Edwin Maria Colella, esperto di innovazione e trasformazione, indica come sopravvivere ai cambiamenti dell’intelligenza artificiale e prova a immaginare come cambieranno le scuole
Da più parti si moltiplicano i timori per lo sviluppo e la diffusione dell’Intelligenza artificiale, mentre i pronostici restano incerti. Il cambiamento in atto – la quarta rivoluzione industriale della storia dell’umanità – rende difficile immaginare, ad esempio, quale sarà il futuro del mondo del lavoro: nessuno sa prevedere ancora con certezza quali professioni diventeranno desuete, quanto aumenterà la disoccupazione, quali saranno le conseguenze sui salari. Arduo anche capire come cambierà l’apprendimento a scuola (c’è chi mette in discussione l’esistenza stessa, nel lungo periodo, della formazione universitaria). Mentre viviamo in mezzo ai dubbi, possiamo decidere di passare all’azione, informandoci e rivendicando il nostro ruolo di cittadini del mondo.
Così suggerisce un nuovo libro, appena pubblicato da FrancoAngeli, intitolato Analfabeta. Dalla scrittura all’AI, il paradosso della conoscenza nell’era digitale. L’autore è Edwin Maria Colella, esperto di innovazione, trasformazione digitale e dell’impatto della tecnologia sulla cultura e sulla vita delle persone, che ha vissuto e lavorato tra Italia, Svizzera e Francia.
Leggere, scrivere e far di conto è importante ma non basta: oggi serve capire come funziona un algoritmo
Edwin Maria Colella, per capire il presente è utile ripercorrere mentalmente il passato, come fa lei nel suo libro. In che modo le grandi rivoluzioni tecnologiche hanno cambiato la storia dell’umanità ? Le rivoluzioni tecnologiche sono state sempre accolte con grandi timori. La scrittura e la stampa hanno modificato la trasmissione del sapere, facendolo diventare accessibile a fasce di popolazione che prima vivevano nell’ignoranza. L’elettricità ha illuminato le città , ma ha riscritto i ritmi del lavoro e le abitudini più personali, permettendo di restare alzati col buio per leggere, ad esempio, e socializzare. L’automobile ha ridotto le distanze, creato nuove connessioni, anche culturali, ma ha generato nuove dipendenze e una diversa geografia delle città . Un’ambivalenza che ritroviamo anche nelle tecnologie della comunicazione: il telefono ha avvicinato chi era lontano ma ha introdotto l’eccesso della continua disponibilità . La radio e la televisione hanno creato la prima esperienza collettiva di comunicazione continua. E il Web, nato come grande progetto collaborativo e libertario, si è trasformato in fretta in un oligopolio dell’attenzione. Quando l’accesso è gratuito, come ha osservato il giornalista Chris Anderson, ex direttore di Wired, il prodotto siamo noi. Più ci si connette, più si è tracciati.
La storia mostra che le grandi trasformazioni hanno creato vincitori e vinti, ma hanno anche generato risposte
Qual è la differenza di adesso, rispetto al passato? A mio avviso, la grande differenza consiste nel tempo: in passato chi riusciva ad adattarsi ai cambiamenti aveva competenze valide per decenni, perché le tecnologie si stabilizzavano. Oggi questo non sembra più vero, e proprio qui si apre la necessità di una riflessione: serve una nuova alfabetizzazione, concetto che dà anche il titolo al mio libro. L’analfabetismo del nostro tempo è critico, non tecnico. Non è l’incapacità di usare gli strumenti digitali, come le app, ma l’incapacità di comprendere come ci condizionano e come volgerli a nostro favore. Dobbiamo recuperare il nostro ruolo di cittadini, che è diverso da quello di utenti. La differenza è politica. Il cittadino partecipa, sceglie e governa. L’utente, invece, consuma, accetta e subisce. Leggere, scrivere e far di conto restano indispensabili, ma non bastano più: oggi serve capire come funziona un algoritmo, cosa significa condividere un dato e come riconoscere una fonte attendibile. I numeri non sono incoraggianti. In media, nell’area Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo che riunisce 38 Stati membri), un adulto su quattro, il 26%, è considerato analfabeta funzionale, capace di decifrare le parole ma non di coglierne pienamente il senso in contesti complessi. La Svizzera si colloca tra i Paesi più virtuosi, con una quota più bassa, il 22%, al di sotto della media. È un risultato incoraggiante, ma che lascia comunque più di un adulto su cinque in difficoltà di fronte a testi e informazioni complesse. La differenza tra i Paesi non è casuale: dipende da quanto si investe nella formazione delle persone, lungo tutto l’arco della vita e non solo sui banchi di scuola. Come cambierà la scuola con l’intelligenza artificiale? La scuola deve, necessariamente, cambiare nel metodo e nel contenuto. Del resto, è già successo a ogni grande svolta: dopo che la scrittura comparve a Uruk, nella Mesopotamia meridionale, intorno al 3200 a.C. e dopo l’avvento della stampa a caratteri mobili, con Gutenberg, a Magonza, intorno al 1455. La scuola del Novecento, che ancora modella i nostri sistemi, preparava a un mondo stabile e presumibilmente certo, ma oggi viviamo nell’incertezza.
In aula bisognerebbe insegnare alle nuove generazioni a porsi domande più che a memorizzare risposte
Bisogna insegnare alle nuove generazioni a porsi domande più che a memorizzare risposte. In concreto significa introdurre il pensiero probabilistico fin dalla primaria, con giochi e simulazioni, e arrivare a qualche rudimento di logica computazionale nei licei, anche quelli umanistici. Non sono idee mie: già nel 1999 Edgar Morin, su commissione dell’Unesco, indicava l’educazione all’incertezza tra i sette saperi fondamentali per il futuro. Secondo lei è possibile controllare il progresso? Io parto da una convinzione che attraversa tutto il libro: l’Intelligenza artificiale non rompe con il passato, ne è la prosecuzione accelerata. Le domande di fondo restano immutate: chi gestisce la tecnologia, a vantaggio di chi e con quali conseguenze. La storia mostra che le grandi trasformazioni hanno creato vincitori e vinti, ma hanno anche generato risposte: il movimento operaio, il welfare, i diritti sociali e, dove il cambiamento è stato governato con lungimiranza, un benessere più diffuso e una democrazia più solida e partecipata. Quindi la scelta esiste. Possiamo lasciare che il cambiamento proceda secondo le sole logiche del mercato, a vantaggio di pochi, oppure governarlo, costruendo una transizione che non lasci indietro nessuno e sia a beneficio di tutta la collettività . È una scelta politica prima che tecnica. Serve un nuovo patto tra lavoratori, imprese, istituzioni e cittadini. L’intelligenza artificiale può asfaltare la nostra strada verso la conoscenza più diffusa, ma siamo noi a dover tracciare la strada.
