Hanno lasciato il loro Paese dopo l’invasione dell’Ucraina e oggi raccontano l’esilio e la speranza di un futuro diverso
«Non voglio tornare mai più in Europa, la voglio dimenticare come un incubo». Lo sfogo di Maria Zviagintseva, 52enne ex proprietaria di un asilo privato a Mosca, ha fatto esplodere all’inizio di agosto il dibattito nella comunità russofona di Facebook. I social occidentali sono oscurati in Russia, e seguiti prevalentemente dagli emigrati e dagli oppositori del regime. Il post di Maria – che racconta estasiata il livello del servizio nella capitale russa, dove «ti portano a casa qualunque cosa in 15 minuti», mentre si lamenta dell’inefficienza e povertà di quello che chiama il «socialismo europeo» – ha suscitato una valanga di ironie, ma ha anche aperto un argomento finora tabù.
Si tratta di una diaspora perlopiù benestante
Nel marzo 2022 Maria infatti aveva chiuso il suo asilo per bambini dei vip, scappando insieme al marito perché Vladimir Putin aveva invaso l’Ucraina. In altre parole, non era emigrata in cerca di una vita più agiata: era un’esule politica, fuggita dalla guerra e dalla dittatura.
Nessuno conosce il numero preciso dei cittadini russi scappati dal regime del Cremlino quasi cinque anni fa. Stime approssimative parlano di almeno un milione di russi partiti nel 2022: un esodo gigantesco, paragonabile all’emigrazione scatenata dalla rivoluzione del 1917. Sapere quanti di loro sono da allora rientrati è impossibile, la maggioranza dei fuggitivi si è infatti diretta in Paesi ex sovietici come la Georgia e l’Armenia, che non richiedono visti o permessi di soggiorno. La nuova diaspora cerca fortuna in tutto il mondo, dal Sud-Est asiatico a Israele, all’Argentina (che ha registrato un afflusso di russe in stato di gravidanza, attratte dalla cittadinanza automatica concessa al nascituro), soltanto una minoranza è riuscita a regolarizzare la propria posizione in Europa. Una diaspora prevalentemente benestante, professionisti, imprenditori, intellettuali, informatici, i russi più moderni, globalizzati e occidentalizzati.
Quattro anni e mezzo dopo, il mondo dei «relokant», i «rilocati», come preferiscono farsi chiamare per non pronunciare parole traumatiche come «esule» o «emigrato», rappresenta una nebulosa. Quelli legati alla politica e all’intellighenzia stanno replicando il percorso dei «bianchi» fuggiti dalla rivoluzione: una diaspora impegnata, che sta fondando case editrici e scuole, partiti e teatri, per cercare di contrastare il regime di Putin, e preparare un eventuale ritorno dopo la sua caduta. Divisi in diverse fazioni che si combattono ferocemente – come si è visto durante le elezioni della dozzina dei dissidenti che avrebbero dovuto rappresentare l’opposizione russa al Consiglio d’Europa – questi esuli politici producono un intenso dibattito in Rete, ma non sono riusciti a creare una forza politica o a esprimere un leader. Intanto il divario con quelli in patria aumenta: lo scrittore e attivista Valery Paniushkin si rimprovera di non avere avuto il coraggio di restare in Russia e finire in carcere, come ha fatto il suo amico Lev Shlosberg, appena condannato a 11 anni per la sua opposizione alla guerra, ma molti russi «rimasti» considerano i «rilocati» dei privilegiati che non capiscono quanto sia dura la vita di chi non ha potuto o non ha voluto scappare.
Davanti a scelte difficili
Gli altri, quelli fuggiti non perché costretti a scegliere tra l’esilio e il carcere, ma perché volevano soltanto costruirsi una vita lontano dalla guerra e dalla propaganda, al quinto anno di «rilocamento» si trovano davanti a scelte difficili. Molti sono tornati, senza annunciarlo sui social, spesso con paura e vergogna: Aleksandr Bashkyrtsev, cameraman emigrato con moglie e figlioletto in Francia, è rientrato in Russia perché non è riuscito a trovare un lavoro che gli offrisse un permesso di soggiorno. I risparmi sono finiti, l’affitto della casa di Mosca non bastava, e la prospettiva di chiedere asilo politico e magari finire in un campo profughi non lo attirava. A Mosca ha ritrovato il prestigio sociale e un lavoro ben remunerato, anche se preferisce non parlare delle serie televisive propagandistiche alle quali partecipa. Per altri, come Natalia Rogintseva, traduttrice 40enne emigrata in Serbia, il dilemma è come crescere i figli: «Se li iscrivo alla scuola inglese o francese, perderanno l’identità , se li iscrivo alla scuola russa resteranno sempre degli stranieri». Inoltre dall’anno prossimo la Serbia potrebbe introdurre visti per i cittadini russi, e l’idea di cambiare di nuovo Paese – molti «rilocati» in questi anni sono passati dalla Lettonia a Cipro e dall’Armenia al Portogallo – le fa cadere le braccia.
Il dilemma se integrarsi faticosamente o rimanere «rilocati» in attesa di un cambio di regime divide ulteriormente la diaspora. Molti, soprattutto i moscoviti, rimpiangono i confort e la ricchezza della capitale russa, e continuano a sognare di «tornare a casa», mentre altri studiano la lingua del Paese che li ha accolti e hanno tutta l’intenzione di assimilarsi. Danila Tkachenko, fotografo condannato in patria per una protesta contro Putin che ha ottenuto l’asilo politico in Italia, dice che non tornerà nemmeno a regime caduto: «Il mondo è così grande, non voglio restare imprigionato nell’eterna tragedia russa».
