Festival: dal 23 al 25 ottobre la Via Lattea seguirà il soggiorno ticinese del poeta con una camminata artistica ideata da Pagliarani
«Per me un paesaggio è una partitura». Lo afferma Mario Pagliarani, compositore e direttore artistico della Via Lattea, che quest’anno ha vinto uno dei Premi speciali svizzeri di musica. E a noi vien da dire che non può esserci interprete migliore per ripercorrere il peregrinare di Rainer Maria Rilke, che arrivò anche in Svizzera, dove sperava di trovare un luogo in cui concludere le Elegie duinesi. A un secolo dalla morte del poeta tedesco-austriaco, quel viaggio rivive nel Festival Rilke 2026 che, dopo la Bregaglia e la regione zurighese, approda dal 23 al 25 ottobre nel Locarnese, per seguire le tracce del soggiorno ticinese del poeta, che ebbe luogo tra il 1919 e il 1920. La tappa coincide con la 22esima edizione della Via Lattea, ideata da Pagliarani e prodotta dal Teatro del Tempo. Tre giorni di passeggiate a Locarno, Muralto, Minusio e Ascona, durante i quali musica, poesia, teatro e danza rievocheranno la voce di Rilke. Ne parliamo con Mario Pagliarani.
Rilke, viandante perfetto per la Via Lattea?
È così: Rilke è una figura molto interessante da questo punto di vista, perché permette di collegare le quattro aree linguistiche della Svizzera e quindi di riscoprire il Paese da un’altra prospettiva, quella di un poeta nato a Praga, cittadino d’Europa, un uomo molto inquieto, sempre in movimento e anche un grande camminatore. In questo senso è una figura ideale per la Via Lattea, che cerca di creare un rapporto tra arte e natura, o tra arte e territorio, proprio attraverso questa azione così importante dell’andare a piedi.
Il motto del festival è infatti «Cammino e camminando mi trasformo». Vale anche per chi partecipa ai vostri pellegrinaggi artistici?
Sì. È una citazione tratta da una lettera che Rilke scrisse dal Vallese a una sua amica, Ilse Jahr. In tedesco è ancora più bella perché gioca sul doppio significato del verbo wandeln, che vuol dire sia camminare sia trasformarsi. Nella frase precedente Rilke si chiede «Ma io chi sono?» e poi risponde «Ich wandle und wandle mich». E io credo – anzi ne sono sicuro, perché ne ho avuto anche testimonianza – che chi ha partecipato alla Via Lattea in questi anni abbia modificato, o meglio allargato, il proprio modo di ascoltare la musica e l’arte in generale, ma anche la loro percezione del paesaggio e il rapporto con la natura.
Le carte consultate per ricostruire i luoghi frequentati da Rilke hanno fatto fare scoperte interessanti?
Sì, sono tante le scoperte fatte in questi due anni di ricerca. La gran parte delle informazioni proviene dal carteggio con Nanny Wunderly-Volkart, una figura incredibile, una carissima amica di Rilke, di Winterthur, alla quale scriveva praticamente ogni giorno. Era quasi una sorta di diario, perché le raccontava tutta la sua vita. Erano molto legati e fu proprio lei a seguirlo fino alla morte. Rilke la chiamava Nike. Questo carteggio è stato pubblicato in tedesco, ma non esiste una traduzione italiana, ed è una cosa che vorrei tanto cercare di promuovere. Ho già cominciato a interessarmene perché le lettere scritte da Rilke a Muralto sono bellissime, tanto che se ne potrebbe ricavare un libro. In queste racconta le sue giornate e fa moltissimi riferimenti al Locarnese: descrive le sue passeggiate a Tegna, le visite alla chiesa San Giorgio a Losone, i suoi vagabondaggi notturni ai Monti della Trinità per veder le stelle e le passeggiate quotidiane a Rivapiana, verso Ca’ di Ferro a Minusio. Sono cose belle.
E poi c’è la ex-Pensione Villa Muralto dove soggiornò…
Esatto: ritrovarla è stata la più grande sorpresa. Agli inizi sembrava che la casa fosse stata abbattuta. Poi, per fortuna, attraverso una testimonianza e una fotografia, ho capito che in realtà esiste ancora, e si trova dietro il Grand Hotel di Locarno. Grazie alla disponibilità della proprietaria, sabato 24 ottobre avremo la possibilità di visitare le stanze occupate da Rilke. Ma la cosa bellissima è che il poeta, in una delle lettere alla sua amica Nanny Wunderly-Volkart, aveva disegnato una piantina delle due stanze, indicando persino la disposizione dei mobili. Era una persona molto precisa e si tratta di ambienti umilissimi, perché all’epoca era povero. Trovo che sia un documento veramente molto bello, tanto che lo abbiamo riprodotto nella mappa che ogni anno accompagna i viandanti della Via Lattea. È un luogo molto particolare e la sua demolizione – purtroppo ora davvero prevista – rappresenterà una perdita grave.
In cent’anni quanto è cambiato il paesaggio che affascinò Rilke?
È una delle domande alla base del Festival e qui ci terrei a sottolineare il ruolo di Raimund Rodewald, una figura fondamentale per questo progetto. È stato per molti anni direttore della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, molto conosciuto Oltralpe perché, quando si trattava di difendere un luogo, era sempre in prima linea. L’idea del festival è nata proprio da lui, che segue da tempo la Via Lattea. In ognuna delle quattro tappe interviene con una riflessione su quanto sia cambiato il paesaggio rispetto all’epoca di Rilke. Quei luoghi sono ancora capaci di trasmetterci ciò che il poeta vi aveva trovato o sono stati così snaturati che non riusciamo più a coglierne la potenza? Credo che ognuno potrà dare la propria risposta partecipando al festival.
