Salgo sul regionale. Trovo un posto. Davanti a me ci sono due donne sui cinquanta, una con una camicia bianca e una con una camicia azzurra. Tutte e due hanno il telefono in mano, lo guardano.
Tiro fuori dalla borsa Ritratto in piedi, di Gianna Manzini. Il segnalibro è a pagina 189. Comincio a leggere:
«Non doveva capitarmi. Non doveva».
Bianca ficca il telefono nella borsetta, con un gesto esasperato. Azzurra alza gli occhi.
«Capisci?», dice Bianca. «Mi ha tradita. Con una ragazzetta. La ha messa incinta. Ha pure riconosciuto il figlio. Non mi ha detto niente. Per quattro anni. E poi è morto. Ho scoperto tutto solo perché quella puttana è venuta da me a reclamare l’eredità».
«Non è una puttana», dice Azzurra. «È una donna che si è lasciata illudere. Che ha perso l’uomo che amava. Che vuole assicurare un futuro a suo figlio».
«Suo figlio», dice Bianca. «Lo ha pure portato in udienza. Non fa altro che frignare».
«È un bambino», dice Azzurra.
«Ma mi odia già», dice Bianca. «Lei gliel’ha insegnato. Sono sicura».
«Senti», dice Azzurra. «Lasciamo stare».
«Come vuoi», dice Bianca. «Lavatene le mani». Mette su una faccia sostenuta, guarda nel corridoio tra i sedili.
Azzurra apre la bocca, la chiude, torna a guardare il telefono.
Io continuo a leggere:
«Sia pure in maniera ottusa, l’avevo sentito che, raccontando la storia di lui, sarei arrivata a questo punto…».
Prima o poi su questa storia dovrò scrivere un libro», dice Bianca, sempre guardando altrove.
«Così poi lei ti fa causa», dice Azzurra.
«Ma no», dice Bianca. «E per cosa? Io racconterei solo la verità».
«Se racconti la verità, ma comunque le procuri un danno di qualunque tipo», dice Azzurra, «anche solo un danno psicologico, può farti una causa civile».
«Cambio i nomi», dice Bianca. «Metto che tutto è successo in un’altra città. Se mi fa causa, è come se dicesse: “Sono io, quella puttana là”. Quindi non le conviene. E poi così rovinerebbe la vita a suo figlio».
«Adesso ti preoccupi, del figlio», dice Azzurra.
«A me un figlio non me l’ha mai dato, Alberto», dice Bianca. «Non me lo ha mai voluto dare».
«Stai dicendo che vorresti portarle via il figlio?», dice Azzurra.
«Una puttana non può essere una buona madre», dice Bianca.
«Non ti facevo così stronza», dice Azzurra.
«Ah», dice Bianca, «adesso la stronza sono io?».
«Lasciamo stare», dice Azzurra. «Non ne posso più».
«Come vuoi», dice Bianca.
Io continuo a leggere:
«…in una zona d’ombra lavorata da un tarlo che, risalendo dal profondo, a lungo, a lungo mi aveva incalzata, sgretolando».
«Questa storia mi sta sgretolando», dice Bianca.
«Non puoi fare la guerra al mondo», dice Azzurra. «Tuo marito ha avuto un figlio con una, e a questo figlio spetta la sua parte di eredità. È la legge. Con tuo marito non puoi prendertela: non c’è più. Col bambino neanche: davvero non c’entra niente. E anche lei, in fondo…».
«È una puttana», dice Bianca.
«Ti ricordi Luigi?», dice Azzurra.
«Che c’entra Luigi?», dice Bianca.
«Sei stata con lui tre anni», dice Azzurra. «Ed era sposato».
«Non mi sono fatta mettere incinta», dice Bianca.
«Guarda che non sono smemorata», dice Azzurra.
«Ma sì, lo so, lo so, una volta l’ho detto», dice Bianca, «una volta te l’ho detto che forse se fossi rimasta incinta lui avrebbe piantato la moglie. Una volta. L’ho detto. Ero pazza di lui. Avevo ventun anni. Non capivo un cazzo».
«Ecco», dice Azzurra. «Eri come la ragazzetta di tuo marito».
«Prima stronza», dice Bianca, «e adesso puttana».
«Uffa», dice Azzurra.
«Quello che non capisci», dice Bianca, «è che casa mia, la mia casa, dove vivo da venticinque anni, per metà sarà di proprietà di quella là».
«Del figlio», dice Azzurra.
«Che per quindici anni ancora sarà minorenne», dice Bianca. «Quindi la proprietaria sarà lei, di fatto. Farà di tutto per buttarmi fuori».
«Signore», dico.
Le due donne mi guardano.
«Sono uno scrittore», dico. «Non vi ho ascoltate apposta: sono qui, era impossibile non sentirvi. Non vi disturberà, suppongo, se con questo vostro battibecco ci faccio un raccontino».