Tra Israele, Cisgiordania e Giordania, il Mar Morto arretra senza sosta sullo sfondo di conflitti e crisi idrica
Il Mar Morto si sta lentamente ritirando. L’ampio lago salato che si trova nella più profonda depressione del globo (circa quattrocento metri sotto al livello del mare) arretra di un metro all’anno. Località turistica a cavallo fra Israele, la Cisgiordania e la Giordania, famoso sin dai tempi antichi per le sue peculiarità – tra cui un altissimo grado di salinità – lo spettacolare specchio d’acqua soffre da tempo: i piani per provare a salvarlo sono rimasti lettera morta, relegati in fondo alla lista delle priorità di una terra tormentata. Lontano dalle spiagge e dei locali di Tel Aviv, qui ci sono solo silenzio, panorami desertici, incrostazioni di sale, e il peso di una storia a cavallo tra ebraismo, cattolicesimo e Islam. L’abbiamo raggiunto partendo da Gerusalemme, inoltrandoci in un territorio in cui passato e presente sono annodati come in pochi altri.
Sulla strada per Gerico
La strada dura meno di un’ora in auto. Lasciandosi alle spalle la Città santa a tre religioni – ottocento metri di altezza, temperature piacevoli anche d’estate e una brezza serale che non raramente richiede una giacca ai più freddolosi – il taxi si avvia verso le coste. La vettura attraversa spedita i check point, onnipresenti tra Israele e Cisgiordania: non è sempre semplice passare i controlli, ma può capitare che la procedura sia rapida. È il nostro caso. Giunti nel deserto della Giudea, i cartelli indicano che ci stiamo spingendo sotto al livello del mare: alla fine, il dislivello sarà di oltre milleduecento metri. La temperatura cambia di conseguenza: avvicinarsi è come calarsi in una gigantesca conca, dove l’aria salmastra ristagna e il respiro si fa via via più pesante.
Sulla strada, l’autista suggerisce una deviazione per la biblica Gerico, oggi retta dall’Autorità nazionale palestinese: una delle città più antiche del mondo, con il Monte delle tentazioni che si affaccia sull’abitato. Le strade brulle e le abitazioni dai muri chiari portano alla memoria certi scorci dimenticati del sud Italia, resi deserto da povertà e presenza mafiosa. Qui è la guerra, e non la mafia, ad allontanare chi può andarsene: ma la desolazione è la stessa. Resiste l’hotel Intercontinental, a testimonianza di un passato in cui forse l’area era frequentata. Il sole è forte. Venditori di dolciumi appaiono all’improvviso di fronte agli stanchi carretti non appena ci avviciniamo per osservarli. L’economia, dicono, arranca: ma c’è chi sfida i divieti per venire da Gerusalemme a mangiare nei ristoranti locali. Costano meno.
Tregua armata
La visita dura poco, soprattutto perché non c’è molto da vedere. Ci rimettiamo in viaggio per raggiungere uno degli stabilimenti balneari frequentati dai turisti israeliani. Molti vengono solo per qualche ora, il tempo di immergersi nei flutti e ricoprirsi la pelle del fango che si trova vicino alle coste. Il bromo, presente nelle acque salmastre, produce un gradevole effetto di rilassamento. Merce rara, da queste parti. Sull’altra riva c’è la Giordania.
Chi viene qui cerca relax, ma si tratta di un concetto relativo. Il termometro non dà pace, e si tratta comunque di una tregua armata, come accade spesso nel vicino Oriente. Sotto agli ombrelloni, turisti si sdraiano con una bibita, un libro e il fucile M4 al fianco: immagine comune per le strade di Israele, spia dell’insicurezza che plasma la vita dello Stato ebraico. Quella delle armi è un’abitudine così diffusa che sorprende il viaggiatore appena arrivato, ma diventa familiare nel giro di pochi giorni. Ci si abitua.
Crateri pericolosi
Di fronte allo specchio d’acqua si resta interdetti. Il panorama è spettacolare, ma gli stabilimenti sono arruffati. Poche sedie a sdraio, scarsi gli ombrelloni, molto disordine. Scarsi i turisti: chi c’era dice che è l’effetto della guerra. Sopra una collinetta c’è un campeggio di lusso con tende bianchissime e dotate di aria condizionata: pare vuoto. Anche il mare si rivela deludente: il fondo è paludoso, il sale brucia. Il Mediterraneo, con i suoi bagni lunghi, è un ricordo: qui si consiglia di uscire dopo pochi minuti.
Il panorama, però, vale la visita. E si tratta di uno scenario che, nel giro di pochi decenni, potrebbe cambiare in maniera drammatica. La fortissima evaporazione riduce naturalmente il livello delle acque, come peraltro avviene in ogni lago; ma lo sfruttamento intensivo del fiume Giordano (il principale immissario) da parte di Israele e Giordania ne ha ridotto la portata a circa il 10% di quella naturale. Così, anno dopo anno, la superficie del Mar Morto si riduce al ritmo di circa un metro ogni dodici mesi. Ma il cambiamento di un ecosistema millenario ha prodotto un altro esito: il fenomeno dei sinkhole, pericolosi crateri che si formano improvvisamente e le cui superfici e profondità possono spaziare da pochi metri a circa una ventina. Concentrati lungo la riva occidentale (quella israeliana), tra Ein Gedi a nord e Neve Zohar a sud, ne esistono, però, anche sulla sponda giordana. La spiegazione ha a che fare con il ritiro delle acque del lago: nel corso dei secoli i cristalli di sale che non possono sciogliersi perché la soluzione è satura si sono depositati sul fondo del bacino; ma, con il ritiro progressivo, la poca acqua dolce proveniente da pioggia, sorgenti naturali o irrigazione agricola si infiltra sotto terra e raggiunge i depositi salini, che si sciolgono. A questo punto il terreno sovrastante collassa, creando i pericolosi crateri.
Sarebbero oltre settemila i sinkhole apparsi a partire dagli anni Ottanta, con i nuovi cedimenti che avanzano a un ritmo tra i trecento e i settecento l’anno. Non danno segno di sé fino a che tutto frana: per questo motivo alcuni stabilimenti balneari hanno dovuto chiudere, ed è sconsigliato avventurarsi al di fuori delle zone ritenute sicure dal monitoraggio geologico israeliano e giordano.
Diplomazia dell’acqua
Difficile pensare di invertire la rotta, anche per via della situazione internazionale. Negli anni si sono susseguite diverse proposte per fermare il restringimento del bacino del Mar Morto: progetti faraonici che avrebbero previsto il coinvolgimento di autorità israeliane e giordane, in una sorta di diplomazia dell’acqua, come avviene, per esempio, nel bacino dell’Indo tra India e Pakistan, sono naufragati. L’idea di base sarebbe quella di portare acqua dal Mar Rosso (ma si è parlato anche del Mediterraneo) al Mar Morto sfruttando la differenza di altitudine: in questo modo si potrebbe anche produrre energia idroelettrica per alimentare i desalinizzatori. Ma alle proposte non è stato dato seguito, mentre lo sfruttamento del principale immissario, il Giordano, continua a pieno ritmo su ambo le sponde. Non che il piano avesse del miracoloso: gli ecologisti hanno a più riprese sottolineato come intervenire in maniera così drastica su un ecosistema rappresenti un rischio che è meglio non correre. E così questo lago dei superlativi, dove ogni forma di vita o quasi è impossibile, rischia di sparire. Morto, appunto. Come vuole il nome.
