Chi si indebita per una settimana di ferie

by azione azione
9 Settembre 2026

Verso la fine dell’estate alcune notizie si rincorrono pigramente, avanti e indietro, come sospinte da un’onda di marea: sempre le stesse, sempre un poco diverse. Per esempio sono immancabili le lamentele per qualche forma particolarmente stravagante di overtourism: quest’anno citerei le code al Rifugio Friedrich August, in Val di Fassa, per comprare e mangiare i krapfen, ma soprattutto per fotografarli, allineati su lunghe tavolate, con uno dei punti più panoramici delle Dolomiti sullo sfondo. Non sono mancati gli scontrini pazzi, ormai un classico dell’estate italiana: potremmo citare per esempio i due turisti americani che a Roma nel giugno scorso sono riusciti a pagare 44 euro per 2 gelati, consumati in piedi.

Ogni volta è una novità, come se non fosse mai successo prima: seguono stupore, condivisione in rete, immancabile indignazione, spiegazioni dei gestori sul fatto che nei luoghi più famosi eccetera. Tra tante, prevedibili banalità, mi ha colpito invece un’altra notizia, più interessante. A Ferragosto, secondo Confturismo-Confcommercio e SWG, 13 milioni di italiani sono partiti per le vacanze, con soggiorni più o meno lunghi. Altri 4,5 milioni, invece, si sono accontentati di una gita in giornata. E tuttavia – ecco il punto – un’altra indagine, realizzata da EMG per Facile.it, stimava invece in 6,7 milioni gli italiani che non si sarebbero concessi alcuna vacanza durante l’estate, per diverse ragioni: per accudire una persona anziana o un animale domestico, oppure per timori legati al conflitto in Iran. Invece, nella maggior parte dei casi (4,4 milioni), hanno motivato la loro decisione di non partire con la mancanza di risorse, lamentandosi in particolare degli aumenti dei prezzi.

A questo numero possiamo forse aggiungere anche quei vacanzieri italiani (2 su 10 secondo il Centro Studi Confcooperative) che nello stesso periodo hanno finanziato le loro ferie indebitandosi attraverso formule di pagamento rateale (con un incremento di queste forme di pagamento del 127% in tre anni e del 23% solo nell’ultimo anno). Il fenomeno non è soltanto italiano. Secondo Eurostat, nel 2024 il 31% degli italiani non poteva permettersi una settimana di vacanza lontano da casa, contro una media europea del 27%; percentuali ancora più alte si registravano in Portogallo (35%) e Spagna (33%), oltre naturalmente in Grecia, proprio i Paesi che registrano forti incrementi negli arrivi internazionali (per esempio nell’estate 2026, nonostante il caldo, le presenze di stranieri in Italia sono aumentate dell’8% rispetto all’anno prima secondo Federturismo).

Come si spiegano questi due dati apparentemente contraddittori? Come può dunque un Paese prosperare come destinazione turistica mentre una parte consistente dei suoi abitanti fatica a sostenere i costi di una vacanza? La risposta viene dall’economia del turismo. Nessuno dubita che sia un’importante fonte di ricchezza e di lavoro, ma alcuni suoi limiti strutturali spesso non sono compresi. Per cominciare, una parte consistente dei guadagni non resta sul territorio; basti pensare che una piattaforma digitale come Booking può trattenere anche un quinto del prezzo pagato dal cliente per l’alloggio.

Inoltre il turismo crea molta occupazione, ma spesso precaria, stagionale e con salari modesti. Ci sono poi gli effetti indiretti: la presenza dei turisti provenienti da Paesi ricchi, e dunque con una forte capacità di spesa, può generare inflazione e, oltre ai prezzi dei prodotti di consumo, fa aumentare anche gli affitti e il costo degli immobili sino, nei casi estremi, a espellere di fatto i residenti. Nei territori turistici diventa difficile andare in vacanza, ma anche comprare casa e fare la spesa ogni giorno; e a questo si aggiungono rifiuti, rumori, affollamento, traffico. Quasi sempre la vita dei locali deve adattarsi alle esigenze dei turisti e non il contrario, come sarebbe logico.

Naturalmente questo non significa che si debba rinunciare al turismo; bisogna invece governarlo. Come ha scritto il ricercatore e manager Raffaele Rio nel suo ultimo libro (Il turismo non è destino. Come restituire ai territori il controllo del proprio futuro), «Il turismo non accade, si decide». Inoltre, ancor più di altre attività, è bene che il turismo non cresca troppo e non diventi mai la principale attività di un territorio. E strada facendo, meglio non contare solo il numero dei visitatori, come ancora oggi abitualmente si fa, ma valutarne piuttosto il profilo; è soprattutto importante tenere d’occhio la qualità della vita dei residenti, che viene prima della soddisfazione di chi visita per qualche giorno un luogo che, per altri, è semplicemente casa.