Se l’atmosfera contiene più energia, prima o poi la scarica

by azione azione
9 Settembre 2026

Il meteorologo Paolo Ambrosetti racconta mezzo secolo di cambiamenti climatici, dagli studi pionieristici alle moderne allerte  che aiutano a salvare vite umane mentre la frequenza e l’intensità degli eventi estremi sono in crescita

Considerato uno dei padri delle moderne allerte meteorologiche svizzere, Paolo Ambrosetti ha contribuito a creare i primi meccanismi di collaborazione tra MeteoSvizzera e le autorità di protezione civile. Lo abbiamo intervistato sul finire di un’estate di canicole e tragedie legate al maltempo.

Paolo Ambrosetti, abbiamo visto poco tempo fa la gigantesca frana in Nepal, il crollo del ghiacciaio a Blatten nel 2025 e recentemente una nuova allerta sopra Randa. Stiamo andando verso un aumento di questi fenomeni?
Sicuramente sì. Nelle regioni alpine il riscaldamento è più marcato che altrove. Questo ha conseguenze dirette sulla stabilità delle montagne. Le montagne sono attraversate da fratture e cavità nelle quali si infiltra l’acqua che, congelando, contribuisce a tenere compatta la roccia. Quando il ghiaccio si scioglie, questa funzione di «collante» viene meno e aumenta l’instabilità. Inoltre, i ghiacciai si ritirano e liberano enormi quantità di materiale che prima era bloccato dal ghiaccio. Si formano laghi glaciali e nuovi scenari di rischio. Io stesso ho potuto osservare questi cambiamenti. Negli anni Sessanta frequentavo il ghiacciaio del Rodano durante corsi di alpinismo alla Furka. Oggi, dove allora c’era il ghiaccio, si trova un lago. Nell’arco della mia vita la trasformazione è stata impressionante.

Come possiamo tenere sotto osservazione questi sviluppi, come proteggercene?
Esiste un enorme lavoro di monitoraggio. In Svizzera sono state realizzate mappe dei pericoli molto dettagliate e nelle aree più sensibili vengono installati sensori e sistemi di sorveglianza. A Blatten, per esempio, gli strumenti stavano già rilevando movimenti anomali molto prima del crollo. Resta però un limite fondamentale: possiamo osservare ciò che accade in superficie, ma non possiamo sapere con precisione ciò che sta avvenendo all’interno della montagna. Ed è proprio lì che si nasconde spesso il vero problema. Anche la distribuzione storica degli insediamenti alpini rifletteva questa consapevolezza. Se si osserva la Val Bedretto, per esempio, si nota che i nuclei più antichi sorgono sui conoidi più sicuri e non nei punti più esposti. I nostri antenati conoscevano bene i rischi naturali del territorio.

E per quanto riguarda le alluvioni come quella in Val Bavona nel 2024? Si tratta di cicli naturali o di una nuova accelerazione?
C’è un’accelerazione. Il riscaldamento globale aumenta l’energia disponibile nell’atmosfera. Più alta è la temperatura, maggiore è la quantità di energia e di umidità che può essere immagazzinata nell’aria. Quando questa energia si scarica attraverso temporali intensi, gli effetti possono essere molto più violenti di un tempo. La meteorologia può prevedere abbastanza bene l’evento atmosferico, ma molto più difficilmente le conseguenze sul territorio. Possiamo stimare quanta pioggia cadrà, ma non sempre sappiamo quali versanti siano pronti a cedere o quali corsi d’acqua possano esondare.

E quindi?
Quindi, negli ultimi anni abbiamo cercato di sviluppare sempre più le cosiddette «previsioni d’impatto»: non limitarsi a prevedere il fenomeno meteorologico, ma anche valutarne le possibili conseguenze idrologiche, geologiche e infrastrutturali. In regioni come la Vallemaggia esistono inoltre condizioni geografiche particolarmente favorevoli allo sviluppo di temporali stazionari molto intensi. A nord delle Alpi i temporali tendono spesso a muoversi rapidamente su vasti spazi; a sud, invece, possono rimanere bloccati per ore sulla stessa zona, producendo accumuli eccezionali di precipitazioni.
L’alluvione del 1978 nel Locarnese è un caso emblematico. Si stima che la portata della Maggia abbia raggiunto valori dell’ordine di 4.500 metri cubi al secondo, un evento straordinario. Una delle ipotesi formulate successivamente è che due ondate di piena provenienti da bacini diversi siano arrivate contemporaneamente, amplificando enormemente gli effetti dell’evento.
Oggi osserviamo che quasi ogni anno una regione alpina svizzera viene colpita da un evento estremo: il Vallese, i Grigioni, il Ticino. Se l’atmosfera contiene più energia, questa energia prima o poi deve scaricarsi. Non è possibile prevedere esattamente dove, ma sappiamo che la probabilità di eventi estremi è in aumento. Quando si analizzano i cambiamenti climatici, infatti, non è tanto la media delle temperature a essere importante, quanto la crescita della frequenza e dell’intensità degli estremi. In termini statistici, la distribuzione si sposta e aumentano le probabilità che vengano superate soglie critiche che un tempo erano molto più rare. Questo è uno degli aspetti più significativi del cambiamento climatico.

