«Il Visagno mi guardava dalla vetta…»

by azione azione
21 Ottobre 2026

Alpinismo: tre false partenze trasformano il Pizzo di Claro in una vetta difficile da conquistare se non con un confronto ostinato

Con i suoi 2727 m s.l.m., il Pizzo di Claro, noto anche come Visagno, domina il settore montuoso a nord di Bellinzona, al limite tra la Riviera ticinese e la Val Calanca grigionese. Da questa cima prende avvio una lunga dorsale che prosegue verso il tetto del Ticino, l’Adula. Dalla pianura alla vetta si affrontano quasi 2500 metri di dislivello: una caratteristica che ne fa una meta amata dagli escursionisti e dagli sportivi, ma tutt’altro che scontata da raggiungere in giornata.

Il prolungato sforzo fisico, gli improvvisi rovesci pomeridiani delle condizioni meteorologiche e la tipica forma piramidale richiamano molto il famoso corno vallesano posto a est del massiccio del Monte Rosa. Non può essere dunque considerato fuori luogo il paragone con «un Cervino molto addomesticato», come lo descrisse il mineralogista ticinese Carlo Taddei. Karl Baedeker, dal canto suo, nel 1854, definì invece il pizzo «una delle più belle montagne della Svizzera». Un dettaglio che non avevo preventivato quando, una settimana prima, lo stavo ammirando dal Motto della Croce situato sul versante opposto.

Quel soleggiato giorno di tarda primavera, in cui tutto il Piano di Magadino e le montagne circostanti palpitavano di verde, il Visagno era ancora ricoperto di neve e ghiaccio, sottolineando tutto il suo carattere d’alta montagna. Per gli amanti delle vette, il Pizzo di Claro è una di quelle cime magnetiche sulle quali non si sorvola con lo sguardo. L’ho presa di mira proprio lì, fissandola per lunghi minuti accompagnati da un morboso desiderio di aggiudicarmi un giro sulla giostra più iconica del nostro cantone. Ma, come spesso capita, se si guarda a lungo in un abisso, l’abisso talvolta finisce per guardare noi.

Nell’arco del mese a seguire, il Visagno mi ha scrutato nelle viscere, risvegliando le mie più profonde ansie alpinistiche. A testimoniarlo sono stati i primi tre tentativi di scalare quella vetta, ossia tre insuccessi conditi da un silenzio paranoico, quasi fosse una paralisi dei sensi proveniente dal mio interno.

La prima volta parto da Cresciano per un’arbitraria via attraverso maestose pinete. Transito dall’Alpe di Peu fino a giungere alle ghiacciate sponde del laghetto di Canèe. Il pizzo ricoperto di neve in via di scioglimento scarica un’udibile valanga poco sopra la via normale. È un improvviso arresto, un vuoto di pensieri, mentre fisso la calotta di ghiaccio del laghetto. La vetta invece osserva me.

Il secondo «inutile» sforzo inizia dal versante grigionese, in località di Giova, San Vittore, nei pressi di un bacino per incendi. Raggiunta la modica quota di 2100 m s.l.m., poco sopra l’Alpe di Mem, attraverso un magnifico sentiero di pini e sono sorpreso da un’invasione di nuvole. Un esplosivo miscuglio di vapori dimenticato dai bollettini meteorologici che crea terrore in ogni alpinista. Stavolta la causa è un notevole calo di temperatura. Uno spostamento d’aria non potente, ma sufficientemente deciso da azzittire la mia sicurezza fondata sull’applicazione meteo del mio cellulare. Il respiro del Visagno mi spinge a valle, sulla Motta de Carnac, 2024 m s.l.m., ai bordi delle nuvole temporalesche. Osservo il bosco, mentre il pizzo è alla mia schiena.

