Il caffè dei genitori ◆ I ragazzi crescono in un mondo dove si teme che l’IA ci sostituirà nel lavoro: come incoraggiarli a seguire senza troppa paura la strada che più li appassiona?
L’idea che l’intelligenza artificiale rubi posti di lavoro e rallenti le assunzioni, colpendo soprattutto i più giovani, rimbalza ormai anche su TikTok, diventato una delle principali fonti d’informazione per i nostri figli. I video di licenziamenti condivisi sono un fenomeno tanto ricorrente da aver meritato un articolo sul «New York Times»: Guarda come perdo il posto su TikTok. L’impatto di questi messaggi, che spesso esasperano la realtà, alimenta nei più giovani una profonda sfiducia nel domani. A Il caffè dei genitori, lo sconforto dei figli è palpabile: «A che cosa serve impegnarsi nello studio, se poi resterò disoccupato?».
Negli ultimi mesi ci siamo chiesti più volte quale sia l’incoraggiamento giusto da dare ai nostri figli. Dopo aver consultato studi e statistiche sulle ripercussioni dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, abbiamo trovato la risposta altrove. L’illuminazione è arrivata da una riflessione del filosofo della scienza Telmo Pievani: «Se si osservano i premi Nobel degli ultimi dieci anni, si nota che sono stati assegnati a persone che, a un certo punto, si sono poste una domanda insolita, “deviante”. È andata bene e hanno aperto un nuovo, inaspettato campo di studi».
Non aspiriamo certo ad avere premi Nobel in famiglia. Il nostro desiderio, più semplicemente, è crescere figli capaci di seguire senza troppa paura la strada che più li appassiona, qualunque essa sia, fornendo loro gli strumenti giusti. La convinzione che abbiamo maturato è che, per riuscirci, gli adolescenti debbano imparare una cosa su tutte: l’importanza di porsi delle domande. Vediamo perché, proprio con l’aiuto di Pievani.
In un mondo in cui l’intelligenza artificiale sarà sempre più in grado di svolgere mansioni ripetitive, fornire risposte ed elaborare dati, la mente creativa che osa porsi interrogativi fuori dagli schemi possiede la chiave per aprire le porte del domani. Ecco perché vale la pena guardare da vicino chi, con una semplice domanda, ha cambiato la traiettoria della conoscenza.
Nell’estate del 1976, durante una vacanza a Madrid, la studentessa di ingegneria meccanica e aerospaziale Frances H. Arnold legge per caso La biblioteca di Babele (1941) di Jorge Luis Borges. Nel racconto, la Biblioteca raccoglie tutti i libri possibili, ciascuno di 410 pagine, costruiti combinando in ogni modo 25 caratteri. Tra miliardi di testi privi di senso, si nascondono rari volumi di senso compiuto, ma trovarli è quasi impossibile. Arnold immagina che anche il mondo delle proteine possa funzionare in modo simile. Le proteine sono lunghe catene costruite con venti aminoacidi, paragonabili a frasi composte da un alfabeto di venti lettere. Basta cambiare una sola lettera – una mutazione – perché la proteina assuma una forma o un comportamento diversi. Alcune combinazioni non producono nulla; altre, rarissime, generano funzioni essenziali per la vita.
Telmo Pievani: «I premi Nobel degli ultimi dieci anni sono stati assegnati a persone che, a un certo punto, si sono poste una domanda insolita»
Da questa intuizione nasce la domanda che le cambierà la vita: «E se la natura avesse esplorato solo pochi scaffali di questa immensa biblioteca? Se esistessero milioni di proteine mai provate, capaci di innescare reazioni nuove e utili all’uomo?». Molti scienziati liquidano l’idea sostenendo che, se la natura non le ha mai create, significa che non possono funzionare. Arnold, però, insiste. Per vent’anni introduce in laboratorio mutazioni casuali in proteine già esistenti, selezionando quelle più efficaci. Arriva così a una scoperta decisiva: alcune proteine possono evolversi fino a diventare enzimi completamente nuovi. Gli enzimi sono proteine specializzate che accelerano le reazioni chimiche; modificandole attraverso mutazioni e selezione, Arnold ottiene molecole capaci di fare ciò che in natura non esiste. Negli anni Novanta compaiono i primi enzimi evoluti artificialmente: lavorano su sostanze inedite, creano legami chimici sconosciuti alla biologia – perfino tra carbonio e silicio o tra carbonio e boro – e permettono di produrre farmaci, biocarburanti, vernici, detergenti e cosmetici con processi molto meno inquinanti. Per questa scoperta, nel 2018 Arnold riceve il Premio Nobel per la Chimica «per l’evoluzione diretta degli enzimi».
Pievani spiega a Il caffè dei genitori: «Nella didattica, nella ricerca, nelle scoperte che facciamo, le cose più importanti emergono perché ci siamo posti una domanda e abbiamo trovato qualcosa di completamente diverso da ciò che ci aspettavamo. L’algoritmo, invece, “fa piovere sul bagnato”, continuando a suggerirti ciò che già ti interessa. La curiosità, il pensiero laterale e le deviazioni sono ciò che ti rende davvero creativo». Poi aggiunge: «I Paesi che hanno scelto un’educazione più tecnica formano scienziate e scienziati bravissimi, che però usano le nuove tecnologie in modo “muscolare”: continuano a fare le stesse cose, solo più velocemente e in modo più efficiente. Ma se si guardano i Nobel degli ultimi dieci anni, si scopre che sono andati a persone che hanno saputo usare la tecnologia per farsi domande nuove, aprendo così campi di studio inediti».
Il pensiero va subito ad Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll: «Ogni cosa è curiosa – dice Alice quando vede un albero con una porta nel tronco – e credo sarà bene che entri subito». Ogni suo ingresso – nella Tana del Coniglio, nel campo di croquet, in Tribunale, al tavolo del tè del Cappellaio Matto – è dettato dalla voglia di scoperta e scandito da domande. Alice chiede al Ghiro, che racconta la storia delle tre sorelle Elsie, Lacie e Tillie che vivono nel pozzo: «E di che cosa si nutrivano?», «Ma perché vivevano in fondo al pozzo?», «Cosa tiravano?», «Io non capisco. Da dove tiravano su la melassa?». Sono domande impazienti e logiche all’interno di un mondo che ha perso la logica. È così che Carroll mostra la vera curiosità: accettare perfino l’assurdo e tentare di capirlo. In questo continuo chiedere, Alice non trova risposte, ma impara a non smettere di cercarle.
Capacità di interrogarsi, comprensione dei nessi tra le cose, discernimento critico: doti fondamentali da sempre, e oggi ancora di più. La nostra convinzione è che l’IA stia spostando la frontiera della conoscenza verso chi è capace di porsi domande che vadano oltre la logica superficiale delle risposte immediate, ormai accessibili a tutti con un clic. Ancora Pievani: «Questo per me resta un insegnamento fondamentale. Uno dei miei maestri, il grande genetista Luigi Cavalli-Sforza, mi diceva sempre: “Guarda, fatti un’idea delle pubblicazioni; se vedi che tutti stanno lavorando su quel problema lì, tu vai da un’altra parte, subito. Ti andrà male nove volte su dieci, ma se azzecchi quella volta, diventi uno scienziato”».
Uno scienziato allora è soprattutto un adulto che non procede con i paraocchi, ma con la mente aperta. Del resto, già Albert Einstein diceva: «Quando rifletto su di me e sui miei metodi intellettuali, mi sembra quasi che il dono della fantasia mi sia servito più della capacità di impadronirmi della conoscenza assoluta».
