L’arte di educare al mondo che verrà

by azione azione
12 Agosto 2026

Edwin Maria Colella, esperto di innovazione e trasformazione, indica come sopravvivere ai cambiamenti dell’intelligenza artificiale e prova a immaginare come cambieranno le scuole

Da più parti si moltiplicano i timori per lo sviluppo e la diffusione dell’Intelligenza artificiale, mentre i pronostici restano incerti. Il cambiamento in atto – la quarta rivoluzione industriale della storia dell’umanità – rende difficile immaginare, ad esempio, quale sarà il futuro del mondo del lavoro: nessuno sa prevedere ancora con certezza quali professioni diventeranno desuete, quanto aumenterà la disoccupazione, quali saranno le conseguenze sui salari. Arduo anche capire come cambierà l’apprendimento a scuola (c’è chi mette in discussione l’esistenza stessa, nel lungo periodo, della formazione universitaria). Mentre viviamo in mezzo ai dubbi, possiamo decidere di passare all’azione, informandoci e rivendicando il nostro ruolo di cittadini del mondo.

Così suggerisce un nuovo libro, appena pubblicato da FrancoAngeli, intitolato Analfabeta. Dalla scrittura all’AI, il paradosso della conoscenza nell’era digitale. L’autore è Edwin Maria Colella, esperto di innovazione, trasformazione digitale e dell’impatto della tecnologia sulla cultura e sulla vita delle persone, che ha vissuto e lavorato tra Italia, Svizzera e Francia.

Leggere, scrivere e far di conto è importante ma non basta: oggi serve capire come funziona un algoritmo

Edwin Maria Colella, per capire il presente è utile ripercorrere mentalmente il passato, come fa lei nel suo libro. In che modo le grandi rivoluzioni tecnologiche hanno cambiato la storia dell’umanità? Le rivoluzioni tecnologiche sono state sempre accolte con grandi timori. La scrittura e la stampa hanno modificato la trasmissione del sapere, facendolo diventare accessibile a fasce di popolazione che prima vivevano nell’ignoranza. L’elettricità ha illuminato le città, ma ha riscritto i ritmi del lavoro e le abitudini più personali, permettendo di restare alzati col buio per leggere, ad esempio, e socializzare. L’automobile ha ridotto le distanze, creato nuove connessioni, anche culturali, ma ha generato nuove dipendenze e una diversa geografia delle città. Un’ambivalenza che ritroviamo anche nelle tecnologie della comunicazione: il telefono ha avvicinato chi era lontano ma ha introdotto l’eccesso della continua disponibilità. La radio e la televisione hanno creato la prima esperienza collettiva di comunicazione continua. E il Web, nato come grande progetto collaborativo e libertario, si è trasformato in fretta in un oligopolio dell’attenzione. Quando l’accesso è gratuito, come ha osservato il giornalista Chris Anderson, ex direttore di Wired, il prodotto siamo noi. Più ci si connette, più si è tracciati.

La storia mostra che le grandi trasformazioni hanno creato vincitori e vinti, ma hanno anche generato risposte

Qual è la differenza di adesso, rispetto al passato? A mio avviso, la grande differenza consiste nel tempo: in passato chi riusciva ad adattarsi ai cambiamenti aveva competenze valide per decenni, perché le tecnologie si stabilizzavano. Oggi questo non sembra più vero, e proprio qui si apre la necessità di una riflessione: serve una nuova alfabetizzazione, concetto che dà anche il titolo al mio libro. L’analfabetismo del nostro tempo è critico, non tecnico. Non è l’incapacità di usare gli strumenti digitali, come le app, ma l’incapacità di comprendere come ci condizionano e come volgerli a nostro favore. Dobbiamo recuperare il nostro ruolo di cittadini, che è diverso da quello di utenti. La differenza è politica. Il cittadino partecipa, sceglie e governa. L’utente, invece, consuma, accetta e subisce. Leggere, scrivere e far di conto restano indispensabili, ma non bastano più: oggi serve capire come funziona un algoritmo, cosa significa condividere un dato e come riconoscere una fonte attendibile. I numeri non sono incoraggianti. In media, nell’area Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo che riunisce 38 Stati membri), un adulto su quattro, il 26%, è considerato analfabeta funzionale, capace di decifrare le parole ma non di coglierne pienamente il senso in contesti complessi. La Svizzera si colloca tra i Paesi più virtuosi, con una quota più bassa, il 22%, al di sotto della media. È un risultato incoraggiante, ma che lascia comunque più di un adulto su cinque in difficoltà di fronte a testi e informazioni complesse. La differenza tra i Paesi non è casuale: dipende da quanto si investe nella formazione delle persone, lungo tutto l’arco della vita e non solo sui banchi di scuola. Come cambierà la scuola con l’intelligenza artificiale? La scuola deve, necessariamente, cambiare nel metodo e nel contenuto. Del resto, è già successo a ogni grande svolta: dopo che la scrittura comparve a Uruk, nella Mesopotamia meridionale, intorno al 3200 a.C. e dopo l’avvento della stampa a caratteri mobili, con Gutenberg, a Magonza, intorno al 1455. La scuola del Novecento, che ancora modella i nostri sistemi, preparava a un mondo stabile e presumibilmente certo, ma oggi viviamo nell’incertezza.

In aula bisognerebbe insegnare alle nuove generazioni a porsi domande più che a memorizzare risposte

Bisogna insegnare alle nuove generazioni a porsi domande più che a memorizzare risposte. In concreto significa introdurre il pensiero probabilistico fin dalla primaria, con giochi e simulazioni, e arrivare a qualche rudimento di logica computazionale nei licei, anche quelli umanistici. Non sono idee mie: già nel 1999 Edgar Morin, su commissione dell’Unesco, indicava l’educazione all’incertezza tra i sette saperi fondamentali per il futuro. Secondo lei è possibile controllare il progresso? Io parto da una convinzione che attraversa tutto il libro: l’Intelligenza artificiale non rompe con il passato, ne è la prosecuzione accelerata. Le domande di fondo restano immutate: chi gestisce la tecnologia, a vantaggio di chi e con quali conseguenze. La storia mostra che le grandi trasformazioni hanno creato vincitori e vinti, ma hanno anche generato risposte: il movimento operaio, il welfare, i diritti sociali e, dove il cambiamento è stato governato con lungimiranza, un benessere più diffuso e una democrazia più solida e partecipata. Quindi la scelta esiste. Possiamo lasciare che il cambiamento proceda secondo le sole logiche del mercato, a vantaggio di pochi, oppure governarlo, costruendo una transizione che non lasci indietro nessuno e sia a beneficio di tutta la collettività. È una scelta politica prima che tecnica. Serve un nuovo patto tra lavoratori, imprese, istituzioni e cittadini. L’intelligenza artificiale può asfaltare la nostra strada verso la conoscenza più diffusa, ma siamo noi a dover tracciare la strada.