Ponti che vengono da lontano

by azione azione
13 Settembre 2026

A colloquio con Jurij Meile alla vigilia della presentazione della sua prima stagione da direttore del Cinema Teatro di Chiasso

Chiasso, un crocevia delle genti, come molti altri luoghi di questo Ticino contrappuntato di valichi, ma forse addirittura più degli altri. I due versanti della dogana hanno sempre vissuto dei rispettivi vantaggi, chi attraverso i distributori di benzina, chi attraverso bottegucce da tempo scomparse sul versante svizzero. Chiasso anche come terra di rifugio, lo dimostra oggi il centro federale d’asilo, lo dimostrò nel 1945 la colonna militare tedesca che tentò di forzare l’ingresso in Svizzera, per evitare la resa agli alleati.

Chi vive lungo le fasce di confine lo sa, là la vita è un poco diversa, più imprevedibile, per il passaggio delle genti che la contraddistingue, con opportunità varie, che possono trasformarsi in carte vincenti per chi le sa cogliere. Oggi Chiasso, in un momento di trasformazione e stallo allo stesso tempo, ha particolarmente bisogno di una visione fresca, di una spinta che le permetta di essere associata di nuovo a concetti come «innovazione».

Come ha già fatto in passato con il m.a.x. museo e il Centro culturale in generale, la cittadina di confine ha dunque scommesso di nuovo sulla carta della cultura, assumendo, per la direzione artistica del proprio teatro, una figura come quella di Jurij Meile, personaggio a cavallo di identità, culture e visioni, grazie una biografia ricca di incroci culturali, fatta di paradossi solo apparenti, che lo vede figlio di una filologa pugliese e di uno storico dell’arte della Valle del Reno.

Domani 10 settembre Jurij Meile presenterà la sua prima stagione al Cinema Teatro di Chiasso, in quello che si prospetta un progetto sfaccettato e capace di uscire da una concezione classica e tradizionale di teatro. L’urgenza e il desiderio che si pare di percepire, infatti, sono di riuscire a creare un luogo aggregante, capace di inorgoglire cittadine e cittadini, facendo loro sentire che il Teatro è in fondo la casa di tutti. Jurij Meile, in questo senso, si è già messo all’opera a modo suo, presenziando regolarmente alla cassa del Cinema Teatro, felice di ricevere personalmente le prenotazioni, e ancor più di incontrare, conoscere e ascoltare.

Ed è proprio lì, nell’atrio dell’edificio progettato dall’architetto Americo Marazzi e decorato da Carlo Basilico, inaugurato nel 1935, che lo incontriamo.

Jurij Meile, lei racconta che un tempo, per molte persone, famiglia Meile compresa, Chiasso era il Ticino, o, al contrario, il Ticino era Chiasso.
Sì, perché era una terra di passaggio: quattro volte all’anno la mia famiglia, come moltissime altre, si recava al Sud. Noi andavamo in Puglia, a Bari, per visitare i nonni, e ogni volta si passava da Chiasso.

Ora però a Chiasso ci lavora, e questo dopo numerose esperienze diverse…
Sono cresciuto a San Gallo, dove ho frequentato anche le scuole, ma già dopo il liceo avevo capito che, pur essendo grato di essere cresciuto in Svizzera, e soprattutto in una città piccola e circondata dal verde, dovevo recuperare il mio lato italiano, dunque, decisi di andare a studiare in Italia, dapprima a Bari, poi a Roma, in Piemonte e all’Accademia del Teatro alla Scala, per infine tornare in Svizzera, dove ho frequentato, tra l’altro, l’Università di Zurigo, quella di Basilea e la Schola Cantorum Basiliensis. Sono felice di aver vissuto entrambi gli universi, e per questo forse mi piace tanto stare qui, perché a Chiasso riesco a sentire entrambe le parti della mia identità.

Culturalmente, cosa rappresentava per lei la Puglia?
Mi ha sempre affascinato la storia del Teatro Petruzzelli, inaugurato nel 1903, con cui Bari ancora oggi si identifica – insieme a San Nicola. Il Teatro era nato da una spinta della borghesia e dei commercianti baresi, dunque non per volere di duchesse o imperatrici, come ad esempio il Regio di Parma, il San Carlo di Napoli, o la Scala di Milano. Negli anni di maggior crisi della città, quei Novanta che videro la guerra in Jugoslavia, le ondate di rifugiati e l’approdo della famosa nave Vlora dall’Albania, con tutte le trasformazioni sociali che ne seguirono, Bari perse anche il proprio Teatro a causa di un incendio. Nel frattempo, per fortuna è stato ricostruito, e i baresi hanno ritrovato una parte importante della propria appartenenza identitaria.

