Jon Fosse racconta una remota comunità del Vestland segnata dalla solitudine e dall’alcol, in una rarefazione beckettiana sospesa sul mare
In un’intervista realizzata poco prima della sua scomparsa, Henning Mankell ha affermato che la ragione profonda del successo del crime novel nei Paesi nordici sarebbe dovuta all’eccessiva tranquillità , al conseguente tedio e in definitiva alla malinconia che caratterizzano quei territori. Al netto di un’affermazione certo provocatoria, Leopardi, Zanella e tutta una schiera di autori tra i quali ci sentiamo di includere Lucio Battisti («corrono dolcissime le mie malinconie» nei Giardini di Marzo), ci hanno insegnato che perfino dall’umorismo nero è possibile trarre alimento per la creazione letteraria.
Il norvegese Jon Fosse non scrive gialli. Quanto alla corda della malinconia, invece, lo includiamo volentieri tra gli atrabiliari. Che egli sia un caso singolare tra gli scrittori scandinavi lo dimostra il fatto che l’editrice milanese Iperborea, focalizzata sulla letteratura nordica, prima del conferimento del Nobel lo aveva in catalogo solo come autore per l’infanzia. D’altronde, a scorrere la sua biografia sembra che abbia fatto di tutto affinché il suo valore non venisse riconosciuto, e d’altra parte ci si sorprende di quanto abbia pubblicato nonostante le mille traversie di una vita dissipata.
Se è vero, come si dice, che ogni libro è un’autobiografia mascherata, non può non sorgere il dubbio che in Vaim (questo il titolo del testo pubblicato da La Nave di Teseo) Fosse abbia attinto a piene mani dal suo travagliato passato. Non a caso i personaggi, a cominciare dal protagonista, si iscrivono nella schiera dei perdenti, come gli antieroi di Hamsun o di John Fante.
In una trama a dir poco evanescente (a Vaim, anonimo villaggio di pescatori lungo la frastagliata costa norvegese, c’è così poca vita che se si sente bussare alla porta viene il dubbio che sia stato il vento), il protagonista, egli stesso pescatore, narra alcuni fatti insignificanti delle sue vuote giornate, alternandoli a una sequela di doglianze. Capiamo ben presto che è uno sconfitto, un reietto dalla vita talmente degradata da sostituire la cintura rotta con uno spago o da adattarsi a dormire vestito. E spesso i suoi discorsi sconclusionati sono impastati dall’alcol. Insomma, poco ci manca a definirlo un clochard. Questa sua abulica passività è subita come un destino ineluttabile. Ma tale declino non riguarda solo il protagonista. A Vaim si ha l’impressione che ognuno sia stato segnato dall’accidia e subisca un inabissamento sociale. Un luogo dove non c’è traccia di relazioni parentali, affollato da una moltitudine di solitudini.
I personaggi si contano sulle dita di una mano, ma altri elementi travalicano la loro natura e si fanno essi stessi personaggi: da un lato la sua piccola imbarcazione, usata più come rifugio che come mezzo di trasporto, diventa la placenta protettiva del protagonista; dall’altro il mare, dispensatore di cibo e presente quasi a ogni pagina con il suo sciabordio rassicurante, diventa il liquido amniotico che culla la sua fragile psiche.
Anche perché Jatgeir è il classico tipo di uomo che le donne ignorano. E comunque da molto tempo ha rinunciato all’idea di avere una compagna, dopo un fallimentare approccio, vari anni prima, che definire corteggiamento sarebbe del tutto fuori luogo in quelle lande per nulla avvezze alla passionalità . Provare amore per una donna ma non avere il coraggio di manifestarglielo: quante trame sono state costruite attorno a questo eterno schema? L’unico filo che ancora lo lega a Eline (la donna il cui ricordo lo ossessiona) è nel nome dato alla barca. Ed è questo un dettaglio che darà una scossa decisiva alla storia.
Tutto il libro fluttua in una nebbia d’indefinitezza, ma al tempo stesso questa sorta di caligine spirituale è tratteggiata con grande efficacia. Impossibile non sentire come la scrittura di Fosse sia imbevuta di classici (la scansione in tre sequenze monologanti si rifà al teatro greco), ma al tempo stesso essa è pienamente moderna poiché vi si percepisce il portato della lezione beckettiana (per le vie di Vaim non ci stupiremmo di incrociare uno stralunato Estragone).
Ci sono scrittori (Simenon, Dürrenmatt, Oates) insuperabili nel comporre con pochi, scarni elementi un preciso clima morale. Fosse è maestro nel tratteggiare questa desolazione della contea di Vestland, prigioniera della fredda luce del Nord e condannata all’insopprimibile richiamo dell’alcol. Ma quando nelle acque del molo viene rinvenuto un cadavere, i commenti degli astanti insinuano il dubbio che sotto questa vicenda di perdizione e di squallore si celi una risonanza soprannaturale, quasi che quella di Jatgeir sia la storia di un alter Christus o di un rothiano «santo bevitore». D’altronde «quando uno ha vissuto tutta la vita in mare», commenta uno dei personaggi, «in un certo senso diventa religioso».
