Il maestro tedesco è protagonista di un’esposizione nella suggestiva Villa Panza di Varese con dipinti raramente esposti al pubblico
Josef Albers non era tra gli artisti collezionati da Giuseppe Panza di Biumo: quando negli anni Cinquanta del Novecento il conte incominciò a mettere insieme la propria raccolta, il pittore tedesco, nato nel 1888, apparteneva già alla storia e non rientrava ormai più nel novero delle figure emergenti a cui il lungimirante intenditore d’arte italiano era interessato per attitudine e per metodo. Eppure, la presenza di alcuni cataloghi di Albers nella biblioteca personale di Panza tradiva senza alcun dubbio la grande ammirazione che quest’ultimo nutriva nei confronti di colui che era riconosciuto come uno dei più grandi esponenti del panorama artistico del XX secolo.
D’altra parte non poteva che essere così, visto che il lavoro del pittore di Bottrop esplorava il colore, la luce e la percezione secondo le modalità che il conte avrebbe considerato affini alla propria sensibilità e che avrebbe ricercato poi nelle creazioni degli artisti da lui collezionati. L’opera di Albers può quindi a buon diritto essere ritenuta una delle premesse più alte delle indagini da cui Panza era affascinato, nel segno di una visione condivisa dell’arte basata sull’incontaminata essenzialità degli elementi pittorici e sulla loro potenza narrativa.
Ecco allora che la mostra dedicata ad Albers negli spazi di Villa Panza a Varese, a cinquant’anni dalla morte del pittore, vive della profonda vicinanza tra queste due figure votate ad affrancare lo sguardo da tutto ciò che non è sostanziale, così da godere dell’arte come fonte di appagamento per l’anima. Prassi rigorosa e trascendenza, estetica e lirismo: la rassegna varesina, curata da Nicholas Fox Weber, Direttore della Josef & Anni Albers Foundation, si presenta come un dialogo tra i dipinti dell’artista e gli spazi della dimora, capace di predisporre il visitatore a un itinerario sensoriale in cui la calma e la meditazione sono la chiave per la vera comprensione dell’atto creativo.
Albers, non a caso, è stato uno dei pittori che più ha creduto nel potere dell’arte di aprire gli occhi. «Ciò che conta è vedere», sosteneva con la fermezza di chi sa che la meraviglia può scaturire solo dall’esperienza diretta. Albers usava mezzi minimi per ottenere il massimo effetto: con pochi colori, disposti in quadrati secondo una rigorosa proporzione matematica, è riuscito a evocare una nuova dimensione della bellezza.
Albers credeva nel potere dell’arte di aprire gli occhi: «Ciò che conta è vedere», e la meraviglia scaturisce dall’esperienza diretta
Assiduo sperimentatore, il pittore tedesco ha dedicato la sua brillante attività artistica e pedagogica all’analisi del colore e delle sue interazioni. A conferma di ciò è una lunga e densa carriera che lo ha visto diventare, nel 1925, il primo studente del Bauhaus a cui è stato riconosciuto il grado di professore. Tra gli insegnanti più carismatici, qui Albers si è distinto per un metodo oggettivo, incoraggiando gli allievi a sviluppare un pensiero costruttivo attraverso la ricerca pratica.
Con il trasferimento negli U.S.A., nel 1933, ha proseguito la sua docenza al Black Mountain College nel North-Carolina, anch’esso, come il Bauhaus, istituto d’avanguardia, orientando nel contempo la propria indagine verso un approccio inedito all’astrazione. I viaggi in Messico, l’insegnamento alla Yale University e l’evoluzione del suo linguaggio nella direzione di una sempre più incalzante esplorazione degli effetti cromatici gli hanno poi permesso di approdare a un’arte basata su una semplicità assoluta e su un poetico senso di infinito. Caratteristiche che gli hanno valso, nel 1971, la prima retrospettiva personale mai dedicata dal Metropolitan Museum of Art di New York a un artista vivente.
Grande ammiratore di Piero della Francesca, maestro dall’impareggiabile sensibilità cromatica, nonché di Paul Cézanne, figura per lui determinante sin da quando, appena ventenne, ha modo di vedere alcuni suoi dipinti al Folkwang Museum di Hagen che lo folgorano per la loro intensità luminosa, Albers ha intrapreso un viaggio con un’unica missione, quella di sondare tutte le potenzialità del colore affinché esso possa esprimere la sua natura profondamente spirituale.
La ricerca di Albers, che ha trovato il culmine negli Homage to the Square, serie iniziata nel 1950 e portata avanti fino alla morte dell’artista ventisei anni dopo, è diventata uno dei momenti salienti della pittura del Novecento. E se dapprima essa è stata guardata da pubblico e critica con circospezione, a poco a poco è stata compresa e apprezzata pienamente per la sua profonda rilevanza.
Dimostrando come il colore sia l’elemento più mutevole dell’arte, Albers ne ha sviscerato con rigore e chiarezza tutti gli aspetti più reconditi, dai diversi rapporti cromatici alla natura delle singole tonalità. Con i suoi raffinati esperimenti visivi ci ha invitato a guardare la tela per come si presenta ai nostri occhi, mostrando che ciò che è assolutamente piatto può apparire modulato e che la stessa tinta può manifestarsi in maniera differente a seconda di ciò che le sta accanto. «In modo calmo e sistematicamente ricettivo, simile a un Morandi davanti alle sue bottiglie, si meravigliava per l’effetto di un colore su un altro», scrive, a proposito dell’artista, il curatore della rassegna varesina nel suo saggio in catalogo.
La capacità di Albers di rivelare poeticamente il colore rendendolo energia viva si evince molto bene dalle opere allestite a Villa Panza, una selezione di ventinove lavori, molti dei quali esposti di rado, appartenenti alla serie Variant/Adobe, realizzata tra il 1946 e il 1966, e al già citato ciclo Homage to the Square.
Le due Varianti presenti in mostra sono nate, come le altre, dagli stimoli e dalle suggestioni che l’artista ha raccolto durante i suoi viaggi in Messico e in America Latina, soprattutto osservando le architetture delle case in mattoni di adobe. È così che le facciate a due porte tipiche di questi paesi sono divenute la matrice strutturale di una composizione dalla geometria rigorosa e dai colori puri.
Ecco, poi, un nucleo ben rappresentativo dell’ambiziosa serie degli Omaggi. In queste opere l’unità primaria è il quadrato, forma neutra e dalla perfezione intrinseca che Albers dispone sulla tela in una sequenza di tre o quattro elementi inseriti l’uno nell’altro secondo una regola matematica ben precisa, a delineare uno scenario fortemente dinamico, dove il colore ha la centralità assoluta. Ogni quadrato viene dipinto con il pigmento prelevato direttamente dal tubetto, senza alcuna sovrapposizione di una tinta a un’altra: lo spazio uniforme e piatto della superficie della tela acquista così luminosità e tridimensionalità, seguendo un ritmo rigoroso e al contempo vibrante.
Questi «piatti per servire il colore», come li ha definiti l’artista stesso, taluni dalla presenza più rarefatta, talaltri più pregnante, sono la perfetta fusione di razionalità ed emozione, di leggerezza e profondità. Sono l’esito più riuscito di un artista che ha sempre cercato di creare «il silenzio di un’icona».
