Opere che sono luogo di origine e trasformazione

by azione azione
19 Agosto 2026

Ad Ascona si omaggia con una antologica l’eclettico percorso creativo dell’artista ticinese Luisa Figini

Pochi sostanziali temi e molteplici linguaggi per sviscerarli: è questa la peculiare ricerca di Luisa Figini. Se volessimo trovare una forma capace di rappresentare l’evoluzione del percorso della poliedrica artista ticinese, quella più appropriata sarebbe certamente la spirale, struttura fluida e sinuosa che rimanda a un’idea di dinamismo e di sviluppo senza soluzione di continuità.

Il cammino di Figini, contraddistinto proprio dalla rivisitazione di un selezionato repertorio di concetti profondamente connessi all’uomo e dall’incessante sperimentazione di tecniche e materiali spinti all’estremo delle loro potenzialità, incarna appieno il bisogno dell’artista di aprirsi alla disincantata esplorazione della complessità dell’esistenza.

Donna arguta e raffinatamente provocatoria, fin dagli esordi Figini si è mossa lungo un sentiero tracciato dal camminare stesso, privandosi di una traiettoria decisa a priori per seguire invece direzioni inusuali verso le quali è stata condotta dagli stimoli raccolti intorno a sé. Volgendo il suo interesse a ciò che ha ritenuto più affine al proprio sentire, ha attinto dagli ambienti artistici svizzeri ed europei numerosi impulsi per la sua indagine, dando vita a una produzione ricca di soluzioni formali inedite.

Ciò che ne risulta è l’elaborazione di una cifra stilistica personale che, sebbene intrisa delle suggestioni provenienti da alcune delle più rilevanti esperienze artistiche contemporanee, come l’Arte Povera, l’arte concettuale e la videoarte, elude ogni tentativo di essere ricondotta a un contesto specifico.

Con la sua capacità di sondare le vicende umane cercando di cogliere l’arcana potenza della loro origine, Figini indaga temi universali come la memoria, la fragilità dell’esistenza, la morte, il rapporto tra dimensione esterna e interiorità e l’idea di passaggio da una condizione all’altra, spesso legata al pensiero ancestrale di flusso e trasformazione.

Ecco allora che la sua ricerca la porta a concepire l’opera come una presenza evocativa che attiva la nostra percezione sensoriale e le nostre intuizioni, andando spesso a suscitare emozioni legate al perturbante, quell’impressione di inquietudine e spaesamento che si prova quando qualcosa di familiare ci appare improvvisamente estraneo e misterioso.

Dalle prime creazioni scultoree in ceramica, elemento semplice e duttile che racchiude l’energia del contatto primordiale con la madre terra e che testimonia la passione dell’artista per la materia e per il gesto che la plasma, Figini passa intorno alla metà degli anni Novanta alla realizzazione di installazioni con materiali organici e inorganici – capelli, cera, budella e reti metalliche – per giungere poi all’esecuzione di lavori in cui pittura e disegno si combinano con la proiezione di immagini in movimento, in un sovrapporsi di codici espressivi diversi connessi tra loro secondo dinamiche complesse.

Le opere di Luisa Figini nascono dal desiderio di connettere la propria esperienza individuale a quella universale

Il denso e multisfaccettato cammino dell’artista viene ripercorso nelle sale del Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona con una mostra che raduna otto opere particolarmente significative della produzione di Figini, raccontando gli snodi fondamentali della sua attività e del suo pensiero. La rassegna antologica è curata da Carla Burani e Paola Tedeschi-Pellanda, autrici anche della prima monografia dell’artista la cui pubblicazione è prevista per questo autunno.

Di grande impatto sensoriale, ma al contempo delicati ed eleganti, i lavori presentati si impadroniscono dello spazio intrecciando l’un con l’altro la loro valenza estetica e il loro portato allusivo. Dall’ampia varietà dei linguaggi e degli esiti stilistici emergono così le tematiche tanto care all’artista, in un sottile echeggiare di incentivi visivi che sollevano molteplici riflessioni.

Come se l’artista volesse condurci nel suo universo creativo consigliandoci l’approccio con cui esplorarlo, l’incipit del percorso espositivo è segnato da Ala, opera del 2015 collocata nella tromba delle scale del museo, che sembra «scortare» il visitatore con la sua presenza dalla fisicità leggiadra ma dalla grande intensità concettuale: realizzata con piume di rapaci, assurge a simbolo dell’istinto primordiale e della capacità di guardare il mondo dall’alto.

Lavoro dallo spiazzante impatto visivo è Installazione, del 2000, una stanza con un tavolino e una poltroncina rossa a fare da arredamento e con il pavimento e le pareti completamente ricoperti di capelli veri. Qui l’idea di casa, luogo protettivo per eccellenza, diventa uno spazio destabilizzante dove il mobilio di famiglia dell’artista lega la sua storia a quella degli altri individui attraverso le tracce di un frammento umano dal forte potere evocativo, intersecando così memoria privata e collettiva.

Ecco poi alcune opere in ceramica, come Porta di Vento (1993), il cui aspetto richiama i tumuli sepolcrali preistorici e la cui lavorazione della materia è caratterizzata da fenditure che diventano varchi per un possibile «oltre»; Racconti di un traghettatore (1991), composta da grandi canoe rovesciate dalle fattezze primordiali che si fanno metafore del transito da una dimensione all’altra; e, ancora, Casa (2004-2025), serie di sculture che, nell’accennare la forma di abitazione, si rivelano enigmatiche urne funerarie, a rammentarci la transitorietà della vita.

Al tema del passaggio è legata anche l’installazione Bagaglio a mano, del 2014, in cui Figini appronta un possibile corredo funebre contemporaneo creando gli oggetti con la carta pergamina: quasi impalpabili nel loro bianco diafano, fragili ed eterei, questi manufatti vengono caricati dall’artista di una profonda rilevanza emotiva che li rende lirici simulacri della memoria.

Dell’articolata produzione di Figini, in mostra ci sono anche due lavori di videoarte, ambito a cui l’artista si dedica già a partire dal suo periodo di formazione alla Haute école d’art et de design di Ginevra. In Sonar (2006-2007), realizzato nella piscina fisioterapica di un ospedale psichiatrico, le immagini di un mondo subacqueo creano una visione incerta e instabile dove il corpo umano si sostituisce alla parola come mezzo espressivo. In Fiorire (2022), invece, videoproiezioni e dipinti si sovrappongono tra loro generando rappresentazioni che ci parlano di metamorfosi e di caducità dell’esistenza.

La più recente tra le opere esposte è Con passo d’infanzia, del 2025, serie di acquerelli che prende vita da alcune fotografie scattate dal padre dell’artista negli anni Cinquanta e Sessanta. Qui Figini si confronta con il proprio passato, esplorando le sue origini e ciò che ha plasmato la sua identità. Nessun intento nostalgico ha mosso questo lavoro, solo l’impellente bisogno dell’artista di connettere la propria esperienza individuale a quella universale nel segno di una memoria condivisa.