Il caffè dei genitori ◆ Quattro spunti di riflessione per i nostri figli proposti da Nicola Gardini autore di "Studiare per amore"
La convinzione resta questa: inutile dannarsi per aiutare i nostri figli a fare i compiti, da esaurimento nervoso seguire le chat per dimostrare di essere sul pezzo, sfinente fare ramanzine davanti ai brutti voti. L’idea de Il caffè dei genitori è che ai nostri figli bisogna insegnare a studiare per amore. Poi sarà quel che sarà.
Lo diceva il grande autore austriaco Stefan Zweig più di ottant’anni fa, parlando di sé: «L’unico momento di vera, intensa felicità che io debbo alla scuola, fu quello in cui potei chiudere per sempre alle mie spalle la sua porta». Nulla è cambiato. Noi stessi molto probabilmente ci siamo spesso sentiti nei panni di Zweig; e i nostri figli, tranne rare eccezioni, lo sono tutt’oggi.
Per aiutarci nell’ardua impresa di far capire ai nostri figli che cosa vuol dire veramente studiare abbiamo deciso di affidarci all’insegnante Nicola Gardini. Studiare per amore è il titolo del suo saggio, edito da Garzanti nel 2024 e riproposto nell’agosto 2026 in edicola dal «Corriere della Sera». Il curriculum aiuta a capire perché ci siamo rivolti a lui. Gardini ha frequentato il liceo classico e si è laureato in Lettere classiche a Milano, ha conseguito un dottorato in Letteratura comparata a New York, ha insegnato latino e greco nei licei Pietro Verri di Lodi e Manzoni di Milano, Letteratura comparata nelle università di Palermo e Feltre e, negli Stati Uniti, alla Columbia University e alla New York University. Da diciotto anni è professore di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford: «Tanta scuola – scrive – sicuramente ha contribuito a formare la mia idea di studio».
Di seguito quattro spunti di riflessione che a Il caffè dei genitori troviamo utili da buttare lì di tanto in tanto ai nostri figli mentre facciamo due chiacchiere.
Uno. Studiare è desiderio di conoscere. Nella rubrica Le parole dei figli di questo mese abbiamo visto come gli adolescenti fanno scattare il lock-in, ossia la massima concentrazione che chiude tutto il resto fuori, per studiare in due giorni quello che si sarebbe dovuto studiare in due settimane, recuperare un brutto voto, evitare una bocciatura o finire una consegna a poche ore dalla scadenza. Il senso? «Ho procrastinato fino all’ultimo: adesso devo lock-innare». Ebbene, questo modo di procedere rischia di ridurre lo studio soprattutto a memorizzare in fretta ciò che serve per sfangarla in quel momento. Il vero studio invece, come spiega Nicola Gardini, non si accende quando arriva l’emergenza e non si spegne una volta superata. Chi sa studiare studia in qualunque momento della giornata, perché vuole capire ciò che ha intorno. Lo studio è una disposizione continua dell’animo, un desiderio di conoscere. Significa essere curiosi, voler trovare un senso nelle cose, nei pensieri e nei comportamenti, tenersi aperti a tutto quello che c’è fuori.
Studiare significa essere curiosi, serve a potenziare la capacità di ragionamento e a sviluppare una mentalità critica
Due. Studiare non è memorizzare. Non confondiamo lo studio vero e proprio con la memorizzazione dei dati, in qualunque campo: grammatica, matematica, storia, geografia, ecc. Memorizzare è apprendere; studiare è comprendere ed elaborare. Memorizzare significa fissare informazioni: un’operazione preliminare, necessaria, ma solo preliminare, alla quale troppo spesso la scuola limita l’intelligenza dei giovani. Studiare significa invece estrarre da quelle informazioni altre informazioni. Per esempio: imparare la grammatica non è studiare. Lo studio comincia quando la grammatica che abbiamo appreso ci permette di comporre un buon discorso, intelligente, elegante, personale, e di considerare criticamente i discorsi altrui. Occorre creatività, altrimenti rimaniamo nel nozionismo. Per questo è importante conoscere quanto più vocabolario possibile: perché abbiamo la libertà di scegliere le parole più adatte al discorso. Solo quando troviamo la parola giusta, infatti, il discorso che stiamo cercando di costruire può arrivare a chi vogliamo come vogliamo.
