Santo Domingo e cinque secoli a passo di bachata

by azione azione
19 Agosto 2026

Nella Ciudad Colonial la musica di strada, le partite a domino e la vita di quartiere continuano ad animare uno dei centri storici più affascinanti dei Caraibi

Il piccolo complessino di pensionati cerca di raccogliere qualche pesos suonando una bachata per i gruppi di visitatori che scendono dalle grandi navi da crociera. Poco oltre una ragazza di 15 anni, vestita con uno sfarzoso abito azzurro da cerimonia, si fa fotografare per la sua festa della quinceanera, la tradizionale celebrazione che tutte le ragazze fanno per il loro quindicesimo compleanno. Altri turisti riempiono i tavoli dei bar all’aperto che circondano il Parque Colón il cuore della Ciudad Colonial o centro storico di Santo Domingo. Il tutto sotto lo sguardo di Cristoforo Colombo, la cui imponente statua si staglia al centro della piazza.

La zona Colonial, la parte più antica di Santo Domingo, racchiude più di 500 anni di storia ed oggi è rimasto il più antico insediamento europeo permanentemente abitato delle Americhe. Fondata inizialmente nel 1498 da Bartolomeo Colombo, fratello di Cristoforo, sulla riva orientale del fiume Ozama, dopo un violento uragano fu ricostruita nel 1502 sulla riva occidentale del fiume dal governatore Nicolás de Ovanto.

Per tutto il periodo delle colonie spagnole la Isla de la Hispaniola, (oggi divisa tra Repubblica Dominicana e Haiti) è stata il punto di partenza delle navi iberiche per le conquiste e i commerci in Centro e Sud America. E la Ciudad Colonial, con la sua piazza principale Parque Colón dove si affacciavano la cattedrale di Santa Maria la Menor, la più antica del Nuovo Mondo, gli storici palazzi governativi e quelli dei nobili e con le sue strade a scacchiera, divenne l’esempio e il modello urbanistico per la costruzione di tutte le altre città coloniali delle Americhe. Dichiarato patrimonio dell’Unesco nel 1990, il centro di Santo Domingo è un susseguirsi di luoghi storici, musei e antiche chiese.

Dichiarata Patrimonio mondiale dell’UNESCO, la Ciudad Colonial conserva il più antico insediamento europeo stabilmente abitato delle Americhe

Camminando per le stradine si costeggiano palazzi dall’architettura coloniale spagnola, con piccoli balconi adorni di fucsie, il tipico fiore dell’isola. E ci si può riposare nei giardini al centro delle piazzette che ogni tanto si incontrano lungo il cammino. Perché i luoghi da visitare non sono pochi. C’è la Calle Las Damas, la strada pavimentata con grosse pietre che fu la prima via della città e che deve il suo nome, secondo la leggenda, al fatto che vi passeggiavano le nobildonne. Una vecchia lapide sul muro ci ricorda che questa strada di pietra è stata percorsa da secoli di storia. E sempre su questa strada si trova la più antica fortezza delle Americhe, la Fortezza Ozama, affacciata sul fiume da cui prende il nome.

Le alte e spesse mura fanno da cornice al grande giardino, mentre proprio di fronte all’entrata, si staglia la vera e propria Fortezza, che ha difeso la città dall’assalto dei pirati e delle altre potenze coloniali dell’epoca. Una giovane coppia di sposi si fa fotografare con il Mar dei Caraibi alle spalle, mentre un gruppo di turisti americani con la pelle bruciata dal sole, cerca riparo al fresco del museo. E così, dopo una breve sosta si può riprendere il viaggio in questo cuore pulsante e storico della capitale Santo Domingo. Un viaggio che non deve avere per forza un tragitto definito.

Basta camminare e sicuramente si arriva in un luogo storico e affascinante. Come il Panteón Nacional, una ex chiesa dei gesuiti del 1700 che oggi ospita le spoglie degli eroi nazionali e al centro della cui navata arde la fiamma eterna. Un cadetto militare in alta uniforme è fermo immobile all’entrata, nonostante il caldo opprimente. Il sudore gli imperla la fronte, ma rimane impassibile, anche di fronte alle molteplici fotografie che gli scattano i turisti.

La Ciudad Colonial è una vera attrazione, dove storia, cultura e tradizione dominicana si incrociano di continuo. Dai numerosi negozi di souvenir esce immancabilmente la musica della bachata o del merengue mentre le tipiche ed eleganti carrozze bianche che portavano a spasso i visitatori, oggi, con le nuove disposizioni, hanno sostituito i cavalli con il motore elettrico.

Mi fermo a parlare con Xavier, 50 anni, cappello di paglia in testa e camicia a fiori. È all’angolo del Museo de las Casas Reales in attesa di qualche turista che decida di fare un giro sulla sua carrozza. «Ma certo, il fascino delle carrozze trainate dai cavalli era imbattibile, mi dice mentre si accarezza i baffi neri, ma con questo clima, con questo caldo, bisognava tutelare il benessere degli animali». Stava per aggiungere qualcos’altro, ma una coppia di inglesi gli ha chiesto di essere portata a fare un tour della Ciudad, così mi ha salutato sventolando il cappello.

Sulla piazza davanti al Museo della Casas Reales una statua di un toro stilizzato dà il benvenuto ai visitatori, insieme a un altro primato della Ciudad Colonial: il primo orologio solare delle Americhe. Una colonna bianca con alla sommità un semicerchio e la cui ombra proiettata sul pavimento indica l’ora. Una leggera brezza marina porta sollievo qui sui bastioni delle vecchie mura di fronte al museo, lontano si sente il rumore del traffico e allora vale la pena sedersi un po’ nei giardini della Plaza de España, che è proprio lì accanto e ammirare l’evoluzione di alcuni ragazzi con lo skateboard.

Una anziana signora porta a passeggio la nipote, mentre un gruppo di amici gioca a domino su un vecchio tavolo, accompagnando ogni giocata con urla e rumorose risate. Mi avvicino e in modo naturale iniziano a parlarmi. Sono tutti nati qui, nel centro storico e mi raccontano di come fosse diversa la Ciudad Colonial, quando non c’erano tutti questi visitatori, quando ancora tutti si conoscevano e il turismo non aveva preso il sopravvento sulla vita quotidiana. «Era come vivere in un vecchio pueblito (paesino), mi racconta uno di loro, in questa piazza venivamo a giocare a calcio da piccoli e poi, da grandi, ognuno di noi ha passeggiato qui con la sua fidanzata», racconta Oscar, capelli bianchi e uno sguardo allegro, mentre indica tutto intorno. Gli fa eco Francisco, che aggiunge: «vero, era tutto molto diverso, ma è anche giusto che il mondo intero si possa godere le bellezze e la storia della nostra città». Li lascio al loro gioco e vado di nuovo verso il Parque Colón, ma prima mi fermo ad ammirare la bellezza della Casa del Cordón e del Monastero di San Francisco.

Nel girovagare tra vicoli e palazzi storici, finisco in un piccolo parco vicino alla Casa del Tostado, anche lei con il suo primato: costruita nel 1520 è famosa per la sua rara e bellissima finestra gotica gemina (doppia), l’unica rimasta di questo tipo in tutte le Americhe. All’interno del parco invece sono sparse delle bancarelle di un mercato di artigianato locale. Una di queste vende ciondoli e monili d’argento. La ragazza da dietro il tavolo mi invita a provarne alcuni e poi mi dice che sono fortunato ad aver visitato la Ciudad Colonial e la Repubblica Dominicana, «perché è un’isola felice come diceva Cristoforo Colombo: il paradiso più bello mai visto dagli occhi umani».