L’ultimo Paese in cui perdersi

by azione azione
14 Ottobre 2026

In Corea del Sud le mappe pubbliche non guardano a nord e il navigatore, ancora oggi, non funziona. Da Seoul a Busan con due cartine lontane un secolo e mezzo

Uscita 6 della stazione Euljiro 3-ga della metropolitana. Mi fermo davanti al pannello con la piantina del quartiere e provo a orientarmi. Qualcosa non torna. Guardo la rosa dei venti nell’angolo: il nord punta di sghembo, verso le tre di un quadrante immaginario. La mappa è ruotata di quasi novanta gradi. Il tanto che basta perché la via che ho davanti, che punta a est, stia dritta in cima al foglio. E perché io – che ho passato la vita a credere che il nord fosse una specie di dogma – debba girare la testa come un piccione.

Non è un errore di stampa, è una scelta. Le piantine coreane nei luoghi pubblici sono orientate verso ciò che il passante ha davvero davanti agli occhi. A volte due mappe nello stesso posto ma su due lati di una parete sono esattamente speculari l’una all’altra. Si chiama heads-up mapping: chi si ferma lì non deve capire dov’è il settentrione, deve capire da che parte girarsi. Impeccabile. Salvo per noi occidentali: noi siamo abituati a orientare il mondo, i coreani orientano sé stessi.

In Corea del Sud, Paese dell’hi-tech, Google funziona in modo limitato a causa del conflitto con la Corea del Nord

Ci metto un po’ a entrare nella logica, scoprendo nello stesso tempo che quei pannelli sono la cartografia più affidabile che ho a disposizione. Perché in Corea del Sud, il Paese degli smartphone e dell’hi-tech, Google Maps non funziona. O meglio: funziona solo un po’, come un’automobile che non sterza. Ti dà gli orari dei mezzi, ma non i percorsi a piedi o in auto. Niente navigazione passo passo. Un viaggio in Corea passa infatti per un rito di iniziazione appena atterrati a Incheon: scaricare Naver, il navigatore locale. Che sa tutto, ma lo dice in coreano.

La ragione è nel conflitto congelato con la Corea del Nord. Per due volte, dal 2007 in poi, Seoul ha respinto la richiesta di Google di esportare su server stranieri i dati cartografici in scala 1:5000, un centimetro ogni cinquanta metri. Un Paese tecnicamente ancora in guerra non regala la posizione delle proprie batterie contraeree. Il paradosso è che ancora oggi Maps rappresenta la Corea del Nord meglio di quella del Sud.

Le cose però stanno per cambiare. Lo scorso febbraio, il governo ha detto di sì a Google per la prima volta. Con alcune condizioni: i dati grezzi restano su server coreani e le installazioni militari vanno sfocate. Tra le ragioni della svolta c’è il turismo, in fortissima crescita nel Paese. In futuro, il viaggiatore che scenderà a Euljiro non avrà più bisogno di piegare la testa davanti a quel pannello.

Il Cheonggyecheon scorre qualche metro sotto il livello della strada, un corso d’acqua nel centro di Seoul: gente scalza lungo le rive, il traffico che resta di sopra. Sulla parete nord, tra i ponti Gwanggyo e Samilgyo, corre per 200 metri un corteo di ceramica: quasi 2mila personaggi. È la riproduzione del banchado del 1795, la processione con cui re Jeongjo scese a Hwaseong per visitare la tomba del padre e festeggiare i sessant’anni della madre.

Un signore in giacca beige cammina lungo il muro. «Mr. Park», si presenta. Viene ogni sera e ogni sera arriva in fondo al corteo. Mi ferma davanti a una portantina laccata. «Cerca il re?». Lo cercavo. «Non c’è». Il sovrano non poteva essere raffigurato: quella è la lettiga della madre, e lui è l’assenza attorno a cui marciano le migliaia di figure della corte. Poi Mr. Park mi fa notare le due file di guardie che fiancheggiano la strada: sono disegnate l’una capovolta rispetto all’altra, perché il corteo è visto dall’alto ma nel dipinto non esiste un punto d’osservazione universale. «Ognuno sta in piedi dal lato di chi osserva», dice. I coreani, si è capito, hanno un rapporto particolare con la rappresentazione dello spazio.

Negli stessi giorni in cui Seoul cedeva alle richieste di Google, per una curiosa coincidenza, il Museo Nazionale di Corea a Yongsan ha srotolato per intero, per la prima volta, il Daedongyeojido, la Grande mappa del Paese d’Oriente: sei metri e settanta d’altezza, una rappresentazione completa di Nord e Sud che ti sovrasta come un gigantesco arazzo.

L’incise su legno nel 1861 – il dodicesimo anno del regno di Cheoljong – il cartografo Kim Jeong-ho, tagliando la penisola in ventidue fasce orizzontali, ciascuna larga una cinquantina di chilometri. Lungo le strade corrono puntini a intervalli regolari, uno ogni dieci ri, quattro chilometri. E simboli distinti per uffici, guarnigioni, magazzini. Kim voleva che il Paese lo potessero leggere tutti, non solo la corte del re Cheoljong. Per un secolo i coreani hanno imparato a scuola la magnificenza di quest’opera che oggi tutti possono vedere appesa nell’atrio del museo.

Proprio da Yongsan, a un quarto d’ora di camminata con Naver dal museo, partono i treni per il sud. Alle 14 e 15 il KTX scivola fuori dalla stazione, scavalca il fiume Han e si infila nella linea Gyeongbu. Fino a Busan, all’estremità sudorientale, attraverso sette dei ventidue libretti di Kim Jeong-ho: uno ogni quarto d’ora circa, alla velocità che a lui sarebbe costata una settimana di cammino. Fuori scorre la pianura del riso, quadrati d’acqua che riflettono un cielo bianco, i tunnel di plastica delle serre, un poggio di tumuli funerari erbosi come dorsi di balena, e ogni tanto una galleria che azzera tutto per venti secondi.

Seduto accanto a me, un signore in giacca a vento tira fuori dal taschino un cartoncino piegato in quattro. È un orario ferroviario di carta, di quelli stampati, che non esistono quasi più. Byung-ho ha settantun anni, per trentaquattro ha lavorato per le ferrovie coreane, e adesso gira il Paese con lo sconto per i pensionati. Gli chiedo perché non usi il telefono. «Lo uso», risponde, e me lo mostra. «Ma questo lo so leggere meglio». Poi mi spiega una cosa che nessuna mappa dice. «In ferrovia non abbiamo mai detto nord e sud. Si dice sanghaeng e hahaeng: «andare su» e «andare giù». Verso Seoul si sale, da Seoul si scende». Obietto che è una convenzione che confonde. Byung-ho scuote la testa: «Confonde chi? Il nord per noi è solo il posto dove finiscono i binari».

A Busan la ferrovia finisce contro il mare. È il capolinea meridionale della tratta. Quattrocento chilometri sui binari finiscono contro un reticolato, la zona demilitarizzata al confine con la Corea del Nord. Eppure, la costituzione della Corea del Sud considera come territorio nazionale l’intera penisola, proprio come il Daedongyeojido. Un’unificazione che, quando Google avrà completato il suo aggiornamento, esisterà anche nel mondo digitale. E per chi vorrà andare alla deriva urbana, resteranno le mappe nei luoghi pubblici. E non ci sarà bisogno di sapere dov’è il nord.