Un dialogo nostalgico e poetico

by azione azione
19 Agosto 2026

A colloquio con la giovane artista olandese Eline Kersten, a Peccia con le sue opere interconnesse a natura e paesaggio

Gli approcci trasversali a un tema permettono un prezioso cambio di prospettiva. È proprio questo che offre allo spettatore la giovane artista emergente olandese Eline Kersten (classe 1994), laurea in belle arti all’Accademia di Maastricht e in curatela al Goldsmiths College di Londra, attualmente protagonista della mostra inauguratasi lo scorso 2 agosto al Centro Internazionale di Scultura di Peccia. Quella di Kersten è un’arte che nasce da o con il contesto in cui viviamo, e che mostra una profonda consapevolezza delle urgenze che ci riguardano (quella climatica in primis). La tematizzazione di queste ultime, però, non si fa mai didascalica o moraleggiante, e ciò grazie alla poesia, che, come un velo impalpabile, ammanta le opere in mostra.

Come ha sottolineato la storica dell’arte e curatrice della mostra Gianna Mina nel saggio critico, «le interconnessioni profonde tra uomo e paesaggio interessano l’artista, che conferisce agli elementi naturali e alla materia delle sue indagini proprietà relazionali dell’uomo. (…) Kersten si avvicina a una corrente di pensiero filosofica recente, il Nuovo Materialismo. (…) La materia non viene considerata solamente un ausilio fisico utile a esprimere un pensiero, ma espressione stessa del pensiero e intento di fronte ai quali siamo chiamati a interrogare noi stessi e la nostra comprensione della realtà».

Quella di Peccia non è una realtà nuova per l’artista olandese, che da qualche anno vive a Zurigo, ma conosce bene anche la Vallemaggia, che visita spesso.

Nelle sue opere Eline Kersten cerca di creare uno spazio che favorisca un dialogo silenzioso e ammantato di poesia

Eline Kersten, come si distingue la sua pratica lavorativa?
Collaboro spesso con esperti di settori diversi, soprattutto del mondo scientifico: botanisti, antracologi (studiosi dei resti di carbone vegetale in archeologia) e glaciologi (studiosi dei ghiacciai). Mi è successo anche di lavorare con i pompieri nell’ambito di una formazione sugli incendi boschivi.

E a livello pratico, come si traduce?
Per il progetto Timekeepers (Guardiani del tempo, Ndr), ad esempio, ho realizzato una serie di grandi capsule di vetro che ho poi riempito di acqua proveniente dai ghiacciai dell’Antartico e della Groenlandia. Ho collaborato con una glaciologa al tempo all’Università di Berna, che era stata nell’Antartico a trivellare i ghiacciai fino a una profondità di tre chilometri per estrarne dei campioni da inviare alle varie università. Ho scoperto che i ricercatori, dopo l’analisi del ghiaccio – di cui osservano lo scioglimento per quattro ore –  buttano l’acqua nel lavandino. Ma per me è un ghiaccio antico e prezioso, giunto fino a noi dalle profondità della terra, come se ne fosse una specie di memoria. In fondo, ritroviamo il passato della terra in una pozza d’acqua, e l’acqua è ciò che connette ogni cosa. Ogni capsula ha un certificato riportante le informazioni esatte sull’acqua in essa contenuta.

Da una parte l’acqua e dall’altra il fuoco…
Sì, e per questo a Peccia si trova anche il mio mobile Life, by any other name (La vita, con qualsiasi altro nome, Ndr), scultura cinetica da cui pendono diversi oggetti. Come i baccelli di piante pirofite, che, per sbocciare e rilasciare i propri semi, hanno bisogno del fuoco o del fumo. Noi tendiamo sempre ad associare il fuoco alla morte, mai alla vita: per queste piante invece esso è positivo. Dal mobile pendono anche dei carboni, che, invece, rappresentano la fine di qualcosa: ho cercato di ricreare un bilanciamento tra vita e morte.

Nei suoi lavori, oltre a una dichiarazione estetica, si trovano anche quelle che potremmo definire delle asserzioni.
Il mio interesse parte sempre da un paesaggio o da un evento specifico, come è successo per gli incendi boschivi. Sono affascinata dall’esplorazione di quello che chiamo il «terzo spazio», ossia quel vuoto che c’è tra l’esperto che mi espone le sue competenze e quelle che sono le mie competenze d’arte. È in quel luogo che le due aree di competenza si incontrano e si possono mescolare e, in fondo, il processo artistico è questo. Il mio lavoro non ha connotazioni morali, io vorrei che la mia arte fosse in grado di coinvolgere diverse prospettive, mettendole sotto una nuova luce. In questo, a volte, mi aiuta la poesia, che trovo ideale per aprire una finestra di dialogo con il pubblico.

E il pubblico dove si situa? Esiste anche un quarto spazio?
Forse sì, perché l’arte ha bisogno anche di qualcuno che la guardi, di una reazione, che sia essa visiva, uditiva, riflessiva o olfattiva. Perfino la confusione rappresenta una buona reazione, perché invita al pensiero.

Molta parte della produzione letteraria contemporanea ruota intorno a temi che toccano la sfera individuale dell’essere umano, e l’ecologia vi appare raramente. Come stanno le cose nell’arte?
Ecologia e cambiamento climatico sono temi ricorrenti nel mondo dell’arte, anche se ci si occupa più spesso di identità, femminismo e temi legati al LGBTQIA+.

Veniamo al titolo della mostra, Forme di Solastalgia…
«Solastalgia» è un termine coniato dall’ecofilosofo e già Professore di sostenibilità australiano Glenn Albrecht. Si riferisce alla nostalgia della «casa» (in senso di contesto) che si può provare pur essendo a casa. Albrecht lavora con gli abitanti di una regione mineraria dell’Australia in cui le miniere occupano sempre più spazio. Il filosofo ha studiato chi, a dispetto di un paesaggio che cambia al punto da diventare irriconoscibile, continua a vivere in un determinato posto. La solastalgia può essere causata da fattori diversi, dalle guerre o da cambiamenti dettati dalla natura, come incendi, uragani o alluvioni. Questo concetto mi permette di combinare la riflessione sul paesaggio con quella identitaria: a quale posto appartengo? cosa è la mia casa? se il paesaggio cambia rapidamente, quali sono gli effetti sull’identità?

Dunque, si ama una cosa che domani non ci sarà più, perché stravolta?
È un concetto collegato al lutto ecologico come lo intende Panu Pihkala. E non mi riferisco solo al dispiacere per lo scioglimento dei ghiacciai in Islanda, ma anche alle piccole cose che accadono intorno a noi.

La sua arte è una forma di attivismo?
A volte me lo chiedono, ed è una domanda difficile. Spesso ci si immagina gli attivisti come persone che marciano per strada reggendo manifesti e scandendo slogan. Ma c’è anche l’approccio degli artisti, che cercano di stimolare a una riflessione in modo più morbido. Non so se possiamo chiamarlo attivismo, ma è un modo di esprimersi.

Come ha trovato la scena artistica svizzera?
Ho trovato una scena artistica molto stratificata: alle importanti istituzioni museali del Paese si affianca una vivace scena off, con collettivi e comunità alternativi. Inoltre, c’è un mercato dell’arte più strutturato di quello dei Paesi Bassi.