Per tutto l’oro del Far West tropicale

by azione azione
2 Settembre 2026

Nella Minas Gerais, il comune di Ouro Preto è parte delle cosiddette cidades historicas, e Patrimonio dell’Umanità UNESCO

Minas-Rio, 7-2 titola una pagina ingiallita di quotidiano, incorniciata come una reliquia in un anonimo barzinho, un baretto annidato in una stradina di Ouro Preto, Brasile. Non si riferisce a qualche leggendaria partita di calcio, è la cronaca di una sparatoria avvenuta una ventina d’anni fa, quando bande di rapinatori in trasferta da Rio de Janeiro presero d’assalto una banca locale. Finì sette a due, sette prigionieri e due morti, perché la polizia li stava aspettando. Ma per quale ragione scelsero proprio questa cittadina Patrimonio UNESCO circondata da una gruviera di colline bucherellate da vecchie miniere? Forse perché Ouro Preto è stata per secoli la cassaforte del Paese più vasto del Sudamerica, e questi sono da sempre i danni collaterali di una febbre dell’oro, che ha lasciato in eredità una teatrale bellezza architettonica.

Ci vuole tempo, molto tempo, dopo lo stordimento iniziale, per comprendere che cosa si nasconde dietro il fascino di questo sogno barocco iniziato alla fine del Seicento, quando l’acqua si trasformò in oro. Più precisamente quando una compagnia di bandeirantes, gli avventurieri che si inoltravano nelle zone inesplorate del Brasile in cerca di ricchezze, scoprì delle insolite pietre nerastre bagnate da un ruscello. Era ouro preto, oro nero alluvionale ricoperto da ossido di ferro, in quantità tale da scatenare una corsa all’oro che attirò una massa di disperati che secondo le cronache del tempo, «morivano di fame con le tasche piene di pepite».

«Morivano di fame con le tasche piene di pepite». Nessuna immagine racconta meglio la febbre dell’oro che fece la fortuna del Brasile e la rovina di generazioni di cercatori

Solo nel Settecento vennero spedite in Portogallo almeno ottocento tonnellate d’oro, oltre a quello illegale o rimasto nella colonia, facendo di Minas Gerais – le «Miniere Generali», nome che è tutto un programma – il cuore pulsante del Brasile e spostando per sempre verso sud il baricentro del paese. Gli spietati campi minerari di questo Far West tropicale si trasformarono rapidamente in cittadine stracolme di oro e pietre preziose, ma anche di arte e architetture barocche. Oggi queste cidades historicas sono Patrimonio dell’Umanità UNESCO, ma a quei tempi fortune inimmaginabili potevano nascere in pochi giorni, pronte a dissolversi alla stessa velocità, in un ambiente di violenza tale che secondo un testimone dell’epoca «Dio aveva permesso la scoperta di queste ricchezze per punire il Brasile».

Nel frattempo, il Portogallo del marchese di Pombal assisteva compiaciuto all’estrazione di un fiume d’oro e diamanti che trasformò Lisbona in una delle più belle capitali europee. Chi provava a non pagare il Quinto Real, il 20% che spettava alla corona portoghese, finiva male e il Governo coloniale arrivò a proibire la costruzione di monasteri per impedire che raccogliessero denaro per il Papa. Precauzioni ovviamente velleitarie perché si narra che a Ouro Preto, il centro più importante, persino gli schiavi africani nascondessero la polvere d’oro tra i capelli e sotto le unghie pur di costruire una chiesa alla loro patrona, Santa Ifigenia.

Bianchi, neri, meticci, a ciascuno la sua chiesa, perché nel cattolicissimo Brasile coloniale vigeva una rigorosa intolleranza religiosa. L’unica cosa che univa tutti, comprese le anime inquiete di schiavi neri decapitati e amanti trucidate in modo efferato che popolano le leggende locali, era un’irrefrenabile fame di ricchezza. Quanta ce ne fosse lo testimonia un’urbanistica inventata da avventurieri e minatori tra colline così ripide che spesso le strade diventano scalinate, un teatro di pietra che va in scena ogni alba, quando i primi raggi del sole scivolano lungo stradine che si attorcigliano su e giù tra le colline, rivelando un delirio di campanili, cupole e santi dallo sguardo estatico che si moltiplicano all’infinito.

Dentro chiese che evocano grotte dorate il tempo sembra essersi fermato a quando i miracolati dell’oro spendevano patrimoni per commissionare paffuti angeloni, prosperose sirene e santi dall’aria vagamente inquisitoria che si inseguono tra colonne ricoperte di pampini.

«Ouro Preto ha dentro di sé una forza nutrita da un passato di bellezza, un’energia che spinge a fare qualcosa di creativo», sa di cosa parla il pittore Carlos Bracher, una vera istituzione locale. Persino alla sera, mentre la nebbia si infila veloce tra le colline ricoprendo di ovatta lampioni che riscaldano facciate pastello, tutti cercano di inventarsi qualcosa in piazza Tiradentes, che onora per l’appunto un dentista seguace di Voltaire e degli illuministi che in realtà si chiamava Joaquim José da Silva, e che dall’alto del suo monumento sorveglia discretamente un andirivieni di ragazzini che vendono improbabili pietre preziose. Nel 1789 insieme ad altri intellettuali si mise alla testa del movimento dell’Inconfidência per chiedere l’indipendenza del Brasile. La congiura venne però immediatamente stroncata e la corona portoghese, che non voleva creare martiri, commutò le pene capitali nell’esilio. Tuttavia le strade del tempo erano quello che erano e il messaggero reale arrivò quando Joaquim da Silva era già stato squartato e la sua testa stava marcendo in piazza.

