L'analisi di Santiago Farrell: a differenza di Giorgia Meloni, il premier spagnolo non controlla pienamente la sua maggioranza e dipende dall'appoggio degli alleati indipendentisti catalani
Rocambolesche le ultime vicende politiche di Spagna e del suo capo di Governo, il socialista Pedro Sánchez. Il premier aveva mobilitato la sua base di sinistra ed era assurto a simbolo dell’Europa che non china la testa, presentandosi come un contrappeso al presidente Donald Trump, sfidandolo apertamente sulla difesa dell’ambiente e boicottando la guerra all’Iran. Si era guadagnato l’appoggio degli elettori alla sinistra del Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) offrendo una strada verso la regolarizzazione a più di un milione di persone prive di documenti, presentandoli come soggetti fondamentali per la crescita dell’economia. Il caotico ingresso di circa 80’000 migranti (secondo le stime citate dal Parlamento europeo) nel luglio scorso a Ceuta, enclave spagnola in Nord Africa, ha offuscato quel successo politico e ha dato una spinta all’opposizione conservatrice, dal Partito popolare all’estrema destra di Vox.
Quando vede il baratro, Sánchez tenta il doppio salto mortale
Così, quando a inizio ottobre i parlamentari spagnoli hanno respinto la proposta socialista di misure straordinarie per calmierare il caro affitti e fermare le licenze di sgombero – un diritto alla casa reclamato in piazza da decine di migliaia di persone – lui ha giocato il tutto per tutto. Ha presentato due decreti d’urgenza che bloccavano gli sfratti e garantivano il rinnovo automatico dei contratti. Non era inimmaginabile che i suoi nemici, interni ed esterni, li avrebbero affossati. Hanno votato contro i decreti il Partito popolare, che è il principale partito d’opposizione, l’estrema destra di Vox e, soprattutto, Junts, il partito indipendentista di Carles Puigdemont che è stato la chiave dell’investitura di Sánchez nel 2023, in cambio della promessa dell’amnistia ai separatisti.
Non solo Madrid, ma anche altre 50 città spagnole si sono riempite di persone che protestano agitando mazzi di chiavi in grandi manifestazioni indette dai Sindacati per la casa. Nella capitale da anni non si vedeva una mobilitazione di strada così grande. Tira aria di un nuovo sciopero generale, nel mese di novembre. La casa è un diritto di tutti e i recenti sondaggi lo dicono chiaramente: nuove leggi a tutela dei cittadini sono una priorità per la quasi totalità degli spagnoli, a prescindere dal colore politico.
La tensione emotiva nel Paese è ulteriormente aumentata a causa della notizia della morte di Maricarmen Abascal, l’anziana di 87 anni il cui drammatico sfratto a Madrid aveva innescato l’intera ondata di indignazione nazionale a fine settembre. Nel frattempo, come racconta «Il Post», Sánchez ha sfidato nuovamente il Parlamento: il suo Consiglio dei ministri ha riapprovato d’urgenza gli stessi decreti bocciati, blindandoli fino alle elezioni anticipate, che ha convocato per il prossimo 29 novembre, con nove mesi di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura. Il premier ha colto la sconfitta parlamentare come un’opportunità per sfidare le destre e stanare l’ambiguità dei suoi alleati esterni. Il Partito popolare sta scommettendo sul fatto che, senza l’appoggio degli indipendentisti catalani, il fronte guidato dal Psoe crollerà, e tenta così di trasformare il voto in un referendum sullo stesso Sánchez.
Le denunce
Gli avversari del Psoe fanno inoltre da megafono a una serie di denunce per casi di corruzione che coinvolgono i consiglieri più stretti del capo del Governo socialista, sua moglie e suo fratello, i quali negano ogni accusa. José Luis Ábalos, suo ex ministro e il consigliere Koldo García hanno ricevuto dure condanne dalla Corte Suprema. Sánchez non è indagato di nessuno di questi procedimenti e denuncia una persecuzione politica. Ma l’accumulo delle inchieste pesa. Perché allora tenta il tutto per tutto sperando di vincere le elezioni anticipate? Perché questo è il suo dna politico: quando vede il baratro, tenta il doppio salto mortale. L’ha già fatto altre volte e gli è andata bene. Nel maggio 2023, dopo una brutta sconfitta nelle elezioni comunali e regionali, ha anticipato le elezioni generali e contro ogni previsione ha salvato la maggioranza. Lo aveva già fatto nel 2019, dopo che il Congresso aveva bocciato la legge di bilancio. Sánchez ha costruito la sua carriera sull’idea che lo scenario peggiore sia stare ad aspettare. Preferisce scegliere il campo di battaglia piuttosto che lasciare che l’usura scelga per lui.
Dice ad «Azione» Santiago Farrell, analista politico argentino e profondo conoscitore della realtà spagnola: «Quel che accade in Spagna è il prodotto di un processo di polarizzazione crescente che si avvicina alla polarizzazione assoluta. Il sistema politico spagnolo, esattamente come quello italiano, richiede alleanze per garantire la stabilità di Governo. Il primo problema di Pedro Sánchez è che, alla sinistra del Psoe, controlla ben poco. Non riesce a esercitare la disciplina che, per esempio, Giorgia Meloni riesce a ottenere dalla sua pur litigiosa maggioranza di destra in Italia».
Sánchez – continua l’analista – dipende da una rete di alleanze, soprattutto con nazionalisti e indipendentisti. Con i nazionalisti baschi il Psoe intrattiene rapporti da decenni; con gli indipendentisti catalani collabora dall’inizio della legislatura. Sia i baschi sia i catalani sono partiti essenzialmente conservatori perché, secondo Farrell, guardano a un passato idealizzato: cercano di tornare a una sorta di Arcadia che non è mai esistita, a un’epoca mitica nella quale amano immaginare di essere stati felici. Sánchez è nelle mani di Junts, a cui interessa soprattutto accelerare il processo indipendentista, anche a costo di complicare la vita all’Esecutivo. Junts sa che un referendum sull’indipendenza della Catalogna, nelle forme attualmente previste dall’ordinamento spagnolo, richiederebbe una modifica costituzionale di ampia portata e non potrebbe essere deciso unilateralmente dalla sola Catalogna.
È morta Maricarmen Abascal
«Il sostegno parlamentare di Junts al Governo ha come obiettivo principale ottenere concessioni politiche e legislative favorevoli alla causa indipendentista. Già qualcosa è stato ottenuto: l’approvazione della legge di amnistia per numerosi dirigenti e attivisti coinvolti negli eventi indipendentisti del 2017, nonché il venir meno degli ostacoli giudiziari che hanno consentito a Carles Puigdemont di rientrare in Catalogna dopo anni trascorsi all’estero, da lui definiti di esilio politico». Tutto lascia pensare che Puigdemont non perderà l’occasione offerta dalla mobilitazione di piazza per dimostrare al mondo di essere tornato a casa da vincitore.