Vede dunque delle similitudini fra ciò che avviene a Chiasso, colpita da una crisi che è in qualche modo in antitesi con i fasti economici del passato?
Anche questo teatro ha una storia molto interessante: nasce in un momento di fermento culturale ed economico, entra in crisi, rischia la distruzione e viene salvato da una comunità sensibile e convinta dell’importanza di una tale realtà. Chiasso forse non è una città di porto come Bari, ma probabilmente solo perché le manca il mare! È però una città proiettata geograficamente anche in Terra lombarda e la speranza è che possa essere un faro per la comunità.

Lei ama incontrare di persona il pubblico del Teatro, fra i suoi desideri vi è anche quello di ridare alla comunità locale la consapevolezza del patrimonio che possiede?
Penso che il Cinema Teatro sia stupendo in quanto a caratteristiche e stile. È un teatro con una squadra straordinaria, è democratico, e vi vige un equilibrio perfetto tra grande e intimo. Per me è importante il coinvolgimento di tutti, in primis i giovani, che mi piacerebbe vedere sia in platea, sia sul palco. Per questo lavoro a stretto contatto con le scuole. Anche qui, in fondo, si plasma il futuro della nostra società.

In questo ruolo di mediatore può certamente appoggiarsi anche a sue esperienze non legate solo al mondo dell’arte, come quella in Russia. Ce ne vuole parlare?
Sin da ragazzo, sono interessato al management culturale per quella sua caratteristica di stimolare il dialogo e di condivisione, motivo per cui, insieme a degli amici, diedi vita molto presto a un’organizzazione concertistica piccola, ma estremamente professionale, che vinse perfino un premio di una fondazione della città di San Gallo. In seguito, accanto alla mia attività prettamente musicale, mi sono dedicato a diversi progetti di mediazione, anche in Ticino, con CSI, SUPSI e la Scuola Teatro Dimitri. Nel 2012 vinsi un concorso del DFAE per Presenza Svizzera, diventando un project manager in ambito diplomatico: ero responsabile della comunicazione nazionale in Russia perché nel 2014 si festeggiavano i Giochi Olimpici di Sochi e i duecento anni di relazioni diplomatiche tra i due Paesi – iniziate nel 1814 quando, dopo il Congresso di Vienna, Zar Alessandro Primo inviò in Svizzera un primo ambasciatore, il greco Giovanni Capodistria.

Vi sono altri legami con la Russia, oltre al nome che porta?
Porto un nome russo perché i miei genitori non volevano né un nome italiano né svizzero, ma un nome breve che non offendesse nessuno in famiglia. Mio nonno materno, da giovane appena laureato in medicina, testimoniò in un processo contro un generale fascista e pochi giorni dopo fu mandato in Russia dal regime, nonostante avesse un figlio piccolo. Dopo dieci giorni, cadde prigioniero, ma riuscì a tornare. Sono quindi cresciuto con questo nonno che mi raccontava della Russia e mi insegnava delle parole in russo, poi, per conto mio, ho scoperto Dostoevskij, Tolstoj, Ciakovskij, Mussorskij, ecc., ed è nata una passione, che mi ha portato, a un certo punto, a studiare russo all’università di Zurigo, in Plattenstrasse – proprio nella strada dedicata a Fritz Platten, il politico svizzero che contribuì a organizzare il viaggio di Lenin, negoziandone il passaggio attraverso la Germania, da Zurigo alla Russia per andare a fare la rivoluzione. Prima di andarci per lavoro, avevo fatto numerosi soggiorni in Russia, e un po’ la conoscevo.

Senza entrare nel merito specifico della programmazione che verrà presentata a Chiasso domani, quali sono le sue visioni più in generale?
Trovo gli spazi del Cinema Teatro interessanti e plasmabili. C’è la possibilità di smontare la platea, come si fa con il jazz, e su questo giocheremo ancora di più. Vi è poi un bel foyer. Vedo il teatro come un salotto, come un luogo di incontro e scambio. In un mondo sempre più digitale e dove la critica teatrale diventa sempre più rara, uno spazio reale, vero, diventa tanto più importante: ci si parla direttamente, ci si emoziona insieme e si discute. Per me la cosa più bella è quando, alla fine dello spettacolo, la gente mi ferma per raccontarmi la propria opinione su quanto appena visto.