Alberto Pellai racconta la «generazione sandwich» che si trova «schiacciata» tra i figli adolescenti e i genitori anziani
Viene denominata «generazione sandwich» quella composta da 40-60enni che si trovano di fatto «schiacciati» – da qui la scelta del termine – tra due compiti di cura: seguire i figli preadolescenti e adolescenti nel loro percorso di crescita e occuparsi dei propri genitori, spesso alle prese con problemi di salute. Adulti che si trovano così in mezzo a due generazioni diverse sì ma che fanno fondamentalmente la stessa cosa, combattere per la propria autonomia, in una fase della loro vita, in aggiunta, solitamente già densa di impegni professionali, altre esigenze familiari e aspettative sociali. Il risultato? Un surplus di stress psicofisico e carico mentale. Di questo attualissimo tema, che tocca oggi numerosi adulti, abbiamo parlato con Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano. Padre di quattro figli, Pellai è un noto divulgatore scientifico, nonché autore di libri di successo, tradotti in oltre 15 nazioni. L’ultimo in ordine di tempo, scritto assieme alla moglie Barbara Tamborini, è dedicato proprio alla generazione sandwich. Si tratta de Il ritorno dello tsunami (pubblicato all’inizio di quest’anno da De Agostini), un libro volto ad aiutare i lettori a comprendere il filo rosso che unisce le azioni di adolescenti ed esponenti della quarta età affinché questo possa diventare la chiave per migliorare il dialogo tra generazioni e imparare a vivere con più leggerezza le sfide cui si trova confrontato chi sta nel mezzo.
Dottor Pellai, il fatto che le persone di un’età compresa tra i 40 e i 60 anni circa si occupino contemporaneamente di figli adolescenti e genitori che invecchiano non mi sembra completamente nuovo; come mai quindi oggi si parla di generazione sandwich? Cos’è cambiato?
Chi oggi ha tra 40 e 60 anni, essendo diventato genitore in età più tardiva rispetto alle generazioni precedenti, si trova con figli che hanno una maggiore necessità di sostegno ed accompagnamento e, allo stesso tempo, essendo aumentata l’aspettativa di vita, con genitori più anziani e quindi più bisognosi di accudimento. Di conseguenza, la cosiddetta «generazione sandwich» è effettivamente «schiacciata» tra due bisogni importanti dal punto di vista della cura, che fino a 20 o 30 anni fa non avevano le stesse caratteristiche.
Si tratta di una condizione che riguarda ancora soprattutto le donne oppure le differenze di genere si stanno riducendo?
Se per quel che riguarda la genitorialità e la co-genitorialità i papà sono oggi più presenti, sull’assistenza al genitore anziano molto ricade ancora sulle donne; per cui di fatto queste ultime hanno ancora un surplus di accudimento da dover mettere a disposizione.
La generazione a cui appartengono i figli adolescenti e quella di cui fanno parte i genitori anziani sono, seppur, ovviamente, diverse, accomunate da una stessa lotta per la propria indipendenza. Me ne parli…
Da un lato ci sono preadolescenti e adolescenti che si sentono onnipotenti e cercano disperatamente di conquistare un’autonomia che ancora non sanno gestire, dall’altro gli anziani che, invecchiando, diventano meno autonomi ma al tempo stesso più ostinati nel rivendicare la propria indipendenza.
E qual è il ruolo degli esponenti della generazione sandwich rispetto a questa «lotta»?
