Quest’anno preoccupa il numero dei casi di annegamento nei nostri laghi e fiumi; ne parliamo con Rinaldo Kümin, coordinatore della Società Svizzera di Salvataggio-Regione Sud, e con Anna Nizzola, presidente di Acque Sicure
Ticino, aprile 2026. Le prime avvisaglie di quella che si rivelerà l’estate più calda di tutti i tempi ci sono già tutte. Meteosvizzera osserva che: «con un valore di 6,9°C, a sud delle Alpi la temperatura media di aprile 2026 è risultata di 3,3 °C superiore alla media 1991-2020. Si è trattato del secondo mese di aprile più caldo dall’inizio delle misure nel 1864. L’anomalia positiva è stata più marcata in montagna, dove ha localmente superato i +4 °C».
Proprio da una zona di montagna, la Valle Verzasca, il 17 aprile giunge la notizia di un annegamento. È un 17enne del cantone Berna. Il suo tuffo non si è concluso con un sorriso ed è, purtroppo, il primo dei dieci casi di annegamento che costelleranno i mesi di quest’estate: tre in piscine private, due nel fiume e cinque nel lago (v. tabella). L’ultimo risale allo scorso 29 agosto, nelle acque antistanti Brusino Arsizio dove, a 300 metri dalla riva, una 32enne del canton Zurigo, uscita in barca con il suo compagno, si è tuffata senza più riemergere. Il Ceresio, in quella zona, raggiunge gli 80 metri di profondità .
«Noi – precisa Rinaldo Kümin, coordinatore responsabile della Società Svizzera di Salvataggio-Regione Sud – non siamo abilitati a scendere a quelle profondità . Possiamo arrivare ai 30 metri, ma per andare oltre dobbiamo far capo a squadre specializzate dotate di mezzi adatti per un’immersione come questa che, inutile negarlo, è pericolosa e difficile. Nel caso di Brusino ci siamo perciò affiancati alla squadra della Polizia lacuale ticinese che, a sua volta, ha chiesto l’intervento del GRES (Gruppo specialista in ricerche subacquee delle polizie di Ginevra e Vaud) che sarebbe giunto in Ticino il 7 settembre. Nel frattempo, però, le ricerche sono proseguite sebbene il lago, a quelle profondità , sia un mondo molto complicato e scuro fatto di fango che tutto inghiotte». La tecnologia, in questo caso, si è però rivelata di fondamentale importanza. Grazie a un drone il corpo della donna è stato individuato a 72 metri di profondità nelle acque prospicenti Morcote. Erano, come precisa il comunicato stampa della polizia cantonale, le 13.30 del 4 settembre. Successivamente il corpo è stato recuperato.
Rinaldo Kümin, lei ricorda altri casi simili? «Ricordo benissimo un caso che risale al luglio del 2021 e che si risolse però in modo ben diverso. Due giovani erano usciti in barca. Arrivati in zona Capo San Martino uno si è tuffato, ma non è più riemerso. Le ricerche sono scattate immediatamente, ma lì la profondità del lago raggiunge i 200 metri e per perlustrare un’area di circa 40.000 metri quadrati, la Polizia lacuale dovette impiegare uno speciale sottomarino a comando remoto (ROV) e sistemi sonar. Come nel caso di Brusino si chiese l’aiuto degli specialisti del GRES che, allora, affiancarono noi e la Polizia lacuale ticinese. Il corpo di quel giovane non è però mai stato ritrovato, né allora né durante interventi analoghi condotti negli anni successivi».
C’è tristezza nella voce di Rinaldo Kümin, quella che prova chi per tutta la vita ha cercato di evitare che per un momento di piacere si possa anche morire. «Penso poi che, a volte, a morire è addirittura chi cerca di dare una mano. Uno dei casi che non dimenticherò mai è quello che alla Foce del Cassarate vide protagonista un uomo di 50 anni che, a inizio luglio 2021, si gettò in acqua vestito nel tentativo di salvare il figlio che – verosimilmente a causa della diversa temperatura tra l’acqua del lago e quella portata dal fiume – si trovava in difficoltà . Il figlio fu salvato, mentre il corpo del padre l’abbiamo recuperato a circa 18 metri di profondità ».
Ricordiamo che nel 2021 i casi di annegamento alla Foce furono due (entrambi cittadini stranieri). Poi, fino al 2025 quando a morire fu un 67enne domiciliato a Lugano, non se ne registrarono, come d’altronde quest’anno. Nove, in totale, i casi registrati nel 2021 che poi calarono anno dopo anno. Lei Kümin, come spiega l’impennata del 2026? «Potrei dirle che il caldo può aver indotto alcuni a raggiungere fiumi e laghi senza la dovuta preparazione. Potrei anche dirle che, spesso, si sopravvalutano le proprie capacità o, ancora, non si procede a un acclimatamento graduale del corpo favorendo quindi uno shock termico che interviene quando, da temperature troppo elevate, ci si tuffa in acque di 10-15° gradi più fredde. Tutte cose che diciamo, ripetiamo e diffondiamo da anni, ma… non basta mai e, francamente, a volte assale lo sconforto».
