Per anni abbiamo creduto che i confini fossero il problema. Bisognava abbatterli. Quelli tra gli Stati, ma anche quelli tra le culture, le identità , i saperi. Il futuro aveva il volto sorridente della globalizzazione. Le merci attraversavano il pianeta, le informazioni correvano alla velocità della luce, le persone viaggiavano come mai era accaduto prima. Poi qualcosa si è incrinato. La pandemia ha chiuso gli aeroporti. La guerra è tornata alle porte dell’Europa. Le migrazioni hanno assunto dimensioni epocali. Le piattaforme digitali hanno dissolto il confine tra pubblico e privato. Persino l’intelligenza artificiale ci costringe a domandarci dove finisca l’umano e dove cominci la macchina. Improvvisamente il confine è tornato. Non come un relitto del passato ma come una delle questioni decisive del presente.
È da questa constatazione che parte Frank Furedi nel suo libro I confini contano (Meltemi). Un titolo volutamente provocatorio in un’epoca che ha fatto dell’abbattimento delle frontiere una sorta di imperativo morale. Furedi sostiene che una società incapace di tracciare confini finisce per perdere anche la capacità di distinguere, giudicare, attribuire significato alle cose. Si può non condividere ogni sua conclusione, ma è difficile negare che abbia individuato un nervo scoperto del nostro tempo.
Facciamoci aiutare dall’etimologia. Le parole, spesso, sanno più cose di noi. «Confine» deriva dal latino confinium. È composto da cum, insieme, e finis, limite. Significa letteralmente «limite comune». È una definizione che sorprende. Noi immaginiamo il confine come una barriera, l’etimologia racconta invece il contrario: il confine esiste perché esiste un vicino. Il latino confinis indicava infatti il proprietario del terreno accanto, colui con cui si condivideva una linea di demarcazione (limes, altro termine con cui i romani indicavano la linea di confine, possiede una valenza difensiva o di chiusura). Dunque il confine non è soltanto ciò che divide. È anche ciò che mette in relazione. Non è un muro; è una soglia.
Per molto tempo abbiamo pensato il mondo in termini alternativi: apertura contro chiusura, inclusione contro esclusione. Ma la realtà è più testarda delle semplificazioni ideologiche. Una casa senza porte e senza muri non è una casa: è uno spazio indistinto. Una città senza limiti non è una città . Una lingua senza regole non comunica.
Il confine, prima di essere una categoria politica, è una condizione della conoscenza. I Greci lo avevano capito benissimo. Eraclito scriveva che non si possono trovare i confini dell’anima, tanto è profonda la sua misura. Eppure, parlava di confini. Perché conoscere significa delimitare. Dare un nome alle cose vuol dire distinguere una cosa da un’altra. La nostra epoca, invece, sembra oscillare tra due opposti ugualmente sterili. Da una parte l’illusione che ogni confine sia una violenza da eliminare; dall’altra la tentazione di trasformare ogni frontiera in una fortezza. Sono due facce della stessa incapacità di comprendere la natura autentica del limite. Il confine non è mai una muraglia cinese. È piuttosto una dogana. Un luogo di passaggio, di controllo, di negoziazione. Un punto di contatto.
Pensiamo alla comunicazione. Oggi tutti parlano di connessione. Siamo collegati permanentemente, eppure raramente ci siamo sentiti così distanti gli uni dagli altri. Forse perché la comunicazione non nasce dall’abolizione delle differenze ma dal loro riconoscimento. Comunicare significa accettare che esista un altro punto di vista. La comunicazione avviene sempre su una frontiera. Per questo i social network rappresentano il grande paradosso contemporaneo. Sembravano strumenti destinati ad abolire ogni barriera. Hanno finito invece per costruire nuove recinzioni invisibili: bolle cognitive, tribù identitarie, comunità autoreferenziali. Abbiamo demolito alcuni confini geografici per moltiplicare quelli simbolici.
Forse è questo il punto che rende attuale la riflessione di Furedi. Non viviamo nell’epoca della scomparsa dei confini. Viviamo nell’epoca della loro trasformazione. L’etimologia ci offre allora una bussola preziosa. Il prefisso con- ci ricorda che ogni confine autentico implica una relazione. Non esiste un «di qua» senza un «di là ». Il problema non è decidere se i confini debbano esistere oppure no. Esisteranno sempre. La vera domanda è un’altra: vogliamo che siano muri o ponti?