Sintomo di fatuità: il fenomeno degli abbandoni estivi

by azione azione
16 Settembre 2026

Come ogni estate, qualora, come spesso accade, s’incontri qualcuno di ritorno da soleggiati soggiorni capresi, chi scrive non può fare a meno di andare istintivamente a rileggere almeno qualche pagina di un libro che ha segnato la giovinezza di molti di noi – ovvero, il pressoché leggendario La storia di San Michele (1929), a firma del medico e psichiatra svedese Axel Munthe, accorato e toccante affresco della sua vita nell’omonima villa di Anacapri in cui trascorse diversi anni. L’aspetto forse più commovente del memoriale è il rapporto che, durante la propria permanenza in Italia, Munthe intrecciò con gli animali: in forte anticipo sui tempi rispetto alla società dell’epoca, egli li considerava infatti al pari degli esseri umani in tutto e per tutto, schierandosi apertamente contro usanze crudeli dell’epoca quali l’accanimento contro gli uccelli migratori, e arrivando al punto di comprare il Monte Barbarossa per farne un rifugio protetto per tali creature.

Eppure, a ogni rilettura del libro di Munthe si accompagna inevitabilmente una triste presa di coscienza: la constatazione di come, rispetto al pensiero progressista dell’autore nordico, oggigiorno noi ci si trovi in una fase di assoluta regressione, evidenziata dal fatto che il sopraggiungere dell’estate ci confronta regolarmente con il crescente fenomeno degli abbandoni di animali domestici durante il periodo delle ferie – quando intere legioni di cani, gatti e altri pets vengono «scaricati» (di solito sul ciglio della strada) da proprietari così ansiosi di andare in vacanza da non poter tollerare l’idea che la presenza di un essere totalmente dipendente da loro possa in qualche modo rovinare, o anche solo complicare, la loro esperienza d’evasione dalla routine della vita quotidiana.

Troppo faticoso cercare un albergo che accetti cani, troppo oneroso pagare una pet sitter che rimanga a casa a occuparsi del gatto durante l’assenza del proprietario; meglio sbarazzarsi completamente del problema e rimuovere l’elemento di disturbo – nel migliore dei casi, regalandolo al primo che passa, o portandolo in canile o gattile; e nel peggiore, abbandonandolo lungo la strada. E se Axel Munthe fosse ancora tra noi, senza dubbio considererebbe la questione come un dilemma che, ben lungi dal limitarsi alla cronaca dei nostri tempi, presenta alcune gravi implicazioni etiche, perlopiù sottovalutate dalla cultura di massa.

Infatti, chi scrive non può evitare di chiedersi, in un simile frangente, quale possa essere, a conti fatti, la capacità di attaccamento emotivo di un individuo capace di disfarsi di un altro essere vivente – oltretutto condannandolo a morte quasi certa tra i guardrail dell’autostrada – con la stessa facilità con cui si butta via un abito fattosi troppo stretto, rendendo assurdamente semplice gettarsi alle spalle anni di fedeltà e affetto; il tutto davanti alla tentazione «irresistibile» rappresentata da un viaggio o una vacanza – in sostanza, da un’evasione momentanea e per certi versi effimera.

Certo, qualcuno dirà che in fondo «sono solo animali», come noi umani abbiamo spesso l’abitudine di sottolineare; eppure, si sa, il nostro comportamento verso gli esseri più deboli – verso coloro che sono, di fatto, completamente indifesi davanti a noi – costituisce per molti versi lo specchio della nostra vera natura: per dirla con Immanuel Kant, «puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta gli animali».

Forse, se davvero riuscissimo a spogliarci delle sovrastrutture che governano la nostra mente, potremmo renderci conto di come il fenomeno estivo dell’abbandono abbia, in realtà, molto a che fare con quello che si potrebbe definire come il nostro effettivo coefficiente di umanità; e che quindi a essere messo sotto accusa non è soltanto l’egoismo insito nella scelta di abbandonare un animale, quanto piuttosto qualcosa di ben più grave – l’impermanenza delle umane emozioni, e l’incapacità a stabilire legami duraturi con altri esseri viventi.

Se tutto ciò costituisca un vero e proprio segnale d’allarme, o solo la prima avvisaglia di una sorta di endemica «malattia» del nostro tempo, è una domanda che dovremmo, infine, essere disposti a farci e ad affrontare.