Annelise Bergmann-Zürcher racconta dieci anni di lavoro in un Centro federale di accoglienza per richiedenti l’asilo
Ci sono libri che ci colpiscono nel profondo non per l’originalità della storia e tantomeno dello stile, ma perché ci raccontano qualcosa che tutto sommato già sappiamo in un modo così diverso da costringerci a fare i conti con noi stessi. Sono libri rari. Sono libri che bisogna leggere.
È questo il caso di Storie dai margini. Percorso di un’infermiera scritto da Annelise Bergmann-Zürcher e pubblicato in italiano da cascioeditore (Lugano 2026) con la traduzione di Gabriella Soldini e la prefazione di Giona Mattei. Il libro, più che un racconto, è un’intensa testimonianza di un’infermiera che ha lavorato per più di dieci anni in un Centro federale di accoglienza per richiedenti l’asilo della Svizzera romanda. Annelise Bergmann-Zürcher ci accompagna lungo un percorso lavorativo che in pochi conoscono e di cui in effetti non esistono molte altre testimonianze dirette. La sua esperienza, scrive, inizia con una domanda posta in modo brutale durante il colloquio di assunzione: «Trova scioccante che la nostra impresa faccia degli utili sulle spalle dei richiedenti?». Scoprirà poi che «il fatto di essere tenuta in qualche modo, grazie al mio lavoro, a far guadagnare soldi al mio datore di lavoro non ha facilitato le mie decisioni e ha moltiplicato i miei scrupoli. Ho spesso dovuto battermi con asprezza per far rispettare dei criteri di cura che andavano contro gli interessi economici dell’impresa, anche se questi non venivano esplicitati negli obiettivi ufficiali e ancor meno nei discorsi di circostanza».
Nei brevi capitoli che compongono il libro vi è spesso un protagonista, un incontro particolarmente significativo che ha lasciato nell’autrice un ricordo indelebile. Come quello con il bambino del capitolo Ben fatto, piccolo Joy o con le tre sorelle afgane del capitolo Un giorno di novembre. Sono donne, uomini, ragazzi, famiglie intere, bambini, anziani. Chi arriva malato, anche in fase terminale, chi con segni evidenti di torture o di abusi. Impossibile non essere sopraffatti da una casistica così varia, dolorosa, lontana dall’esperienza maturata in un normale contesto svizzero. Così scrive l’autrice: «la storia del mio percorso di infermiera con i migranti è anche questo: la perdita di riferimenti, di certezze, di principi. In un certo senso una decostruzione mentale per posare, mattone dopo mattone, convinzioni meno consuete ma più solide».
Il racconto è scritto in prima persona e ci accompagna in anni dedicati alla cura nel senso più ampio e nobile del termine. Anni che porteranno Annelise Bergmann-Zürcher al limite delle sue possibilità . «Strada facendo – si legge nella prefazione di Giona Mattei – non riuscirà più a sopportare né il male che è stato inflitto ai suoi pazienti prima di giungere in Svizzera, né la loro disumanizzazione da parte della nostra società di accoglienza». La consapevolezza di un esaurimento fisico e psichico non attenua però la forza della sua voce. Leggere Storie dai margini riporta il discorso sui migranti, fatto troppo spesso solo di cifre e infinite discussioni politiche tra Stati, a un livello etico e umano che tendiamo a omettere, sottacendolo anche a noi stessi.