Difficile anche per l’arch. Anna Nizzola, presidente di Acque Sicure, la Commissione cantonale incaricata di promuovere la prevenzione degli annegamenti e la prudenza nei fiumi, nei laghi e durante attività come nuoto, immersioni e canyoning. «Non è possibile dare una spiegazione unica perché ogni annegamento ha una storia e delle circostanze diverse. Sicuramente quest’anno il numero è molto alto e deve farci riflettere. Laghi, fiumi e piscine vengono frequentati sempre di più e spesso si tende a sottovalutare quanto velocemente possano cambiare le condizioni. Quello che questi incidenti ci ricordano è che con l’acqua non bisogna mai abbassare la guardia. Come Acque Sicure dobbiamo continuare a lavorare soprattutto sulla prevenzione e sull’informazione».
Un rapido giro sul web permette facilmente di constatare che le informazioni per prevenire questi incidenti non mancano, così come non mancano nei bagni pubblici. È dunque ancor più amaro dover constatare che, rispetto al 2025 – quando gli annegamenti furono 4 più un incidente mortale di canyonig – quest’anno i decessi sono raddoppiati e, purtroppo, il 30 luglio, a Claro, la morte di una turista belga di 52 anni che stava praticando canyoning nel riale Censo non ha risparmiato neppure questo sport.
L’arch. Nizzola oltre a essere presidente di Acque Sicure è anche un’indiscussa autorità del canyoning. È inevitabile – le chiediamo – che in uno sport come questo ci scappi l’incidente anche mortale? «Guardi, il canyoning, come tutte le attività che si svolgono in montagna e in un ambiente naturale, comporta dei rischi. Questo però non significa che un incidente, tanto meno mortale, sia inevitabile. È fondamentale conoscere il percorso, valutare bene il meteo e la portata dell’acqua, avere una preparazione adeguata e sapere anche quando è il momento di rinunciare. Il rischio zero non esiste, ma con esperienza, prudenza e una buona preparazione può essere ridotto in modo importante».
Preparazione, esperienza e prudenza sono dunque elementi indispensabili, nel canyonig come nel nuoto (sia in superficie, sia in apnea). Rinaldo Kümin, come spiega allora il fatto che tra le persone decedute quest’anno ben quattro – tutti uomini – avessero superato i 70 anni? «Le persone anziane, che pure hanno esperienza, spesso sono portate a non valutare correttamente le proprie forze. Se le mie energie sono già ridotte a causa del caldo, non è certo gettandomi in acqua senza preparazione che risolvo il mio problema di spossatezza. Mi vien da dire che in certi casi lo aggravo visto che lo shock termico, al quale ho accennato prima, causa: blocco del respiro, aumento del battito cardiaco e aumento della pressione, tutti stati che possono essere particolarmente pericolosi. Quando si è giovani si è spesso portati a sopravvalutare le proprie capacità , ma… si è giovani. Per gli anziani, invece, quest’atteggiamento può rivelarsi fatale».
Pensare che viviamo nell’èra dell’Intelligenza artificiale, ma che poi, ogni anno, andiamo a scontrarci con l’imprudenza umana non può che metterci a disagio. Arch. Nizzola lei pensa che, alla luce dei dati di quest’anno, ci sia ancora spazio per delle soluzioni? «Certamente c’è ancora spazio per fare molto. La tecnologia può aiutarci, per esempio con previsioni e sistemi di allerta sempre migliori, ma alla fine la decisione resta alla persona. Credo che la cosa più importante sia imparare a riconoscere il pericolo e a non sopravvalutare le proprie capacità . A volte anche decidere di non entrare in acqua o rinunciare a un’attività è una scelta di responsabilità ».
Intanto la settimana scorsa l’anticiclone africano ci ha lasciati e, con le temperature che tornano a scendere, finiremo col credere che l’allarme lanciato a inizio mese dall’ONU a proposito del Niño non foss’altro che un’esagerazione. Forse, a questo punto, val la pena ricordare che i centri di calcolo internazionali, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale e la comunità scientifica elvetica hanno già emesso forti allerte climatiche per il 2027 a causa della formazione di un potenziale Super El Niño. Questo fenomeno rischia infatti di innescare ondate di calore globali senza precedenti che renderanno l’estate 2027 ancora più estrema di quella che ci apprestiamo a lasciarci alle spalle.
