Alla Consarc di Chiasso, due serie fotografiche mettono a confronto immersione e distanza, trasformando il paesaggio in una riflessione sul tempo e sul nostro modo di osservarlo
La morfologia è la parte della grammatica che studia la struttura delle parole, ne stabilisce la classificazione e l’appartenenza a diverse categorie: nome, pronome, verbo, aggettivo eccetera. Che c’azzecca allora il titolo della nuova proposta della Consarc: Morfologie? L’arcano è presto spiegato: nella «personale» che la Galleria chiassese dedica a Andreas Seibert, lo spettatore è chiamato a leggere il rigoroso bianco&nero nell’opera del 56enne fotografo argoviese.
Già ospite a Chiasso della Biennale dell’Immagine (edizione 2004) e della Consarc di Daniela e Guido Giudici nel 2014 con opere di grandi dimensioni, e dopo una quindicina d’anni trascorsi a Tokyo – da dove spostava volentieri il suo interesse verso la Cina – Seibert testimonia il suo bisogno di «uscire da una foresta dantesca e, passando da quella pluviale, tornare così a una realtà che – pur non avendo geometrie precise – rappresenta qualcosa di consolatorio».
Di fronte alle immagini di Seibert è lecito pensare all’Uomo nell’Olocene, che Max Frisch scrisse a Berzona, paesino della Valle Onsernone. «Ogni paesaggio è un processo che si svolge al rallentatore – annota Guido Giudici. Non è mai semplicemente ciò che raffigura, ma piuttosto il risultato visibile di innumerevoli forze sovrapposte. Geologia, acqua, vegetazione, clima, lavoro umano e decisioni politiche sono tutti elementi che vi si rispecchiano.
Alcuni cambiamenti avvengono nel giro di pochi anni, altri così lentamente da sfuggire alla nostra percezione. Entrambe le opere ruotano attorno alla stessa domanda: come si iscrive il tempo nel mondo? Non come memoria. Non come storia, bensì come una forma che chiamiamo paesaggio».
«Ho vissuto a lungo a Tokyo – spiega d’altro canto Seibert –, però al limite della sua immensa area metropolitana. Vicino a casa c’erano un fiume e una foresta di abeti, ero circondato da una natura rigogliosa. Sicché, quando sono tornato in Svizzera, ho cercato un luogo che avesse caratteristiche simili». Lo ha infine trovato nella campagna bernese, a pochi chilometri da Thun, dove il fiume che vi scorre è ovviamente l’Aar, che nella cittadina-roccaforte militare forma pure un lago.
Negli spazi della Consarc sono proposte due serie di immagini. La prima, Floodplain Forest (2016-2017, realizzata con apparecchiatura analogica), raffigura pianure alluvionali: una full immersion nell’intrico di rami e foglie, la foresta come un’entità – luogo di smarrimento e nel contempo di rivelazione – che avvolge chi la osserva, «materia sensibile con cui entrare in sintonia».
La seconda serie di immagini, Vergegenwärtigung aller Zeiten (Rappresentazione di ogni tempo, dal 2018 sino a oggi), ci offre immagini realizzate con clic d’alta quota: paesaggi che diventano forme astratte sempre in balìa dell’imperante b&n, a parte una strisciolina azzurra appena visibile a occhio nudo: il vostro cronista se n’è accorto solo guardando la foto scattata alla Consarc!
«La mostra presenta quindi due forme di osservazione radicalmente diverse – spiega ancora Guido Giudici: la visione còlta da un punto ravvicinato e dunque immersiva, e quella che diviene astratta poiché realizzata da una grande altezza. Fotografie che non sono più un semplice documento, diventando bensì una speculazione visiva. Tra questi due poli, Seibert pone al visitatore attento una domanda sulla propria posizione nel mondo: siamo ancora all’interno di un paesaggio oppure ne siamo già usciti?».
Alla Consarc sono infine consultabili (e in vendita) alcuni libri di Seibert. In particolare China’s Internal Migrants, 2008, avvincente documentazione delle migrazioni dalle città costiere alle zone rurali; e China’s Huai River, 2012. Con il suo corso lungo più di mille chilometri, il fiume Huai divide a suo modo l’immenso territorio cinese in settentrione e meridione.