La terza bandiera bianca arriva sul nascere. La consueta sveglia delle 3 di mattino, la mano destra che la spegne e uno sguardo che si perde nel vuoto di un soffitto illuminato da una luce che non c’è mai stata. Quelle due esperienze vissute in precedenza mi sommergono di pensieri. Mi alzo giusto per accendere il computer e sfogliare le fotografie scattate durante i due approcci alla vetta. L’impressione di essere osservato dall’abisso non mi mette a mio agio, ed è arrivato il momento di invertire questa tendenza, guardando io stesso nelle viscere della montagna. Mentre osservo le fotografie, il Pizzo di Claro sembra cambiare volto. La montagna invincibile mi pare ora un fiabesco gigante la cui fragilità si manifesta sin dalle sue «gambe». La presenza di alberi secchi, talvolta spezzati o divorati da insetti xilofagi, crea in me un sentimento di compassione ed empatia. Incuriosito da queste immagini decido di chiamare la guardia forestale della zona. Vengo messo in contatto con un anziano selvicoltore e forestale, un esperto dell’argomento. Le sue interessanti considerazioni cominciano dal maltempo avvenuto nell’ottobre del 2023 e che ha drasticamente danneggiato tutto l’alto comprensorio che comincia a Claro e finisce a Biasca.

Ai fattori climatici si aggiunge il ciclo di vita naturale del bosco. Molti gruppi di piante giunte alla fase di decadimento si seccano e collassano sotto il proprio peso. Ma alle fondamenta del pizzo il vero nemico risulta essere un’insignificante presenza che, a causa del cambiamento climatico caratterizzato da periodi di siccità e calore, prolifera in modo rapido e silenzioso. Proprio in questo scenario di morte, il bostrico tipografo trova le migliori condizioni per riprodursi e abbordare il suo prelibato abete rosso. Con l’alleanza della forestale, per ora è il peccio ad avere la meglio, ma è una battaglia che si combatterà nel corso del secolo.

Sul Canèe pesa ancora la memoria di racconti popolari e di un progetto idroelettrico che nel 1934 avrebbe potuto cambiarne il destino

Sciolte le calotte di ghiaccio con i suoi banchi di neve non mi resta che condurre un approccio vincente alla vetta. La lunga pausa dai primi tre tentativi sposta le mie attenzioni sull’alpinismo in falesia, considerando le due vie di risalita più difficili. Dopotutto era la stessa situazione che lo esigeva. Tra me e il Pizzo di Claro era nata un’atipica rivalità. In seguito ai dettagli citati in precedenza, era fuori questione un mio ingresso dalla porta principale, una normalissima via da trekking. Ahimè! Sarebbe equivalso a un vero tradimento di una montagna che si stava manifestando in tutta la sua rabbia e agonia.

E, così, un bel giorno di sole salgo in macchina e mi dirigo a Claro. Ad aspettarmi sul posto c’è la gentilezza di Mario, un apicoltore locale, che, vedendo il mio disappunto per la mancanza di sufficiente moneta per il pedaggio, estrae il suo pass di patrizio. Sono le 05:30 di mattino. Solo a posteriori posso dire che, non fosse stato per il suo intervento, avrei perso del tempo assorbendo più tardi un’autorevole scarica di grandine in pieno spazio aperto, invece che sotto una fitta protezione dei rami di un giovane abete rosso.

Della «via Lumino» non mi ricorderò della corta sosta alla Capanna Brogoldone. Il vero pezzo forte del tracciato comincia poco dopo. Con il bosco alle spalle è il Pizzo di Morinere, 2254 m s.l.m., a fungere da faro, che – come un guardiano fedele del Visagno – conduce sulla vera pista di decollo, un sentiero a cavallo di una cresta che trafigge il Passo di Mem, incanalandomi verso la cima sud. Camminando sulla frontiera geografica fra il Canton Ticino e i Grigioni provo confusione. Confinato nel sottobosco, nel corso dei precedenti tentativi, oggi mi ritrovo a condurre il primo attacco alla vetta.

