Nello zoo umano delle donne giraffa

by azione azione
16 Settembre 2026

Fuggite dalla Birmania in cerca di lavoro, rimangono incastrate nella macchina del turismo thailandese che le mette in mostra come rappresentanti di un’etnia da catturare in uno scatto

L’autista è arrivato puntuale nel piccolo aeroporto di Chiang Rai, lo vediamo appena sbarcati dal volo da Bangkok agli arrivi. È un uomo basso di statura sorridente e dai capelli neri, un paio di Ray-Ban da sole, ci prende la valigia trascinandola verso il parcheggio. L’idea è di raggiungere il Triangolo d’oro, la triplice frontiera nel nord della Thailandia dove il fiume Rop Ruak confluisce nel Mekong e sulle sponde opposte ci sono Laos e Birmania (Myanmar), quella che una volta era la via dell’oppio.

Diversamente da altre zone del Paese, qui si percepisce un discreto benessere economico, «è una zona agricola molto fiorente – sostiene l’autista mentre guida cauto – e si è sviluppato molto anche il turismo». Non sarà mica per l’industria dell’oppio? Chiediamo. Dice che la produzione clandestina è diminuita drasticamente, le piantagioni sono state sostituite con caffè, tè, noci macadamia e frutta, per cui si è spostata nel Myanmar, oggi il più grande produttore insieme all’Afghanistan, ma nei boschi delle montagne che si vedono in lontananza, piccole coltivazioni sopravvivono ancora in aree remote, a volte portate avanti da minoranze etniche come i Lisu, Lahu o Akha per uso personale o per il mercato locale. Subito dopo l’autista ci avverte che sulla strada, se vogliamo, a una decina di chilometri da dove siamo, c’è il villaggio delle donne dal collo lungo, chiamate anche donne cigno o giraffa, possiamo fare una deviazione e arrivarci.

Queste donne appartengono all’etnia Karen Padaung e sono arrivate qui come rifugiate politiche dallo Stato birmano Kayah varcando il confine negli anni Ottanta a causa della guerra civile e delle persecuzioni che hanno subito dal regime militare, poi sono diventate prigioniere del sistema turistico e vivono in una zona collinare vicino alla statale che stiamo attraversando.

Alla fine di una sterrata arriviamo a un parcheggio, più avanti incontriamo il bar e poi la biglietteria. C’è un ingresso da pagare, 300 bath, meno di dieci euro, ci incamminiamo su una scalinata di terra battuta che scende, costeggiamo un laghetto poi arriviamo al primo insediamento, dove alcune donne anziane ci invitano ad avvicinarci alle loro capanne e acquistare con una certa insistenza degli oggetti di artigianato, peraltro prodotti in serie e di scarsa qualità. È mattina presto, siamo tra i rari visitatori, non c’è quasi nessun altro in giro. L’autista ci spiega che il parco etnografico è composto da otto piccoli villaggi, di poco distanziati uno dall’altro, tre ragazze con in mano dei fasci di legna ci vengono incontro sorridenti. Solo più avanti, vediamo le prime «donne giraffa», stanno sedute sulla veranda fuori dall’uscio delle loro piccole case di legno, in genere lavorano ai telai, con i quali confezionano sciarpe di seta colorate.

Sono miti e sorridenti, vestono abiti tradizionali e sul viso hanno disegni di cerchi e decorazioni dorate. Intorno al collo, invece, campeggiano gli anelli di rame come una gorgiera, ma l’origine di questo ornamento non si conosce, forse è nato come segno simbolico o di bellezza, di seduzione e fedeltà, qualcuno suggerisce per renderle meno attraenti agli occhi dei maschi delle tribù vicine. Mentre una leggenda narra che il popolo Padaung avrebbe offeso gli spiriti Nat, che successivamente li perseguitò mandando tigri minacciose contro la tribù, tanto che gli uomini fecero indossare gli anelli al collo delle donne per difenderle dagli agguati dei feroci felini, che notoriamente attaccano le prede mordendole sul collo.

Le donne che incontriamo hanno un portamento silenzioso e fiero, una mitezza nei piccoli gesti di saluto, una di loro spiega che questa pratica si inizia a cinque anni, «ogni anno si aggiunge un anello, fino all’età di ventuno, alla fine il collare può arrivare a pesare anche dieci chili». La verità è che di fatto non allunga il collo, ma schiaccia le clavicole comprimendo il torace, questo fa sì che i muscoli della nuca senza gli anelli metallici non riescano più a reggere il peso della testa.

Gli anelli fanno male, queste donne hanno problemi a mangiare, a stendere la testa per dormire. Nonostante vivano in una prigione a cielo aperto, le vedi comunque sorridenti e affabili, ma quando quei sorrisi si spengono affiora nei loro visi una profonda tristezza, quella di chi ogni giorno è costretto a recitare la parodia della sua vita domestica in un teatro all’aperto. Questa finzione rende tutto ancora più straziante. L’autista, che ha accompagnato qui chissà quante persone, nel vederci turbati spiega che «qui lavorano solo i maschi, che devono pensare alla sopravvivenza, le donne incontrano solo i turisti e si mettono in posa per farsi fotografare».

Fuori dalle case i banchetti con braccialetti e anelli, animali di legno e piccole donne giraffa scolpite e pitturate di rosso, di blu o di verde; il loro cellulare, appoggiato di fianco alle postazioni, perché anche qui nello zoo umano è arrivata la modernità. Lo chiamano turismo etnico, ma molte di queste donne che incontro sono rifugiate senza cittadinanza, prive di passaporto, sfruttate dal Governo, dalle agenzie turistiche e dai boss locali; hanno pagato per venire qui con il miraggio di un lavoro sicuro e adesso sono costrette a vivere in questo teatro dell’assurdo, mentre i mariti per sbarcare il lunario vendono manodopera sempre per il turismo nei parchi con gli elefanti.

Lo stato di «apolidi» senza cittadinanza thailandese limita la loro libertà di movimento e le rende dipendenti dal turismo, che diventa necessario per la sopravvivenza. Anni fa alcune di loro con l’aiuto di ong locali e l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) si sono ribellate, togliendosi gli anelli dal collo: erano disposti a ospitarle in Canada e Finlandia, ma non c’è stato verso, lo Stato thailandese non ha concesso il visto per l’espatrio. Alcune, forse per paura, confessano che sono fiere di continuare questa tradizione: «Finché stiamo qui riusciamo a vivere grazie al turismo e ai nostri prodotti artigianali, anche se il nostro sogno è tornare in Birmania».

Quando stiamo per andarcene, notiamo che è appena arrivato un gruppo di turisti americani, vestiti in modo pittoresco: sembrano degli scout, con i loro cappelli, gli abbigliamenti da Indiana Jones e le macchine fotografiche a tracolla, pronti a scattare foto che immaginano rare, memorabili. Altri arriveranno nel corso della giornata. La recita sta per ricominciare.