’homunculus artificiale che l’alchimista avrebbe tentato di creare, forse ispirato dalla leggenda del Golem.
A Staré Město invece l’insegna Speculum Alchemiae, lo «Specchio dell’alchimia», di una bottega di elisir annuncia un piccolo museo nato da un fortunato incidente della storia e nascosto nelle viscere di un edificio miracolosamente sopravvissuto alla demolizione del quartiere ebraico. Stanze sotterranee piene di fango riportate alla luce da un’alluvione nel 2002 che, grazie a una bottiglia piena di un liquido misterioso e alcune antiche ricette di elisir, hanno rivelato un laboratorio alchemico che risale al tempo di Rodolfo II. Ambienti dimenticati per secoli, probabilmente dopo un terremoto o un’altra alluvione, che oggi si possono visitare, stipati di misteriosi congegni, attrezzature per soffiare il vetro e un essiccatoio per le erbe. Un mondo immobile da secoli anche se, è proprio il caso di dirlo, non è tutto oro quello che riluce perché è difficile distinguere tra fatti verificabili e una ricostruzione che a uno sguardo disincantato può sembrare un po’ forzata. Gli artefatti originali sono pochissimi e mancano conferme storiche, ma assaporare l’esperienza unica di catapultarsi oltre una porta mimetizzata da libreria, ovviamente, in uno spazio perduto da secoli di uno dei più antichi edifici di Praga, basta per rinunciare ad approcci troppo razionali di fronte a quel mondo in cui il confine tra sapere e magia era sottile.
Laboratori, elisir misteriosi e ricostruzioni fantasiose alimentano l’immaginazione anche senza prove storiche
Tracce di questa Mitteleuropa sospesa tra macabro e insolito riemergono anche in Moravia, da Brno con la sua rispettabile dose di leggende e siti dark a ghetti sopravvissuti alla Shoah, un tempo popolati da qabbalisti legati all’esoterismo. La vera chicca però è uno dei luoghi più insoliti al mondo annidato tra le tombe di un piccolo cimitero a Kutna Hora, la Cappella di Tutti i Santi tappezzata da quarantamila scheletri trasformati in decorazioni da una sfrenata fantasia barocca.
Le origini di questa delirante visione risalgono al 1278 quando un abate cistercense di Sedlec ritornò da Gerusalemme con una giara di «terra santa» del Golgota, spingendo un numero crescente di devoti a farsi seppellire nel cimitero locale. Nel quattordicesimo secolo, quarantamila vittime della peste che infuriava in Europa e di svariate guerre vennero impilate nell’ossario fino al 1870, quando un intagliatore di legno, incaricato dalla nobile famiglia Schwarzenberg di creare qualcosa di bello da queste imbarazzanti piramidi, le trasformò in calici, croci, persino in un gigantesco candeliere che impiega ogni singolo osso del corpo umano e un imponente stemma degli aristocratici sponsor. E se qualcuno chiede con qualche imbarazzo come riescono a pulire questa delicata materia senza danni, l’impiegato di turno spiega con un largo sorriso che utilizzano uno spazzolino da denti, pragmatica soluzione degna di un’anima dark che impregna da sempre le placide colline di Boemia e Moravia.