Un paesaggio si può anche ascoltare. Ma come si impara a sentire ciò che siamo abituati solo a guardare?
Per me un paesaggio è una partitura, quindi non devo fare un grande sforzo. Adesso, per esempio, sono a Vacallo, vedo la collina di Pedrinate, sopra c’è il cielo, sotto la città di Chiasso, e sento dei suoni che provengono da vicino o da lontano. Tutto questo tendo già a vederlo, o meglio ad ascoltarlo, come una partitura, perché sono strati, elementi diversi che si combinano. C’è una dimensione spaziale, ma anche una temporale. Ed è bello imparare a entrare in relazione con un paesaggio non soltanto con gli occhi, ma anche con le orecchie, rendendosi conto della ricchezza che può offrire. O dei problemi che può creare l’inquinamento acustico, quando alcuni suoni prepotenti impediscono di coglierne altri. Per me il concetto di rumore è relativo: non è un suono in sé a essere rumore, ma quello che prevarica sugli altri. È un po’ il discorso che si fa in ecologia rispetto alla biodiversità: esiste anche una biodiversità dei suoni che vanno preservati per non impoverire la partitura del paesaggio.
Per il festival ha composto una nuova musica. Come si dà suono a un paesaggio raccontato cent’anni fa?
Sono partito dalle lettere che Rilke ha scritto dalla Svizzera, individuando quei passaggi in cui descrive i luoghi che attraversiamo durante il festival. Ne è nata una composizione, Quattro passeggiate con Rilke, nella quale ogni passeggiata è dedicata a una delle quattro tappe. In ognuna si sente la voce del poeta, affidata a un attore che legge alcuni frammenti delle lettere, attorno alla quale ho costruito dei paesaggi sonori immaginari ispirati proprio all’ascolto dei luoghi.
Quanto conta l’acustica delle tappe di un pellegrinaggio musicale?
È una delle preoccupazioni maggiori. Per questo la musica viene spesso eseguita al coperto, in spazi con caratteristiche acustiche particolarmente buone. Penso alla chiesa di San Vittore a Muralto, che ha un’acustica magnifica, dove proporremo una delle cose a cui tengo di più: quattro nuove composizioni, eseguite in prima assoluta, scritte da altrettanti importanti compositori svizzeri sulla stessa poesia di Rilke, An die Musik, ovvero Alla musica. È un testo incredibile, nel quale Rilke prova a definire che cosa sia la musica. Il pubblico avrà davanti a sé la poesia, scritta su un foglietto, e potrà capire come ciascun compositore l’abbia interpretata in modo diverso. Le quattro versioni saranno eseguite dalla cantante tedesca Svea Schildknecht, accompagnata dal clarinetto contrabbasso, uno strumento rarissimo suonato dal francese Olivier Vivares, forse il suo migliore specialista. Un altro esempio è il chiostro del Collegio Papio ad Ascona, ideale per ascoltare la sonorità del gong, protagonista di una poesia poco conosciuta di Rilke. Sarà interessante confrontare il suono descritto attraverso le parole con quello dello strumento. Oppure penso al Centro Elisarion di Minusio, dove proporremo un concerto-lettura dedicato all’amicizia poco nota fra Rilke e Ferruccio Busoni. I due si incontrarono grazie a Magda von Hattingberg, compagna del poeta e allieva del pianista, che nelle sue memorie racconta gli scambi fra i due artisti. Ascolteremo tre composizioni per pianoforte di Busoni, un musicista molto importante, ma che andrebbe un po’ riscoperto.
Che seguito ha la Via Lattea?
Si è creata una vera e propria comunità di persone che da anni ci seguono. È un pubblico eterogeneo, che va da chi si interessa alla musica a chi ama la letteratura, l’arte in generale, la natura o semplicemente camminare e scoprire luoghi, magari già conosciuti, ma rivisti in modo diverso. Del resto, non si tratta di uno spettacolo o di un concerto tradizionale, ma di stare insieme per delle ore, camminare, fare incontri. È una forma di esperienza condivisa, non uno spettacolo da seguire seduti in teatro.
Bisognerà camminare molto?
No. Quest’anno il percorso è abbastanza tranquillo. Forse sabato richiederà un po’ più di impegno, dato che saliremo nella parte alta di Minusio. Qui faremo anche una sosta davanti alla casa di Stefan George, insieme a Rilke uno dei maggiori poeti simbolisti di lingua tedesca, morto a Minusio nel 1933. Una figura controversa, sulla quale si discute ancora per i suoi ambigui rapporti con il nazismo. È una storia poco conosciuta, anche da chi vive a Minusio, che trovo importante raccontare, perché riguarda il nostro territorio.
Poesie e letture saranno in tedesco?
No, il Festival Rilke attraversa le quattro aree linguistiche della Svizzera e quindi, di volta in volta, diamo la priorità alla lingua del luogo. Nel Locarnese le letture saranno prevalentemente in italiano, con alcuni momenti in tedesco e anche in francese. Infatti Rilke, negli ultimi anni della sua vita, quando abitava in Vallese, sentì il bisogno di utilizzare il francese, per cui scrisse tutta una serie di poesie in questa lingua. C’è una raccolta alla quale tengo molto, Les Fenêtres, ovvero Le finestre, composta da dieci poesie. E guarda caso il Museo comunale d’arte moderna di Ascona ha sulla facciata proprio dieci finestre! Abbiamo quindi pensato di leggere una poesia per ogni finestra: i due attori Helmut Vogel e Graziella Rossi si alterneranno nella lettura dei testi in francese, accompagnati dalla traduzione italiana. È un esperimento, vedremo come andrà.
