Errare è umano. Errare anche nel senso di muoversi, spaziare, vagare, andare qua e là, partire senza direzione certa. Lo sappiamo bene oggi, guardandoci intorno, ma dovremmo saperlo da tempo visto che ciascuno di noi ha fatto esperienza di traslochi, di spostamenti, di viaggi lunghi e brevi, di emigrazione. Se non l’abbiamo fatta noi, quell’esperienza, l’hanno fatta i nostri padri, madri, nonni, nonne, zii e zie, antenati. Siamo ciò che siamo perché siamo emigrati o qualcuno è emigrato per noi. In questo senso, perseverare non è affatto diabolico, è inevitabile. Perseverare è diabolico solo quando errare significa sbagliare, come vuole un vecchio proverbio latino spesso attribuito (per errore) a Seneca, mentre deriva da un pensiero di Sant’Agostino, che diceva: «Errare è umano, diabolico è per animosità rimanere nell’errore». «Animositas» sta per testardaggine, superbia. D’altra parte, è pur vero che «sbagliando s’impara».
In Motto antico mai smentito. Storia e fortuna dei proverbi italiani (pubblicato da Carocci editore), il linguista Maurizio Trifone si sofferma sulla vitalità, anche in epoca digitale, delle espressioni di saggezza millenaria. Con tutte le varianti e le storpiature anche scherzose. Per esempio, partendo da «sbagliando s’impara», si può arrivare alle battute geniali di Marcello Marchesi (6): «Imparando si sbaglia», «Insegnando s’impara», «Querelando si para». Ed è lecito andare oltre, alludendo a certi mega governanti attuali: «Sbagliando s’impera». Oppure, partendo da altre frasi fatte o proverbi, si può arrivare a considerazioni tipo «la pubblicità è il commercio dell’anima» (sempre il grande Marchesi) o ai quiproquo di Totò (6): «Ogni limite ha una pazienza». C’è solo da sbizzarrirsi con un po’ di fantasia. Il libro di Trifone (5+) ci informa che «chi gode s’accontenta», «chi tardi arriva male parcheggia», «chi va con lo zoppo impara a zoppicare e… arriva tardi», «finché c’è morte c’è speranza», come disse il principe di Salina nel Gattopardo sentendo i rintocchi tetri di una campana. La saggezza popolare bisogna saperla usare.
Errare nel senso di sbagliare è umanissimo. E a volte è anche utile. Molte rivelazioni storiche, creazioni o scoperte impreviste provengono dall’errore: basta pensare a Cristoforo Colombo, a Fermi e ad Einstein, oppure alla Torre di Pisa. L’errore è una forma di conoscenza, ha scritto Gianrico Carofiglio in un suo fortunato libro (5). Ma l’errore può anche essere, indubbiamente, una forma di ignoranza, che non sempre va elogiata e non sempre è creativa. Qualche giorno fa, come ogni anno, sono uscite le castronerie dette dai ragazzi negli ultimi esami di maturità in Italia. Alcuni esempi: l’armistizio dell’ 8 settembre 1943 fu firmato dal maresciallo Bergoglio; Gente di Dublino è ambientato a Londra; il Giappone confina con la Polonia; Torino è il capoluogo della Toscana; la Guerra fredda fu combattuta al Polo Nord…
Con le conoscenze linguistiche siamo messi anche peggio che con la storia e con la geografia, se un consulente editoriale e traduttore come Massimo Birattari ha sentito l’esigenza di scrivere un «pronto soccorso grammaticale» intitolato ottimisticamente 101 errori di italiano che non farai mai più (Ponte alle Grazie editore). Consapevole che nulla va dato per scontato, Birattari, giustamente (5+), segnala anche apparenti banalità in cui non bisogna cadere, come le «flotte di ragazzi» al posto delle frotte o come il più classico «vietato entrare a dorso nudo» al posto del torso. E lasciamo perdere (ma non lasciamo perdere) gli accenti, gli apostrofi, la punteggiatura, per non dire della consecutio. Un disastro. E non solo perché spesso si scrive in fretta scambiandosi chat o mail, ma perché proprio sono andate perdute le regole-base.
E questo è il punto (anzi i due punti e il punto interrogativo): se sono andate perdute le regole costituzionali, civili, morali, comportamentali, per quale ragione dovrebbero sopravvivere quelle grammaticali? Ci salverà l’intelligenza artificiale? Magari, ma affidare il linguaggio all’AI significherebbe delegarle non solo la correttezza grammaticale ma il nostro ragionamento (giusto o sbagliato che sia). E sarebbe un errore. Uno di quei casi in cui errare sarebbe irrimediabilmente disumano (e non ci lascerebbe nemmeno il tempo di perseverare).