Lo scenario è magnifico, una sorta di Isole Hawaii come quelle viste solo in cartolina, il più bel tratto montano che abbia mai ammirato sinora. Vuoi per la liberazione, ma durante i primi passi su quel groppo, nemmeno esposto, rimango tanto annichilito da inciampare su dei sassolini da cortile; vertigini. Mi sento ubriaco in questa zona franca. Sono appunti di un diario dal sapore personale, perché la montagna è soprattutto questo. Per gli amanti dei siti tecnici è da annotarsi una facile pietraia e un passaggio obbligato di II grado che vi spalanca le porte alla vetta. Un PD (alpinismo poco difficile) con gli elementari compiti dell’arrampicata risolti sul ginocchio destro prima del campanello scolastico. Andate, ma fermatevi a mangiare un panino su quella costola. Restando sulla difficoltà di un trekking per le coppie felici, si riceve un regalo che nessun’altra montagna sa donare.

Salito in vetta dalle retrovie per la prima volta non mi resta che ripetere l’esperienza, ma questa volta affrontando la via più ardua, la cresta nord-ovest dello «gnomo». Per pianificare la via, trovo di grande aiuto Michea Seddio, un escursionista alpino ticinese, capogite della SAT di Lugano. La passione per la montagna lo rende tra i migliori redattori di tracciati alpini sul famoso portale hikr.org. I suoi articoli sono spesso scritti in modo pionieristico e capaci di cogliere i punti chiave di ogni itinerario da lui descritto.

Dieci giorni dopo mi reco a Claro. Per risparmiare energie posteggio la macchina 300 m sopra il Monastero S. Maria. Superato il rifugio di Peurett, intraprendo un sentiero di tornanti che mi conduce all’Alpe di Canèe, 1995 m s.l.m. A sinistra risalgo il Torrone di Canèe, un terreno molto insidioso dal quale non è affatto difficile scivolare verso il basso. Proprio dalla vetta di questa antecima della cresta nord-ovest si ha la visione più poetica del Visagno. Da qui rivela tutta la sua personalità, difficilmente percettibile da altre prospettive. Fissandolo per dei minuti, a poche centinaia di metri, intravedo L’urlo di Munch. I suoi occhi sono profondi e buoni, ma segnati dal dolore, che sembra durare molti secoli. La bocca è colma d’acqua, un laghetto di color verde smeraldo profondo una ventina di metri.

È il laghetto di Canèe, attorno al quale sono nate diverse leggende. Una racconta di un vortice capace di trascinare sott’acqua persino il bestiame: una mucca scomparsa nel lago sarebbe addirittura riapparsa a Milano. Un’altra rievoca un castellano che, a causa di un tragico equivoco, uccise la madre della giovane sposa. Per punizione venne chiuso in un sacco e gettato nel Canèe; durante le tempeste, secondo il racconto, le sue mani tornerebbero ancora a mostrarsi sulla superficie.

Ma per me, il volto del Visagno rispecchia le cicatrici delle battaglie reali piuttosto che delle speculazioni di carattere mitologico. Nel Novecento il lago suscitò anche interessi molto più concreti, legati alla possibilità di sfruttarne le acque per la produzione energetica. Nel 1934 la Motor Columbus AG commissionò uno studio che escluse però l’ipotesi di realizzarvi un invaso: «Si presenta molto male ad essere invasato; la possibilità di accumulazione in questa zona viene quindi scartata».

Fu dunque la grande solidità della montagna a preservarla dalla cementificazione? Chiamando un geologo del Museo di storia naturale di Lugano vengo a sapere che il Pizzo di Claro è composto da tre strati di rocce metamorfiche. Il primo più in basso è costituito da anfibolite, una roccia scura e pesante. Su di esso poggia uno strato di due tipi di gneiss, mentre il terzo è composto da marmo, facilmente ammirabile in vetta. Il pizzo dunque è una montagna solida e difficilmente modellabile dall’erosione, un fattore piuttosto sfavorevole per gli erettori di dighe.

Mentre continuo sulla cresta, valutata con un PD+ di grado III, osservo il volto del gigante di pietra che, col cambiare della luce, muta gradualmente il suo aspetto. Il suo volto si dissolve come il riflesso sull’acqua colpito dalle onde. Poi sparisce, ponendo fine alle mie paranoie alpinistiche più profonde.