L’estate è la stagione delle vacanze e il ritmo rallenta. Per chi commenta l’attualità, gli spunti scarseggiano e l’attenzione si sposta spesso su ricorrenze storiche o su temi che, pur non essendo urgenti, potrebbero anticipare sviluppi di rilievo. È il caso delle recenti polemiche tra Svizzera tedesca e Romandia sull’insegnamento del francese nelle scuole elementari. Ne hanno parlato, nel corso delle ultime settimane, con articoli e molte lettere di lettori, i quotidiani romandi e quelli della Svizzera tedesca. Nella polemica è intervenuta anche la nostra ministra della cultura anche se, a dire il vero, la discussione sull’insegnamento delle lingue non è per niente di sua competenza.
L’introduzione del francese nelle scuole elementari della Svizzera tedesca e del tedesco in quelle dei Cantoni romandi è infatti avvenuta per volontà della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione. L’obiettivo di questa misura sarebbe quello di rafforzare l’unità nazionale facendo meglio comprendere, attraverso una migliore conoscenza della lingua, cultura e mentalità dell’altra parte. In sé, questo dovrebbe essere un obiettivo da perseguire durante tutto il periodo dell’obbligatorietà scolastica. Si pensa però che l’apprendimento di una seconda lingua sia più facile nelle scuole elementari che in fasi posteriori della scuola dell’obbligo. A protestare contro questa iniziativa sono, e non solo da adesso, soprattutto gli svizzeri-tedeschi. È l’insegnamento del francese a dar fastidio. Per noi non è un fatto nuovo: le fazioni maggioritarie sono quelle che di regola non ne vogliono sapere di imparare un’altra lingua. Secondo gli oppositori del francese alle elementari, studiare contemporaneamente due lingue (inglese e francese) è troppo impegnativo per molti bambini e rischia di penalizzare l’apprendimento della lingua madre (tedesco).
Situazione preoccupante
Su questa polemica si è espresso recentemente Daniel Elmiger, professore di lingue all’università di Ginevra, in un’interessante intervista rilasciata alla «Neue Zürcher Zeitung». Egli ha ricordato che, dal profilo del nostro quadrilinguismo, la situazione in Svizzera è oggi preoccupante. Da un lato abbiamo un quarto della popolazione per il quale la lingua più importante non è una delle nostre quattro lingue nazionali, e questa percentuale tende ad aumentare. Dall’altro costatiamo, soprattutto in forza dell’invecchiamento della popolazione, che le etnie autoctone, e quindi anche le loro lingue, continuano a perdere di peso nel totale della popolazione. È vero che, come sostiene Elmiger nella sua intervista, nessuno pensa oggi che in futuro nel nostro Parlamento nazionale si possano svolgere le discussioni dei punti all’ordine del giorno in inglese. C’è tuttavia un però, in quanto l’inglese ha già sostituito le lingue nazionali in altre istituzioni. Nelle università, per fare un solo esempio.
Alura, buna nòcc!
Mi ricordo ancora bene le proteste dei colleghi svizzeri-tedeschi (abituati ad esprimersi nel loro dialetto) in una riunione di facoltà, all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo, all’annuncio fatto dal rettore del Politecnico che ognuno era libero, se voleva, di tenere le sue lezioni in inglese. Non servirono a nulla. Oggi l’inglese è di uso comune e ha sostituito il tedesco in molte lezioni e seminari di quell’ateneo. Ma torniamo alle scuole elementari. L’insegnamento del francese, rispettivamente del tedesco, alle elementari non sembra avere un esito positivo. Stando al prof. Elmiger, i risultati di questo insegnamento sono a dir poco deludenti. Sembra che alla fine dell’obbligatorietà scolastica solo la metà degli allievi raggiunga gli obiettivi fissati. Sempre secondo Elmiger, tra genitori e allievi il disinteresse per le lingue è grande. In larga parte questo è dovuto alle carenze degli insegnanti. Raramente si tratta di persone con una formazione specifica. In molti casi l’insegnamento della seconda lingua nazionale è affidato a maestri e maestre di scuola elementare che non hanno una conoscenza approfondita della lingua che devono insegnare. Ora, come si sa, insegnare una seconda lingua pone problemi anche didattici che non sono dei più semplici da risolvere. Se dovessimo andare avanti così, conclude Elmiger, il quadrilinguismo della Svizzera rischia di diventare solo un elemento del nostro folclore. Qualcosa che continuerà a essere praticato solo dai nuovi eletti in Consiglio federale, al momento del loro discorso di investitura e niente di più. E allora? Alura, buna nòcc!