«Lascio un’orchestra vivace e con un potenziale»

by azione azione
16 Settembre 2026

A colloquio con Barbara Widmer, per quattro anni ai vertici dell’Orchestra, e ora pronta a nuove sfide

Da sedici anni ha messo le sue competenze musicologiche e musicali al servizio della Fondazione per l’Orchestra della Svizzera italiana. Forte di un Master in Management culturale ha salito con successo i gradini che l’hanno portata da Responsabile della produzione artistica a Direttore artistico, carica che ha deciso di lasciare entro fine anno. L’abbiamo incontrata per parlare della sua esperienza e delle sue prospettive.

Barbara Widmer, lei è ormai prossima a terminare un’esperienza importante della sua carriera professionale. Quale il suo stato d’animo?
È un momento in cui convivono sentimenti diversi. Da una parte c’è un po’ di emozione, perché si conclude un’esperienza alla quale ho dedicato moltissimo e che mi ha permesso di crescere, professionalmente e umanamente. Dall’altra, prevale la gratitudine per quanto abbiamo costruito insieme e la curiosità per ciò che verrà. Credo che ogni conclusione sia anche un nuovo inizio: oggi guardo al futuro con serenità, consapevole di ciò che ho imparato e con ancora molta voglia di mettermi in gioco.

Il segno del suo operato rimarrà evidente anche quando lei non sarà più presente, mi riferisco alla nuova stagione concertistica dell’OSI 2026-27. Vuole parlarcene?
Echi di eroi e demoni è una stagione che nasce innanzitutto dalla musica e solo successivamente dal tema che la attraversa. Mi interessava costruire un percorso nel quale alcune grandi figure dell’immaginario – l’eroe, il demone, il destino, la lotta, la trasformazione – potessero emergere attraverso linguaggi musicali molto diversi, dal grande repertorio sinfonico alla musica del Novecento e contemporanea. Il punto di partenza è l’idea che queste figure non appartengano soltanto al mito o alla storia della musica: in qualche modo appartengono a ciascuno di noi. La musica ha sempre raccontato il conflitto tra luce e ombra, tra aspirazione e fragilità, tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo. Ed è proprio questa dimensione universale che mi interessava mettere al centro. Vorrei quindi che per lo spettatore la stagione possa diventare anche un viaggio introspettivo: incontrando i demoni e gli eroi raccontati dalla musica, ciascuno potrà riconoscere, forse inaspettatamente, qualcosa di sé.

Musicalmente, ho cercato di rendere questo viaggio il più articolato possibile, mettendo in dialogo grandi capisaldi del repertorio con pagine meno frequentate e con la musica del nostro tempo.

Anche per questo la stagione non segue un’unica estetica, ma propone prospettive diverse, affidate a direttori e interpreti capaci di restituire al pubblico la ricchezza e la complessità di questi mondi musicali.

«Echi» è forse la parola più importante del titolo: perché demoni ed eroi non appartengono soltanto alle opere che li hanno raccontati. Continuano a risuonare dentro di noi. In questo senso credo che la stagione rappresenti bene la mia idea di Orchestra: un luogo nel quale la grande musica del passato possa continuare a parlare al presente, non soltanto attraverso la bellezza dell’ascolto, ma attraverso la possibilità di riconoscerci, interrogarci e, perché no, lasciarci trasformare.

Accanto alla stagione principale, continua l’originale formato be connected. La sua Direzione si è caratterizzata anche per una serie di iniziative che hanno dimostrato una importante attenzione verso il pubblico e una certa vivacità sul Territorio. Sforzi ripagati?
Direi di sì, anche se credo che per un’istituzione culturale il risultato non possa essere misurato soltanto attraverso i numeri. Quello che considero particolarmente significativo è aver visto crescere la curiosità e la partecipazione attorno all’Orchestra, e averla vista sempre più presente nella vita del territorio. Abbiamo voluto creare occasioni di incontro e di partecipazione, raggiungere pubblici diversi e soprattutto avvicinare le nuove generazioni. Ecco così be connected con i suoi Lunch with OSI, i concerti per le scuole, le famiglie e tanto altro ancora, nati proprio con l’obiettivo di creare un rapporto più diretto e informale tra i giovani, i musicisti e la musica. Sono iniziative che considero importanti perché non cercano semplicemente di «portare» nuovo pubblico in sala, ma di costruire nel tempo una relazione. Il risultato più importante, quindi, è aver rafforzato l’idea che l’Orchestra della Svizzera italiana non sia soltanto un organismo musicale di alto livello, ma una vera istituzione culturale del territorio, capace di dialogare con la comunità e di guardare alle generazioni future.

Un aspetto non secondario della sua esperienza è certamente stato quello delle mutate condizioni di collaborazione con uno dei partner storici dell’Orchestra, ovvero la RSI…
È stato un passaggio importante e, in una certa misura, inevitabile. La RSI è uno dei partner storici dell’Orchestra della Svizzera italiana e il suo ruolo nella storia dell’Orchestra è indiscutibile. Ma quando cambiano le condizioni di collaborazione, un’istituzione culturale non può limitarsi a difendere ciò che esiste: deve avere la capacità di ripensarsi. Ho scelto quindi di affrontare questo cambiamento non come una perdita, ma come una spinta a rafforzare l’autonomia e il posizionamento dell’Orchestra. Questo ha significato diversificare le partnership, sviluppare nuove opportunità di coproduzione e diffusione e, soprattutto, interrogarsi su quale debba essere oggi il ruolo di un’orchestra nel territorio e nella società. Credo che un Direttore debba avere proprio questa responsabilità: non soltanto custodire un patrimonio, ma creare le condizioni perché esso possa continuare a crescere. Il rapporto con la RSI rimane importante, ma oggi l’Orchestra deve essere capace di costruire il proprio futuro attraverso una rete sempre più ampia di interlocutori e di opportunità e l’andare verso pubblici diversi, costruire nuove forme di relazione.

E poi il sempre maggior impegno sul territorio e con il LAC.

Lei lascia a chi le succederà un’orchestra di elevato spessore artistico, retta da musicisti di grande capacità, il cui potenziale è notevole. Tenuto conto delle difficoltà, soprattutto di natura economica, che futuro vede per questa straordinaria formazione musicale che ha segnato quasi un secolo della storia culturale della Svizzera italiana e non solo?
Vedo un futuro importante, ma credo che oggi più che mai sia necessario avere una visione chiara e la capacità di fare delle scelte. L’Orchestra della Svizzera italiana ha un patrimonio straordinario: musicisti di altissimo livello, una forte identità, una storia quasi centenaria e una posizione unica nel panorama culturale svizzero e internazionale. Ma proprio per questo non possiamo dare nulla per scontato.

Le difficoltà economiche sono reali e richiedono certamente attenzione, rigore e capacità di innovazione. Ma non credo che la risposta debba essere semplicemente quella di ridurre. Credo piuttosto che si debba capire quali priorità darsi e come rendere l’Orchestra sempre più solida e autonoma nel proprio posizionamento.

In questi anni abbiamo cercato di lavorare proprio in questa direzione: rafforzare le relazioni sul territorio, sviluppare nuove partnership, ampliare il rapporto con il pubblico e investire molto sulle nuove generazioni. Sono convinta che la sostenibilità di un’orchestra non sia soltanto una questione economica: è anche la capacità di essere riconosciuta come necessaria dalla Comunità che la sostiene.

In questo senso lascio un’Orchestra straordinariamente viva e con un enorme potenziale.