A colloquio con Nicholas Fox Weber, direttore della Josef and Anni Albers Foundation e curatore della mostra
Nicholas Fox Weber, direttore della Josef and Anni Albers Foundation, è anche il curatore della mostra di Varese, che ha voluto concepire come un momento di meditazione a partire dalle opere esposte. Per i lettori di «Azione» racconta questa e altre iniziative.
Cosa aspetta i visitatori della mostra in corso a Villa Panza?
Sono passati 55 anni da quando ho iniziato a occuparmi delle opere di Albers e credo davvero che questa esposizione sia un’opportunità speciale. Perché Villa Panza è un luogo elegante, meraviglioso, aperto sulla campagna, con i suoi ambienti così spaziosi e pieni di luce. Il lavoro di Josef cresce se ha abbastanza spazio attorno a sé, e la maggior parte delle sue mostre sono compresse.
Nella media delle mostre, su un muro lungo dieci metri potrebbe essere necessario collocare fino a quattro tele. In questa mostra, su dieci metri di superficie, ci si può permettere di avere un solo dipinto. Non sarà per forza nel centro esatto, ma piuttosto si apprezzerà nel migliore dei modi e diventerà immediatamente molto, molto più potente. Potrei dire che lo spazio attorno alle tele e la loro giustapposizione possono essere considerati proprio come le note e i silenzi della musica, una musica visiva.
Perché ha scelto questo titolo, Meditazioni?
Questa mostra, sebbene di dimensioni contenute, fa sì che ognuna delle opere ti trattenga, ti fermi. Puoi finalmente prendere il tuo tempo di fronte ad ognuna di esse. La prima parola che ho scritto nel catalogo è stata «Fermati», perché vorrei davvero che le persone possano prendersi il tempo per indugiare ed entrare nell’opera, per guardare e lasciare che il colore li riempia. Non facciamoci domande come «Dove si pone quest’opera nella cronologia?». Oppure: «Come si colloca rispetto all’esperienza di Albers al Bauhaus?». Niente di tutto ciò importa tanto quanto il sentimento del dipinto. Permettiamo davvero ai colori di entrare dentro di noi. Ecco ciò che vorrei raggiungere con questa mostra.
È sempre molto difficile spiegare come si guarda a un’opera astratta. Qual è il modo migliore per affrontare le opere di Albers?
Direi di assumere lo stesso atteggiamento che si avrebbe di fronte ad un brano musicale. Non sai cosa succederà , non sai dove ti porterà . Non c’è un modo sbagliato di guardare alle sue opere. Quello di cui hai bisogno è di vedere e non di capire perché c’è quella specifica area dipinta di quel determinato colore. Quello che serve è sentire che effetto ha su di noi: ti rende triste? ti rende felice? fa sì che tu respiri più lentamente? Lasciate semplicemente che prenda forma in voi. Proviamo a fare un parallelo con la meditazione: certe persone chiedono come si faccia a meditare. Quando si fa meditazione trascendentale, la risposta potrebbe essere: «Ascolta il tuo mantra». Ciò significa semplicemente: rimani seduto lì e lascia che i tuoi pensieri scorrano dentro e fuori da te, proprio come l’aria che respiri. Ecco la mia risposta su come si guardano i dipinti di Albers: non abbiate paura. Non c’è possibilità che lo facciate nel modo sbagliato.
Nonostante lei sia uno storico dell’arte, ha un approccio molto istintivo all’osservazione delle opere. Potrebbe dirci come ha iniziato a occuparsi di arte?
Direi che ho cominciato a interessamene quando ero un bambino molto piccolo: mia madre era pittrice e su una parete di casa nostra c’era un’opera di Henri Matisse. Non si trattava certamente di qualcosa di costoso, ma aveva forme e colori meravigliosi. Sin da piccolo mi riempiva di gioia. Quando avevo dieci anni mi portarono in un museo locale. Mi lasciarono girare per le stanze e mi innamorai subito di un dipinto di Mondrian, senza sapere chi fosse Mondrian. Questa è l’esperienza che mi auguro possano fare i visitatori di Villa Panza. Come un bimbo, entrare e godere di questo momento mentre le cose accadono.
Ci ha raccontato che si occupa del lavoro degli Albers da molti anni. Com’è iniziato questo suo impegno?
Quando avevo 17 anni, iniziai a studiare Storia dell’arte alla Columbia University con un insegnante meraviglioso, Meyer Schapiro, che ha avuto un impatto enorme su tutti noi. Poi, d’estate trovai un lavoro in un campo estivo dove si insegnava tennis e mi innamorai di una ragazza, purtroppo non ricambiato. Ma accadde che sua madre venne a trovarla e cominciammo comunque un legame di amicizia, tanto che mi invitarono in seguito a casa loro. Quando entrai, di fronte a me c’erano otto opere di Josef Albers che mi affascinarono tanto quanto solo la musica aveva fatto prima. Poi, in un locale più piccolo, trovai anche due tessuti di Anni Albers. Non avevo mai sentito parlare di lei: quando vidi il suo nome, pensavo che fosse la figlia. Mi spiegarono che invece era sua moglie.
Sempre in quella casa c’erano un’opera di Morandi, una piccola tela di Jackson Pollock e una di Ben Nicholson. Erano persone che sapevano davvero usare i loro occhi. Cominciai così ad appassionarmi al loro lavoro tanto che, durante i miei studi successivi a Yale, trovai il modo di incontrare Anni e Josef. Avevo allora 22 anni e fu così che tutto cominciò.
Oggi qual è la funzione della Fondazione Albers?
Fu creata nel 1971 dagli Albers come fondazione senza scopo di lucro ed ereditò le opere dei due artisti al momento della loro morte. Furono loro a stabilire lo scopo di questa fondazione: «La rivelazione e l’evocazione della visione attraverso l’arte».
Perciò non volevano creare una fondazione solo dedicata ai propri lavori?
Esatto. Il primo progetto finanziato furono delle borse di studio per studiosi di antropologia per l’approfondimento dell’arte pre-colombiana. Adesso abbiamo dei progetti nel settore medico e in quello dell’educazione in Africa. Abbiamo costruito una residenza per artisti in collaborazione con gli abitanti di un villaggio del Senegal, dove abbiamo costruito anche una scuola e sosteniamo l’ospedale locale. Tutto ciò è in linea con la fiducia dei coniugi Albers nell’idea che, anche con mezzi minimi, si possa ottenere il massimo effetto.
Nei suoi studi lei si è occupato molto di mecenatismo. Può dirci qualcosa al riguardo?
Sì, mi sono occupato di alcuni collezionisti che, molto coraggiosamente, durante gli anni Trenta del secolo scorso, acquisirono opere per i musei degli Stati Uniti e sostennero le arti. Queste vicende mi hanno appassionato perché in esse emergeva chiaramente come l’arte non sia un investimento finanziario. Sono così stanco di persone che parlano di quadri in termini di «questo ha acquisito valore e questo ne ha perso». Non è questo il punto. Il punto è che con la grande arte si rende la vita delle persone migliore.
