Alla ricerca della villeggiatura perduta

by azione azione
12 Agosto 2026

Attraverso un cavalcavia sopra l’autostrada. Sotto di me si distende un serpentone di camion, auto e moto, perfettamente immobile. Nell’aria tremolante per il calore, la scena sembra quasi irreale. Ma il navigatore lo sapeva già e ha preparato un percorso alternativo lungo la strada litoranea, di fronte al Tirreno. E così avanzo lentamente nel traffico estivo sino a quando un cartello richiama la mia attenzione: Forte dei Marmi.

Il nome del celebre luogo di villeggiatura risveglia il mio interesse e mi guardo attorno con maggiore curiosità. A sinistra vedo una spiaggia maestosa, punteggiata di stabilimenti leggendari. A destra, dietro la cortina delle pinete, si staglia il profilo imponente delle Apuane, segnate dalle cave di marmo: un mondo antico di fatica in singolare contrasto con la leggerezza delle vacanze.

A Forte dei Marmi, soprattutto negli anni Venti del Novecento, la civiltà balneare ha creato un modello di eleganza e discrezione. Le famiglie più importanti (con gli Agnelli in prima fila) tornavano ogni estate nelle loro ville e nello stesso stabilimento, riproponendo un rituale immutabile: abiti informali ma impeccabili, biciclette, automobili scoperte, bagni di mare, pranzi interminabili, frequentazioni tra famiglie che si conoscevano da generazioni, incontri con intellettuali e, la sera, la musica della Capannina.

Complici anche le tensioni internazionali, che hanno spinto molti viaggiatori verso mete più vicine e familiari, i turisti non mancano. E dietro alle siepi che proteggono le ville dagli sguardi dei curiosi, qualcosa sopravvive di quel mondo. Ma nel suo insieme il modello non ha retto alla sfida del tempo: intorno a me vedo troppe auto, troppi cantieri edili, troppe boutique dei grandi marchi internazionali. Soprattutto troppo caldo. Qualunque attività, anche la più normale, diventa una pena.

Naturalmente non è nulla di nuovo in senso stretto, le temperature elevate di luglio sono ben note. Ma è come se ci fosse stato un salto di scala, come se il passaggio di una soglia invisibile avesse cambiato il significato dell’esperienza. La calura è il segnale d’allarme di una trasformazione che a volte ci sembra fuori dal nostro controllo; un’angoscia di fondo, anche quando cerchiamo di non pensarci. I prezzi della benzina ricordano invece la guerra in Iran, che si aggiunge all’ormai eterno conflitto russo-ucraino: altre sotterranee inquietudini che i riti delle vacanze non riescono più a esorcizzare.

Insomma, per un momento, mi è passata la voglia di viaggiare. In questa situazione, quanto meno per i mesi centrali dell’estate, l’esplorazione e la scoperta sembrano avere poco senso. Vorrei sospendere le occupazioni quotidiane, vivere appartato, dimenticare quel che accade intorno. Non sono il solo, peraltro, se il mese scorso Euronews ha parlato di un visibile «effetto ritorno» nella scelta delle vacanze: la stessa città, lo stesso albergo, cercando piuttosto di approfondire il rapporto con il luogo. Inoltre diversi giornali stranieri da qualche tempo sono tornati a parlare di «villeggiatura», spesso citata nella nostra lingua, invitando ad andare a scuola dagli italiani, maestri del «dolce far niente».

Quali sarebbero allora i fondamenti di una moderna villeggiatura? Per cominciare luoghi freschi, per esempio in collina; poi la durata, abbastanza lunga da creare una routine. Un leggero e piacevole senso di noia è quasi necessario alla buona riuscita: e dunque pochi programmi e ritmi volutamente rallentati, lasciando che il tempo scorra naturalmente. Ancora, privilegiare la vita all’aria aperta: picnic, nuoto nei fiumi e nei laghi, passeggiare (niente allenamenti!), anche solo leggere sotto un albero, senza preoccuparsi troppo di abbandonare qualche libro a metà. Verso metà giornata, fare la spesa al mercato, cucinare senza fretta, riposarsi senza sensi di colpa coltivando l’arte della siesta. Infine lasciare nella giornata spazi vuoti ed esercitarsi a controllare lo smartphone solo lo stretto necessario. In sintesi, ricercare una vita felice e insieme semplice; ma forse non c’è contraddizione tra i due termini, penso, mentre la radio annuncia lo scioglimento dell’ingorgo e il navigatore mi riporta verso l’autostrada.