Tre. Studiare è potenziare la capacità di ragionamento. Uno studente ha davanti le opere di Virginia Woolf. Sapere i titoli dei libri e le date in cui sono usciti significa memorizzare. Studiare significa fare un passo ulteriore: osservando quelle date, accorgersi che i libri per cui Virginia Woolf oggi è soprattutto celebre, e che costituiscono alcuni dei romanzi e dei saggi più importanti della letteratura europea del Novecento, hanno visto la luce nel giro di una manciata di anni, uno dopo l’altro, in rapida successione. È questo il passaggio: dall’informazione al ragionamento. E imparare a ragionare non serve soltanto a capire meglio Virginia Woolf o qualsiasi altra materia: serve a diventare capaci di pensare con la propria testa. Nel 1955, parlando alla Società Umanitaria di Milano, il giurista e politico Piero Calamandrei ricordava: «Trasformare sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere». E aggiungeva: «L’uomo non può essere libero se non gli si garantisce un’educazione sufficiente per prender coscienza di sé, per alzar la testa dalla terra e intravedere […] fini più alti che non sia quello quotidiano e bestiale di saziare gli stimoli della fame».
Quattro. Studiare significa sviluppare una mentalità critica. Non siamo in grado di studiare tutto: per mancanza di tempo, di mezzi e di competenza. Il medico ci comunica che abbiamo un problema? Diamo retta al medico. Il telegiornale ci dice che la politica va in un certo modo? Ne prendiamo atto. Il consulente finanziario ci consiglia di investire i nostri risparmi su determinati titoli? Ci affidiamo alla sua competenza. Noi ci affidiamo continuamente a persone che hanno studiato le cose per noi. Eppure con troppa frequenza scopriamo che la nostra fiducia era mal riposta. C’era modo di accorgersene prima? La soluzione non è sostituirsi agli esperti. Mai pretendere di fare il lavoro del medico se medici non siamo, o quello del consulente finanziario se di finanza non ci intendiamo. Di chi è competente occorre fidarsi. Ma se non possiamo studiare direttamente un argomento o una disciplina, possiamo studiare il modo in cui le competenze degli specialisti emergono e vengono applicate. La capacità di osservazione che sviluppiamo studiando il nostro campo ci rende capaci anche di sondare l’affidabilità dei discorsi degli altri. Sono esaurienti? Sono fondati sui fatti? Mentono, distorcono, inventano? Un giudizio è basato su un’opinione, sui fatti o su un’ipotesi? Ascoltare, confrontare, cogliere le incoerenze o le corrispondenze, gli errori o i punti fermi dei ragionamenti. Dubitare anche di noi stessi e di una conclusione che ci sembri inattaccabile: metterla alla prova, verificarne la tenuta nel dialogo, rinunciare alla presunzione e cercarne le possibili debolezze.
Se tutti studiassimo, scrive ancora Gardini, ci sarebbero meno egocentrismo, meno presunzione, meno malessere e meno suscettibilità nei cuori delle persone. E meno guerre.
Noi genitori di tutto ciò possiamo essere protagonisti. Anche per non finire un giorno a sentirci rinfacciare dai nostri figli ciò che il poeta francese Arthur Rimbaud scrive della propria madre nell’attacco della poesia I poeti di sette anni. Gardini sintetizza così: «La Madre è fiera dell’istruzione che impartisce, ma il figlio ne è disgustato. Obbedisce per finta. La sua vera istruzione avviene per altre illuminazioni – a occhi chiusi, quando il buio si riempie di fosfeni, o nel raggio di una lampada accesa la sera, o nei cessi durante l’estate».
