I pensatori che ci hanno lasciato negli ultimi mesi hanno esplorato la complessità e la razionalità del nostro mondo
In questa prima metà dell’anno la comunità delle scienze sociali ha perso due intellettuali che hanno segnato con le loro idee il secondo dopoguerra: prima, il 14 marzo, Jürgen Habermas (nato nel 1929) e poi, il 29 maggio, Edgar Morin (1921). Tedesco il primo, francese il secondo. Ambedue editorialmente prolifici e tradotti in tutte le principali lingue del mondo. Habermas autore impervio, spesso contorto, bestia nera dei traduttori; Morin più accessibile attraverso una prosa in cui riversava anche esperienze autobiografiche. Tutti e due appartenenti all’area di sinistra, ma sempre da una posizione vigile e critica. Agli inizi comunista e anti-europeista, Morin ha poi percorso una sua via, diventando il pensatore della «complessità », tema del suo ponderoso «opus magnum» in sei volumi, reperibili in italiano nel catalogo Raffaello Cortina. Nemico di ogni ortodossia, di ogni fideismo, non ha tuttavia rinunciato a misurarsi con Marx, al quale ha dedicato una serie di saggi raccolti nel volume Pro e contro Marx. Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi.
Più ingombrante l’eredità con cui Habermas dovette fare i conti durante la guerra fredda: la Scuola di Francoforte, fondata negli anni Trenta da Horkheimer, Adorno e Marcuse, figure che ancora oggi non smettono di interrogare filosofi e sociologi e perfino, come nel caso di Adorno, i musicologi e i critici letterari.
Se la parola-chiave dell’opera di Morin è «complessità », quella che contraddistingue meglio il lascito di Habermas è «razionalità », concetto che egli riprende da Max Weber. Solo una politica retta da una disposizione razionale è garanzia di buon governo. Ragione significa infatti analisi scientifica della situazione, deliberazione democratica, trasparenza dei criteri, informazione corretta. Nel corso degli anni 70-80 le complesse architetture teoriche habermasiane filtrarono anche nel nostro dibattito, ancora molto ossificato, attraverso la mediazione di Virginio Pedroni, Marcello Ostinelli, Alberto Bondolfi, Enrico Morresi. Ci si rese conto che le categorie ideologiche del post ’68 non funzionavano più e che occorreva prestare attenzione ai cambiamenti che nel frattempo erano intervenuti nella società , nel mondo del lavoro e della rappresentanza sindacale, nei costumi e nelle aspirazioni dei giovani.
Il Gulag e Auschwitz
Habermas si ritrovò inoltre a fare i conti con il greve passato della Germania, con l’incerta identità tedesca, con i dubbi legati alla riunificazione del Paese dopo il 1989. Vastissima eco ebbe il suo confronto-scontro con lo storico Ernst Nolte, che nel 1986 intese sostenere che tra il bolscevismo e il nazismo sussistesse un nesso causale; che il terrore rosso, iniziato con la Rivoluzione d’ottobre, avesse anticipato le politiche di sterminio messe in atto dopo il 1933 dal regime nazista e dunque funto da esempio. La polemica, entrata negli annali sotto l’espressione «Germania: un passato che non passa», è ancora oggi non del tutto sopita.
Tutti e due sono appartenuti all’areapolitica della sinistra ma mantenendo sempre una posizione vigile e critica sulla realtÃ
Morin ha invece rivolto le sue cure alla scuola, alla formazione, insistendo sulla necessità di riformare l’insegnamento e i piani di studio: una revisione radicale dell’organizzazione dei saperi, da non più considerare come disgiunti e frazionati, ma come campi interconnessi, da affrontare con metodi interdisciplinari. Manifesto di questo approccio è il volume La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, del 1999.
Una missione civilizzatrice
Sia Habermas che Morin si occuparono intensamente dell’Europa, delle sue radici, del suo cammino, delle forme istituzionali assunte nel tempo e del suo salto da Comunità ad Unione. Habermas, europeista della prima ora, ha sempre guardato all’Ue con un occhio benevolo, ma ogni volta sollecitando riforme che garantissero un’effettiva partecipazione dei cittadini all’edificazione della casa europea e una «maggiore cooperazione fiscale, economica, politica e sociale». Innumerevoli i suoi interventi, tra articoli, saggi, interviste, successivamente radunati nei «piccoli scritti politici», sempre editi da Suhrkamp. L’Europa in costruzione è stata pure al centro delle riflessioni di Morin, a partire da Pensare l’Europa, in cui perorava la missione positiva e civilizzatrice del vecchio continente dentro un quadro internazionale sempre più dominato dalle grandi potenze extra-europee.
Habermas e Morin lasciano un’opera multiforme, ammirevole per ampiezza di temi e profondità analitica, sia nella filosofia che nella sociologia, sostenuta da puntuali incursioni nella sfera pubblica, al fine, come recita il titolo dell’ultima intervista ad Habermas, di costruire «un mondo migliore».

