Tra il ludico e il dilettevole: dal punk alla catarsi collettiva, storia di una danza fatta di salti e spallate dove il caos si trasforma in comunità
Le attività ricreative, quelle tradizionali così come quelle più moderne, contribuiscono in modo decisivo a dare senso all’esperienza, centrale per la società , dello stare insieme. In alcune di queste attività – in quelle sportive, nei concerti rock, in discoteca, nei corsi di ballo, eccetera – lo stare insieme si accompagna al movimento. E chi dice movimento, dice corpo.
Sottoponendoci a degli allenamenti regolari, a una disciplina ferrea, seguendo la cadenza di balli molto tecnici, educhiamo il corpo a una particolare disciplina. Altre volte, il movimento è meno vincolato, più spontaneo, come quando andiamo in discoteca per divertirci. Oppure quando, a un concerto rock, le note che vibrano nel vento annunciano una canzone dall’alto tasso adrenalinico. E allora, come su una barca in mare aperto, ci muoviamo in balia della folla (non a caso si parla, in questi casi, di una «marea» di gente). A volte poi capita che un gruppo di persone cominci a farsi largo per formare un grande cerchio che lascia, nel mezzo, una zona momentaneamente priva di pubblico. Una sorta di vortice in mare aperto, per intenderci.
All’epoca il pogo contribuì a sostanziare il desiderio di rottura e protesta nichilista che era tipico degli ambienti punk
Potrebbe, questo, essere il preludio allo scatenarsi di un convulso cozzare di corpi, una danza tribale che sprigiona energia adolescenziale. Se vi trovate in questa situazione, è probabile che stiate partecipando a un pogo. Ma non temete: nonostante l’esuberanza e le traiettorie imprevedibili dei corpi, gli urti, e le spallate frequenti, l’intensità del fenomeno non si apparenta a uno sfogo deliberato di violenza, poiché la forza d’urto viene addomesticata.
Probabilmente il grande sociologo Émile Durkheim vi avrebbe detto che state vivendo un sano e tonificante momento di effervescenza collettiva: un’intensa eccitazione emotiva che viene a crearsi quando un gruppo condivide fisicamente uno spazio e un obiettivo comune, superando l’individualità per favorire una coscienza collettiva. Questo fenomeno, descritto da Durkheim ne Le Forme elementari della vita religiosa (1912), agisce come un motore sociale che trasforma l’energia psicologica condivisa rinforzando la solidarietà e l’identità comunitaria.
Quel dimenarsi esuberante e un po’ caotico ricorda però anche i riti di origine africana dove, in presenza di musica, le persone si abbandonano a danze che inducono quello che gli antropologi chiamano uno stato di trance collettiva. Si tratta di momenti privilegiati della vita comunitaria dove la coscienza si allenta e si inabissa in un’esperienza di natura mistica o, più semplicemente, che portano a uno stato di euforia collettiva.
Ma da dove viene il sostantivo «pogo» e, rispettivamente, il verbo «pogare»? La parola ha un’origine ben precisa, che si può far risalire all’invenzione ludica dei tedeschi Max Pohlig e Ernst Gottschall che, nel 1920, unendo le prime lettere dei loro cognomi brevettano l’omonimo bastone a molla (il pogo stick). A metà strada fra un semplice gioco e un attrezzo circense, il pogo stick viene usato per divertirsi saltellando allegramente. Offrendo al corpo un unico punto di appoggio non sorprende che, a meno che non si disponga di una tecnica collaudata o di competenze da equilibrista, i salti procurati da questo aggeggio risultino più sbilenchi che perpendicolari. Proprio come il pogo moderno, verrebbe da dire, dove i fan volutamente calibrano i loro salti in modo sghembo e bislacco incoraggiando così le consuete ed energiche spallate.
Etimologicamente, il verbo deriva da un gioco che è quasi attrezzo circense, il pogo stick, usato dai ragazzi per saltellare
Le caratteristiche e la frequenza serrata dei salti prodotti dal pogo stick sembrerebbero, infatti, propedeutici all’ampliamento di senso che il termine conoscerà quasi mezzo secolo dopo. Si narra, infatti, che nel 1976 Sid Vicious, che allora non era ancora il cantante dei Sex Pistols ma il loro più grande fan, durante un concerto della band londinese diede avvio a una serie di movimenti energici saltando verticalmente in mezzo al pubblico per vedere meglio il palco. La leggenda metropolitana vuole che sarà proprio Vicious, una volta diventato vocalist della band, a rivendicare la paternità del termine pogo nella sua accezione contemporanea.
All’epoca il pogo contribuì a sostanziare quel desiderio viscerale di rottura e quella protesta nichilista che era tipica degli ambienti punk. Con il passare degli anni però il termine perde un po’ la sua carica politicizzata, adattandosi a generi musicali diversi e allo spirito delle generazioni. Vale la pena in questo senso citare l’iconico video dei Nirvana Smells Like Teen Spirit, che inscena un concerto in una palestra delle superiori dove il pubblico adolescente, facendosi travolgere dai ritmi della band di Seattle, provoca un pogo generalizzato. Una canzone, quella dei Nirvana, che potrebbe facilmente essere presa come manifesto sonoro della generazione X.
Oggigiorno il pogo è diventato sinonimo di catarsi collettiva e di aggregazione giovanile. Al limite si potrebbe parlare di un rituale orientato alla liberazione dello stress quotidiano per mezzo di un’aggressività del tutto consensuale e incanalata dal ballo, e che prevede la condivisione di un codice etico e solidale. Se, per dire, qualcuno cade malamente, questi viene immediatamente rialzato dagli altri. Storicamente dominato da una forte presenza maschile, il pogo contemporaneo è, inoltre, sovente al centro di dibattiti culturali volti a renderlo uno spazio più sicuro e inclusivo per tutti i generi.
E comunque, anche se un giorno vi trovaste involontariamente coinvolti in questi turbinii di corpi che si urtano allegramente, non è che poi dovete per forza pogare come degli ossessi. Chi bazzica abitualmente nei concerti rock lo sa bene. Anzi, se proprio volete saperlo, anche solo rimanendo ai margini del vortice, la vostra esperienza del concerto potrebbe notevolmente arricchirsi. Ogni tanto anche il pogo rallenta, e al sopraggiungere di ritmi più danzerecci potete godervi tutto quello spazio vuoto ballando a vostro piacimento, senza urtare o essere urtati. Un lusso, considerato che tutto succede a pochi metri dal palco: un po’ come essere nel vostro giardino di casa.