Avrebbe dovuto chiederlo agli schiavi neri come sarebbe andata a finire, loro lo sapevano da sempre perché bastava alzare lo sguardo all’entrata della città, in un luogo opportunamente chiamato Las Cabeças dove erano ordinatamente appese le teste di chi non era d’accordo, per far capire ai nuovi venuti come andavano le cose.

Apparentemente non è cambiato molto, perché in un vicino garimpo, un giacimento dove la pioggia ha dipinto di nero una terra rossa così cattiva che ti può franare addosso prima che te ne renda conto, Joao Catarinho racconta come un banale contrattempo che «qualche mese fa uno dei nostri è stato sepolto sotto una montagna di terra, e ci sono voluti sette giorni per trovarlo».

Mitizzato nei racconti popolari e nelle telenovelas ma disprezzato e sfruttato nella vita reale, il garimpeiro è un uomo perduto dietro un miraggio di ricchezza, un cercatore sempre in attesa del giorno, che forse non verrà mai, in cui troverà la pietra che gli risolverà la vita. Per capirlo, bisogna partire dalla realtà quotidiana di chi vende pietre che possono valere anche diecimila dollari: qui sognano sempre in dollari, ma spesso non hanno soldi per un piatto di riso. Magari ne chiedono mille per una pietra grezza apparentemente senza valore, poi vendono a cento qualcosa che una volta lavorato ne può valere quattrocento, perché neanche loro riescono a dare un prezzo a quello che tengono in mano.

Mitizzato nei racconti popolari, ma disprezzato nella realtà, il garimpeiro è un uomo perduto dietro un miraggio di ricchezza

Il sogno proibito di cercatori e collezionisti è il raro topazio imperiale che si trova soprattutto a Ouro Preto, famoso già dal diciottesimo secolo quando decine di migliaia di schiavi africani estraevano dal buio delle miniere quantità di oro così grandi che un chilo grezzo valeva quanto uno d’argento lavorato. Alla notte si rintanavano in qualche buraco, le grotte affumicate dai falò accesi per cucinare a fejioada, una fagiolata, e ripararsi dall’umidità.

Chi invece i soldi probabilmente li ha sempre avuti anche per un buon stufato di maiale con fagioli alla mineira è un anziano signore dall’aria serafica che secondo i bene informati sarebbe una delle pochissime persone che controllano i diamanti a Diamantina, antico capolinea della lunga Estrada Real che collegava Minas Gerais ai porti brasiliani. In questa cittadina aggrappata a una montagna, la corsa alla ricchezza non è mai finita, e per riuscire a vedere l’oggetto del desiderio, una manciata di diamanti grezzi, sono andato a cercarlo, munito di autorevoli raccomandazioni. Lui si è schermito, «Sono solo un piccolo commerciante, purtroppo non ho nulla, altrimenti si figuri se non glieli farei vedere».

Nel frattempo ha sciorinato un ventaglio di sbiadite fotografie da far venire un colpo al più incallito rapinatore, piramidi di pietre preziose accatastate su tavolini di formica e vigilate da energumeni in tuta mimetica muniti di kalashnikov. «Sono i miei guardaspalle, ricordi di quando andavo in Angola per commerciare. Bisogna sapere come comportarsi, perché i giacimenti sono isolati, è facile essere assaltati perché vai con denaro contante e torni con pietre». Poi, guardandomi dritto negli occhi, ha sussurrato; «Preferisco che non dica il mio nome perché quello del diamante è un mondo basato sulla confiança, sulla fiducia tra gente che si conosce da sempre». Basta saperlo, ho pensato, quando alla Casa do garimpeiro un kit per cercatori in vendita a poche decine di euro, pala e setacci inclusi, mi ha fatto venire in mente una scritta che ho visto sfrecciare sulla fiancata di un camion, «Il sole nasce per tutti ma l’ombra è per pochi».

Molti però di ombra ne hanno avuta fin troppa, nelle gallerie che hanno rimbombato per secoli del cigolio di carrette tirate da muli che diventavano ciechi a forza di non vedere la luce del sole, e schiavi che con la loro sofferenza hanno prodotto teatrini barocchi come Tiradentes, una cittadina che ha fatto fortuna grazie ai set di Rede Globo, il gigante TV delle telenovelas, o Sâo Joâo del Rey dove le note di un concerto di musica classica scivolano tra le navate della cattedrale. Lievi come le statue dei dodici Profeti in pietra sabão, la pietra pomice più leggera dell’aria, che volteggiano sulle scalinate della chiesa del Bom Jesus do Matosinhos a Congonhas.

Sono i capolavori di un personaggio geniale, estremo come il mondo che lo circondava, Antonio Francisco Lisboa, detto Alejiadinho, il «piccolo storpio». Di lui resta un ritratto dallo sguardo intenso, con le mani nascoste nelle maniche della giacca per non mostrare la devastazione prodotta da una malattia deformante, forse la lebbra, costretto a lavorare con strumenti legati ai polsi dagli apprendisti. Eppure, nulla riuscì ad arrestare la forza sovrumana di questo autodidatta che creò un universo di pietra, sintesi perfetta del barroco mineiro dilaniato tra la ricerca di una perfezione ultraterrena e la febbre della passione più insana e terrena, quella dell’oro.