Quando in Svizzera il servizio civile non esisteva e si cercava di «seminare» le nuvole per creare la pioggia
Sono nata il 14 luglio 1976. Tra i 3 e i 15 anni ho cambiato quattro case e sei scuole. Ogni volta significava salutare amici e inserirsi in gruppi già consolidati. Forse è anche per questo che oggi mi adatto facilmente a nuovi contesti. E il 14 luglio è anche la festa nazionale francese, che ricorda la presa della Bastiglia nel 1789. (Tiziana Pollonini Colonna)
Cara Tiziana, la tua storia è fatta di piccole rivoluzioni. Esperienze che richiedono capacità di adattamento, apertura mentale e una buona dose di coraggio. Gli anni in cui sei nata sono a loro volta anni di cambiamento e di contestazione. In tempi bellicosi come quelli odierni, ci piace ricordare soprattutto lo slancio pacifista che allora attraversa piazze e coscienze. La guerra del Vietnam si è conclusa l’anno prima, ma resta profondamente impressa nell’opinione pubblica. A questo si unisce l’eredità del Sessantotto, con movimenti che mettono in discussione autorità, convenzioni e mirano a plasmare un mondo più giusto e libero.
In galera come delinquenti
Quel clima si riflette anche in Svizzera e influenza il dibattito sul servizio civile. Nel 1976 questa possibilità non esiste ancora: i giovani che rifiutano il militare «per il semplice fatto di essere contro l’esercito in quanto strumento di morte, finiscono in galera come dei delinquenti comuni», osserva «Azione» del 15 luglio di quell’anno. Solo nel 1992 – lo ricordiamo – il popolo svizzero approva la base costituzionale del servizio civile, entrato poi in vigore nel 1996.
Tornando al 1976, il Consiglio federale propone di aprire il servizio civile solo agli obiettori «per motivi religiosi o morali, escludendo gli obiettori cosiddetti politici», e rifiuta l’idea di una libera scelta tra servizio militare e servizio civile. Quest’ultimo – spiega il settimanale – sarebbe stato più lungo, proprio per evitare adesioni di comodo (una preoccupazione tutt’altro che superata, come dimostra la recente votazione), e avrebbe richiesto un esame davanti a «una commissione civile di 5 membri che procederà ad un interrogatorio…». Del resto, continua il giornalista, una soluzione più radicale non otterrebbe di certo l’appoggio della maggioranza del popolo… che rimane conservatrice.
Non a caso un altro articolo, intitolato Come ci vedono gli altri, individua proprio nel «carattere conservatore» uno dei tratti distintivi del nostro Paese: secondo gli osservatori stranieri, «il popolo si mostra spesso più conservatore dei Parlamenti o dei Governi». Una predisposizione che può trasformarsi in un limite: «Il suo desiderio di “rimanere com’è” rischia di diventare immobilismo».
Siccità e dirottamenti
Nell’edizione citata si parla anche di eutanasia passiva, ricordando il caso del dottor Urs Peter Hämmerli, primario del «Triemlispital» di Zurigo, che propone di non alimentare artificialmente i pazienti incurabili e incoscienti. Si apre così un’inchiesta giudiziaria e si accende il dibattito sui diritti dei malati terminali. Una discussione ancora attuale.
Mentre tra le notizie internazionali spicca «la siccità che tiene l’Europa occidentale riarsa in una morsa infuocata». Vi ricorda qualcosa? Si racconta di ricerche «rivolte ad aumentare le precipitazioni»: modificare il meteo, insomma, «seminando» le nubi con neve carbonica o vapori di ioduro d’argento. Non pare abbiano fatto miracoli.
E poi c’è il caso di Entebbe: il dirottamento di un volo Air France da Tel Aviv a Parigi, costretto ad atterrare in Uganda da un commando palestinese e tedesco, che prende in ostaggio oltre cento persone. La crisi si conclude nella notte tra il 3 e il 4 luglio con un blitz delle forze speciali israeliane, un’operazione che monopolizza l’attenzione dei media internazionali. «Azione» tuttavia invita a guardare oltre l’evento: «Nell’euforia di un indubbio successo (…) la maggior parte di noi ha dimenticato che all’origine di tutto vi è un problema importante quanto la sopravvivenza di Israele: quello del popolo palestinese oggi ramingo e costretto a cercare in una disperata battaglia nel Libano, un angolo nel quale vivere e operare». Il tempo passa, ma alcuni pesanti nodi restano da sciogliere.
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