Edita: affascinante, inquieta e sfuggente

by azione azione
16 Settembre 2026

Nell’unica foto della sua giovinezza, un primo piano in bianco e nero con effetto flou, esibisce una bellezza eterea da diva. Nell’autoritratto che dipinse nel 1938 emerge invece dalle tarsie lignee dello sfondo come una severa dama del Quattrocento, con l’abito nero e i capelli bruni raccolti sulla nuca. Per Giorgio De Chirico aveva il dono misterioso dell’ubiquità: la lasciò a casa ma la vide poco dopo, in un altro quartiere di Roma – cantava una melodia arcana, cavalcioni su un ramo. Alberto Savinio invitava i pittori maschi a inchinarsi davanti ai suoi quadri. Alla pittrice Leonetta Pieraccini, moglie del critico Emilio Cecchi, che la incontrò a un ricevimento dei Contini Bonacossi nel 1931, apparve mentre danzava con un cavaliere, «vestita di celeste, con dei lustrissimi e stonati scarpini di pelle argentata, le braccia e le spalle nude, col volto eccitato da un’espressione grottesca di beatitudine»: folle, «paurosamente folle». Anna Banti la descrisse nel suo Quando anche le donne si misero a dipingere come «alta, fragile, il suo sorriso bianco sotto i capelli biondissimi aveva qualcosa di infantilmente incantato e spontaneamente affabile». Insomma, una «donna strana ed enigmatica» (ancora De Chirico), insolita nei modi e nell’aspetto – affascinante, inquieta, sfuggente.

In arte è conosciuta come Edita Broglio (ma negli anni Trenta si firmò anche Rocco Canea). Broglio è il cognome del marito, Mario. Il suo era più impegnativo: von zur Muehlen.

Era nata nel novembre del 1886 a Smiltene, in Livonia, allora provincia dell’Impero russo. Il padre Walter, barone, apparteneva alla nobiltà baltica di origine tedesca (discendeva dai cavalieri dell’Ordine Teutonico), la madre Blanchine a una famiglia di mercanti francesi stabilitisi a Riga. Oggi Smiltene è una cittadina sonnacchiosa, nella campagna della Lettonia settentrionale. I turisti vi capitano per i sentieri nella foresta e le escursioni sul fiume Nigras. Se esisteva un castello di famiglia, non l’ho trovato.

Lei provò sempre nostalgia per la bellezza armoniosa del paesaggio livone, gli immensi alberi, la terra fertile, la natura incontaminata. Ma erano ricordi remoti, perché dopo la morte della madre si era trasferita a Tartu (oggi Estonia), presso lo zio Raimund von zur Muehlen, cantante alla corte dello zar, amatore d’arte e spirito libertario.

L’Impero russo era agitato da tensioni, attentati, cospirazioni rivoluzionarie, e lei, adolescente, le condivise (all’ospedale di Riga prestò servizio come crocerossina). Durante la rivoluzione del 1905 tuttavia si scatenarono violenze contro l’aristocrazia baltica al servizio dello zar. Edita raccontò di essere espatriata a Königsberg (oggi Kaliningrad, enclave russa, ma allora territorio prussiano), per salvare il padre. Il barone finì per rientrare in patria, lei invece si iscrisse all’Accademia di belle arti della città. Ma completati i corsi, nel 1910 si diresse a Parigi, come tutti i giovani aspiranti artisti. L’anno dopo approdò in Italia.

Da Firenze scese a Roma e nel 1912 affittò uno studio vicino piazza del Popolo. Nell’ambiente artistico della capitale, Edita – che in quel periodo «emotivo e fenomenico», da lei definito «incandescente», ispirato dall’influsso dardeggiante del sole, sperimentava una pittura onirica quasi astratta – apportò le sue conoscenze dell’avanguardia internazionale (i fauves, Cézanne, l’espressionismo, il Blaue Reiter e Kandinsky) e già nel 1913 espose alcuni quadri alla mostra della Secessione romana (partecipò anche alla II edizione, l’anno dopo).

Nel 1914, a seguito della morte del padre, tornò a Smiltene: fu l’ultima volta. Lo scoppio della Prima guerra mondiale – e poi la Rivoluzione d’ottobre – la separarono brutalmente dalle sue origini. La giovane artista aristocratica, benestante e cosmopolita era divenuta una straniera (sospetta, in tempo di guerra), senza rendita, né casa: si rifugiò ad Anticoli Corrado, un borgo della Ciociaria caro ai pittori (l’equivalente nostrano di Fontainebleau, Pont-Aven o Worspwede), sia per il paesaggio pittoresco sia per i modelli, di cui era nota l’avvenenza. Ma Edita «ammalata, sfrattata, crollata» non riusciva più a dipingere.                                                       (…continua)