La parola chiave a riguardo è «protezione»: ti proteggo da un’autonomia che vuoi sfidare ma non sai ancora di che cosa è fatta e ti proteggo da un’autonomia che non sai più gestire ma che non vorresti abbandonare. Concretamente, la generazione di mezzo con il genitore anziano deve sostenere le autonomie che sono ancora sopportabili e affrontabili, togliendo quelle che espongono a rischi eccessivi, mentre che con il figlio preadolescente e adolescente deve accompagnare ed educare ad indipendenze che ancora non sono acquisite, bloccando al tempo stesso quelle per le quali il ragazzo non è ancora pronto. Un compito impegnativo e faticoso, che, infatti, sottopone chi lo deve svolgere ad alti livelli di stress e pressione organizzativa…
Il carico è duplice: da una parte è concreto, con le varie cose che devono essere fatte, dall’altra emotivo, perché ci si deve sobbarcare una grande fatica per proteggere qualcuno che rivendica dal canto suo il diritto a non essere protetto e che quindi ti contesta continuamente, dicendo che sei un pessimo figlio nel caso del genitore anziano e un pessimo genitore nel caso del figlio adolescente.
Vi sono altre difficoltà che può incontrare chi si trova in questa situazione?
Sicuramente il fatto che in questa fascia d’età si ha in genere una vita affollata di impegni, professionali e non, fa sì che si verifichi un accumulo di richieste che risultano poi veramente difficili da gestire ed affrontare.
Quali sono invece gli errori più frequenti che commette chi appartiene alla generazione sandwich?
Uno è quello di voler far tutto da soli, con il rischio di arrivare allo sfinimento e di perdere la connessione con i propri bisogni primari, come il sonno, il riposo e a volte pure il nutrimento, che vengono trascurati in funzione dell’accudimento dell’altro. Importante dunque chiedere aiuto, usufruendo anche delle risorse messe a disposizione dal territorio in cui si vive e, se ci si sente veramente consumati, fare una richiesta di aiuto anche per sé stessi. Un’altra situazione a cui prestare attenzione è la tendenza da parte del genitore anziano a voler rimettere il figlio nella posizione in cui il primo aveva potenza, autonomia e anche potere sulla vita del secondo e di farlo sentire sbagliato, anche quando in realtà sta facendo tutto giusto; una cosa che, soprattutto in relazioni non risolte o gestite bene, può pesare moltissimo.
Finora sono emersi piuttosto gli aspetti negativi connessi alla «generazione di mezzo»; immagino però che vi siano anche degli aspetti positivi nell’avere a che fare contemporaneamente con due età insieme delicate e preziose; quali?
Accanto alla parte faticosa, in cui ci si consuma tanto, c’è infatti quella profondamente affettiva. Avere un figlio in adolescenza significa guardarlo crescere e questo dà molto senso alla nostra vita; d’altra parte, accompagnare un genitore nell’ultimo pezzo della sua esistenza è un percorso che a molte persone regala una dimensione di profonda gratitudine. Soprattutto nel caso di genitori che hanno funzionato bene con te quando eri un bambino e un ragazzo, questo accompagnamento è pieno di nostalgia e ricordi belli ed è per questo una cosa che molti adulti ci tengono a vivere.
Lei, assieme a Barbara Tamborini, alla generazione che sta nel mezzo ha dedicato un libro, Il ritorno dello tsunami. Una guida illustrata per la generazione che sta nel mezzo. Come mai avete scelto questa particolare forma?
Essendo anche noi in mezzo, con quattro figli e quattro genitori, ci siamo accorti che molte volte ci trovavamo incastrati in situazioni che avevano esattamente la stessa matrice, per le quali a volte sorridevamo e a volte ci arrabbiavamo, e da cui è nata la parte originale del libro (che ha anche una parte di saggistica), composta da 40 vignette, 20 per la situazione genitore-figlio preadolescente e altrettante per quella tra figlio e genitore anziano. Per realizzarla, abbiamo chiesto ad un vignettista di raccontare attraverso illustrazioni alcune situazioni che sono parallele tra adolescenti e genitori anziani (per esempio il figlio che vuole uscire senza casco per la bicicletta e il genitore che vuole uscire senza bastone per andare a fare una passeggiata). Il risultato è che partendo da uno stesso denominatore comune, i meccanismi messi in atto risultano perfettamente sovrapponibili nelle varie situazioni, come se ci fosse un sottile filo rosso che unisce le due età.