Paolo Ambrosetti

Lei osserva e denuncia questi fenomeni da molti anni.
Si parlava già di cambiamenti climatici negli anni Ottanta, a causa dell’aumento dei gas a effetto serra. In realtà il primo a occuparsene fu il fisico e chimico svedese Svante Arrhenius che, nel 1896, calcolò che un raddoppio della concentrazione di CO₂ nell’atmosfera avrebbe comportato un aumento della temperatura media terrestre di circa 3-5 gradi. Lo fece con strumenti molto semplici rispetto a quelli attuali. Dunque, non si tratta affatto di una teoria nuova.
Nel corso del Novecento la ricerca è avanzata a fasi alterne, perché individuare un segnale climatico chiaro non era semplice. Anch’io a un certo punto mi misi ad analizzare i dati disponibili e trovai un segnale interessante osservando le misurazioni del Gran San Bernardo. Già allora si vedeva un riscaldamento piuttosto evidente, soprattutto in quota. In effetti, nelle Alpi l’aumento delle temperature si è manifestato prima e in modo più marcato.
All’inizio degli anni Novanta fui invitato a un convegno della Società Geografica Italiana a Roma. Vi partecipavano studiosi provenienti da diversi Paesi europei. Ognuno presentava un aspetto particolare: chi parlava delle precipitazioni in Sicilia, chi di altri fenomeni osservati nel proprio territorio. Già allora la domanda era: che cosa sta realmente succedendo?
Molti minimizzavano il problema: «Se la temperatura aumenta di un grado, che importa? Risparmieremo sul riscaldamento». Era già allora una delle argomentazioni preferite degli scettici. La questione però non era l’aumento di un grado in sé, bensì i meccanismi che quell’aumento poteva innescare.

Di che meccanismi parla?
Ricordo l’intervento di un professore tedesco che sosteneva come il cambiamento potesse riguardare la circolazione generale dell’atmosfera, cioè il modo in cui il calore e l’umidità vengono redistribuiti sul pianeta attraverso la corrente a getto e i grandi flussi atmosferici.
Usava l’immagine di un fiume. Se il suo corso diventa sempre più sinuoso, le ondulazioni si amplificano. Allo stesso modo, la corrente a getto tende a sviluppare onde più marcate. Quando accade, diminuisce la variabilità e aumentano gli estremi. Se ti trovi sul lato caldo di queste onde, hai temperature eccezionalmente elevate; se ti trovi sul lato freddo, puoi sperimentare ondate di gelo intense.

È ciò che vediamo oggi?
Sì. In Siberia si registrano temperature di oltre 35 gradi. In Nuova Zelanda si sono verificate forti nevicate fino al livello del mare. In Sud America masse d’aria fredda possono spingersi quasi fino all’Equatore seguendo la barriera delle Ande. Sono fenomeni che appaiono scollegati ma che, in realtà, fanno parte di un sistema globale.
Nelle regioni amazzoniche ai piedi delle Ande vivono ancora comunità indigene che non sono abituate agli sbalzi termici. Basta un raffreddamento di pochi gradi per provocare conseguenze sanitarie importanti. È un esempio di come fenomeni atmosferici apparentemente lontani possano avere effetti molto concreti sulle popolazioni.
D’altra parte, se ci si trova sotto una persistente area di alta pressione, il risultato è l’opposto: caldo intenso e siccità. È quanto abbiamo osservato recentemente in Europa, quando una depressione di origine polare rimasta bloccata sull’Atlantico ha continuato a convogliare aria calda verso la penisola iberica e la Francia.

Insomma, aveva ragione il professore tedesco.
Molti degli eventi che osserviamo oggi sembrano confermare questa ipotesi di una modificazione della circolazione generale dell’atmosfera. Però climatologia e meteorologia non funzionano secondo uno schema lineare di causa ed effetto. Un cambiamento produce una conseguenza, che a sua volta ne genera un’altra, in una sorta di effetto domino. Si tratta di un sistema estremamente complesso. Non è possibile isolare un singolo elemento dal resto. Il clima è una configurazione complessiva che può evolvere verso un nuovo equilibrio. E basta superare determinate soglie perché il sistema entri in una fase completamente diversa. Sono processi difficilissimi da modellizzare proprio per la loro complessità.

