«Il tipo di impegno è cambiato»

by azione azione
26 Agosto 2026

Le associazioni faticano a trovare volontari a lungo termine; Karin Freiermuth spiega cosa si può fare

Karin Freiermuth, lei fa ricerca e consulenza nell’ambito dell’impegno volontario. Anche lei è una volontaria?
Sì. Da vent’anni mi impegno come volontaria in diverse associazioni in ambito migratorio. Come svizzera mi sento privilegiata e per me è importante sostenere chi si trova in una situazione di partenza più difficile della mia.

Per le associazioni è sempre più difficile motivare i volontari. È mai stata demotivata?
No, ho l’impressione che i miei compiti abbiano un senso. Questo impegno dà molto anche a me.

A quanto pare in Svizzera molti non la vedono più così…
Non è vero. In Svizzera non si riscontra una diminuzione generale del volontariato. La quota di partecipazione negli ultimi quindici anni è rimasta invariata. È però cambiata la natura dell’impegno.

Cioè?
L’impegno tradizionale con un forte legame a una determinata associazione è diminuito. Molti volontari non se la sentono più di impegnarsi sul lungo termine, ma preferiscono un impegno a tempo determinato e basato su progetti specifici.

Come se lo spiega?
Oggi la vita è contraddistinta da maggiore mobilità e mancanza di tempo. Viviamo in una città e lavoriamo in un’altra, nel fine settimana andiamo in montagna. Un tempo si viveva in un paese, si lavorava in quello vicino e ci si impegnava per la società di ginnastica locale, in cui magari erano già attivi i propri genitori.

Se la gente continua a impegnarsi, ma lo fa meno a lungo, c’è comunque un problema…
È vero, quando i volontari terminano il loro periodo di disponibilità, vanno perse importanti risorse ed esperienze. Le organizzazioni devono investire molto tempo nella ricerca e nella formazione di nuovi volontari, che poi presto se ne andranno. Inoltre, quando si tratta di attività che coinvolgono le persone, non è ideale ricorrere continuamente a figure nuove. Soprattutto se vi sono di mezzo persone vulnerabili, il rapporto personale di fiducia è importante. D’altra parte, anche i volontari attivi, ma demotivati, rappresentano un problema, poiché la qualità del loro impegno diminuisce.

Cosa possono fare le associazioni perché i volontari restino motivati?
I volontari vogliono essere sicuri del fatto che il loro lavoro venga apprezzato. Se manca questo riconoscimento, ci mettono poco a sentirsi sfruttati o non presi in considerazione. Ciò può portare a una perdita della motivazione e, infine, a un abbandono dell’attività di volontariato.

Un semplice «grazie» basta come riconoscimento?
Un «grazie» generalizzato, ad esempio attraverso una newsletter, non basta. Meglio ringraziare in modo personalizzato. È impegnativo ma importante. L’accompagnamento dei volontari non è una cosa da fare en passant. Per questo nelle associazioni medio-grandi vi sono figure che si occupano unicamente dei volontari, diventando così persone di riferimento.

Una forma di corresponsabilità potrebbe rafforzare il legame?
Sì e no. Assumersi le proprie responsabilità contribuisce già di per sé a rafforzare il senso di appartenenza. I volontari coinvolti nei processi decisionali mostrano una maggiore motivazione e un legame a lungo termine con le associazioni o le organizzazioni. Vi sono però anche persone che non cercano nulla, e per le quali le responsabilità rappresenterebbero un fardello.

Associazioni e organizzazioni devono ripensare le proprie strutture?
Sì, perché diventa sempre più difficile che le persone si impegnino per un mandato di quattro anni. Le associazioni dovrebbero chiedersi se siano possibili mandati più brevi, o una co-presidenza, e se le riunioni si possono fare anche online. Adeguamenti importanti per chi vuole assicurare il volontariato del futuro. Ciò è tanto più importante se si considera che molte iniziative, come i servizi di trasporto per gli anziani o la cura dei boschi, non potrebbero esistere senza l’impegno dei volontari.