Parliamo dei mega incendi boschivi di questa estate e del rischio che scoppino anche da noi.
Ho collaborato per anni con Marco Conedera dell’antenna ticinese dell’Istituto federale di ricerca WSL, studiando i rapporti tra climatologia e incendi. Un tempo, in Ticino, gli incendi si verificavano prevalentemente tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, nei mesi di marzo e aprile. Oggi possono svilupparsi anche nelle altre stagioni. Uno dei motivi è legato alla siccità. Le piante sane e vigorose resistono meglio. Il problema nasce quando la vegetazione si dissecca. Inoltre, in passato il bosco veniva sfruttato molto di più: si raccoglieva la legna e il sottobosco veniva regolarmente pulito. Oggi, invece, i boschi sono pieni di materiale combustibile.
Ma il fuoco è anche un meccanismo naturale di rinnovamento degli ecosistemi forestali. Se si accumula troppo materiale vegetale e non si verificano incendi per lungo tempo, il rischio è che, quando finalmente il fuoco arriva, diventi devastante.
Naturalmente in Svizzera non possiamo permetterci di lasciare bruciare i boschi. Interveniamo subito con elicotteri e mezzi di spegnimento. Tuttavia, resta il problema dell’accumulo di combustibile.
Questo è un esempio di una questione più ampia: l’essere umano ha progressivamente modellato il territorio in funzione delle proprie esigenze. Vorremmo che la natura si comportasse secondo le nostre necessità. Ma la Terra non ha alcun interesse particolare per la specie umana. 

Com’è nato il sistema di allerta meteorologica in Svizzera?
In un certo senso tutto nasce dopo l’alluvione del 1978. All’epoca non lavoravo ancora a MeteoSvizzera, ma quell’evento spinse i miei futuri colleghi di Locarno Monti a interrogarsi su una questione fondamentale: se siamo in grado di prevedere l’arrivo di forti precipitazioni, come possiamo utilizzare questa informazione per aiutare le autorità a prepararsi?
A metà degli anni Ottanta si cominciò a inviare alla Cancelleria dello Stato dei brevi messaggi tramite telex. Erano poche righe che segnalavano il rischio di precipitazioni intense. Il problema era che non arrivava alcun riscontro.
Quando arrivai si decise di fare un salto di qualità. Non bastava inviare un avviso. Occorreva capire di cosa avessero bisogno le autorità. Per questo sollecitai più volte un incontro con i responsabili della protezione civile e dei servizi d’intervento.
Ci vollero quattro anni, dal 1987 al 1991, per avere un incontro e finalmente partì una vera collaborazione. Da lì nacque il primo sistema di allerta rivolto alle autorità cantonali.

Funzionò?
La prima prova importante arrivò con l’esondazione del Lago Maggiore nel 1993. Fu un evento graduale, che si sviluppò nell’arco di diverse settimane. Questo consentì alle autorità di prepararsi e coordinare gli interventi. Ricordo che, alla fine dell’emergenza, vi furono complimenti espliciti da parte dell’esercito per la qualità della collaborazione tra tutti gli attori coinvolti. Da quel momento il modello cominciò a estendersi. Prima al Grigioni italiano, poi dal 2000 al resto della Svizzera. Il Ticino fu di fatto un laboratorio pionieristico.

Quanto sono attendibili le previsioni meteo, oggi?
La previsione perfetta probabilmente non esisterà mai. L’atmosfera è un sistema estremamente complesso. Grazie ai satelliti e alla potenza di calcolo disponiamo oggi di una quantità immensa di dati, ma restano sempre margini di incertezza. I modelli meteorologici e quelli climatici sono strumenti differenti. I primi cercano di prevedere l’evoluzione del tempo nei prossimi giorni; i secondi studiano tendenze che si sviluppano su decenni. Sui cambiamenti climatici, però, non esistono più dubbi sostanziali. Le osservazioni satellitari, i carotaggi nei ghiacci, le misure atmosferiche e oceaniche convergono tutte nella stessa direzione: il clima del pianeta si sta riscaldando a causa delle attività umane. Resta invece molto difficile prevedere con precisione dove e quando colpirà un singolo evento estremo. Per gli eventi su larga scala la prevedibilità può essere anche di diversi giorni. Per i temporali, invece, il margine è molto più ridotto. Posso sapere che si formeranno temporali, ma non necessariamente indicare con esattezza dove colpiranno, a quale ora e con quale intensità.
Per questo, negli ultimi anni della mia carriera, mi sono appassionato particolarmente al nowcasting: la previsione a brevissimo termine, quasi in tempo reale, ottenuta combinando modelli, osservazioni radar e esperienza umana. L’esperienza del previsore, a mio avviso, resta fondamentale. I modelli sono indispensabili, ma non sostituiscono completamente l’occhio e l’intuizione di chi osserva il tempo giorno dopo giorno.

Per concludere, che inverno ci aspetta?
Statisticamente questo è un anno influenzato da un forte episodio di El Niño, fenomeno che conosco bene anche per aver vissuto in Perù. El Niño provoca effetti importanti in molte regioni del pianeta: sulla costa pacifica del Sud America, in Australia, nell’oceano Indiano, in California. Talvolta sembra influenzare anche il comportamento del vortice polare. Quando il vortice polare è meno compatto, aumenta la probabilità che masse d’aria fredda scendano verso latitudini più basse, interessando la Scandinavia, l’Europa centrale e talvolta anche le nostre regioni.
Questo non significa che possiamo prevedere un inverno particolarmente freddo. Tuttavia, da un punto di vista statistico, non si può escludere la possibilità di episodi freddi significativi nel corso della stagione. L’importante è ricordare che si tratta di una tendenza generale e non di una previsione in senso stretto.