Dal revolver regalato da Erdoğan ai leader della Nato all’aria pesante che si respira in Siria e a Gaza: il rischio di una collisione tra le due potenze è reale. Una parola decisiva potrebbe venire dagli Stati Uniti
Ci sono momenti simbolici, apparentemente minori, talvolta ridicoli, che ci illuminano sull’aria del tempo. E sui suoi protagonisti. Tra questi sarà forse ricordata la scelta del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan di regalare un revolver a ciascuno dei trentuno colleghi della Nato radunati ad Ankara per il vertice dell’organizzazione. Per la precisione, si trattava di una pistola Gümüşay 357 Magnum di produzione nazionale, dotata di caricatore da 6 colpi, foderata in una lussuosa scatola rossa foderata di nero, con il nome del destinatario in evidenza. D’accordo, eravamo pur sempre al summit della struttura militare dell’Alleanza Atlantica, ma non risulta che questo gesto abbia precedenti. Perché dunque?
«Caro collega, sappi che noi qui siamo bene armati, e se c’è da sparare spareremo»
Lasciamo stare le ovvietà sul machismo di Erdoğan e di alcuni suoi colleghi. Il messaggio è abbastanza chiaro, e soprattutto strategico. «Caro collega, sappi che noi qui siamo bene armati, e se c’è da sparare spareremo». Perché nell’orizzonte del secondo esercito della Nato dopo l’americano c’è la guerra. Forse non così lontana come si potrebbe pensare. Non una delle tante operazioni militari combattute dai turchi in anni recenti, specie contro i curdi, non solo nella vicina Siria, che hanno in parte preso e affidato a una singolare testa di turco, l’arabo (ex?) jihadista Ahmed al-Sharaa. Piuttosto, preavviso che Ankara è pronta a una guerra vera. Decisiva. Esistenziale. La guerra contro Israele.
Necessaria premessa. Turchia e Iran sono stati negli anni Cinquanta del secolo scorso – poi la prima da sola ancora negli anni Novanta – parte di quella singolare famiglia nota come «Alleanza della periferia». Idea del Mossad, allora ai suoi albori: mettiamo insieme tutti i nemici degli arabi che minacciano il nostro Stato neonato e scambiamoci favori e informazioni. L’intesa fondava su un sentimento comune di disprezzo degli arabi. Quello non è cambiato, ricambiato dai destinatari dell’odio, salvo tutto il resto. Perché se oggi Gerusalemme ha Teheran nel mirino, domani toccherà probabilmente ad Ankara. Le intelligence dei due Paesi concordano nel ritenere lo scenario di un conflitto turco-israeliano probabile nell’arco dei prossimi 10-15 anni, possibile anche subito.
Progetti esistenziali
Due concetti geopolitici sono in contemporaneo movimento e minacciano prima o poi di collidere. La guerra di Israele in corso, che sulla scia del 7 ottobre vuole come minimo costruire dei cuscinetti stabili oltre i suoi labili confini per allontanare da sé la minaccia dei molti nemici che si affacciano sul suo territorio. E la guerra di Ankara in preparazione per espandere il suo impero in Medio Oriente e nel Mediterraneo. Per la quale i turchi si stanno armando alla grande, specie quanto a Marina. E forse domani potrebbero contare sui caccia di quinta generazione F-35, promessi da Trump a Netanyahu. Non è affatto scontato che i due progetti, entrambi esistenziali, debbano per forza collidere. Ma se estrapoliamo da questa situazione di fatto e dalle rispettive, lo scenario si illumina.
Ad aver più fretta parrebbe Israele
Ad aver più fretta parrebbe Israele, in emergenza bellica e con un fronte interno più frammentato che mai, anche in vista del voto di ottobre che potrebbe segnare – ma non è affatto detto – la fine politica di Netanyahu, forse anche della sua non politica: guerra a tempo indeterminato finché l’ultimo «terrorista» – qualifica elargita con liberalità dal premier di Gerusalemme – non sarà eliminato. Ragione cogente: per la prima volta dalla sua nascita Israele si trova a confinare di fatto con una grande potenza, appunto la Turchia. È il caso della Siria, dove le truppe dello Stato ebraico hanno profittato della fragilità siriana per avanzare di qualche chilometro verso Damasco, ormai a mezz’ora di carro armato. E siccome la capitale siriana è gestita e protetta da Ankara, significa essere a contatto col nemico.
Poi c’è Gaza, dove l’IDF sta avanzando, gradualmente riducendo lo spazio lasciato a Hamas oltre la mobile linea gialla che separa le due Strisce, quella sotto controllo israeliano e quella dove tuttora regnano gli islamisti. Qui la Turchia, in quanto partner dell’improbabile struttura internazionale allestita da Trump per ricostruire Gaza, potrebbe mettere presto o tardi piede. Sia in Siria, sia a Gaza, si respira aria pesante. Una parola decisiva potrebbe venire dagli Stati Uniti. In quanto protettori dello Stato ebraico, col quale peraltro i rapporti non sono mai stati così tesi. E in quanto alleati della Turchia nella Nato, ammesso e non concesso che si tratti ancora di un’alleanza. Nel caso, dovrebbe essere mediazione preventiva, perché nel momento fossero entrati in guerra, magari senza volerlo, nessuno potrebbe agevolmente produrre un cessate-il-fuoco. Considerando poi lo scenario regionale, che vede ormai le guerre di Ucraina e del Medio Oriente espressione di una stessa equazione strategica, una volta scattato il dito sul grilletto probabile che l’effetto sia di ulteriormente incendiare e allargare i conflitti in corso, anziché sedarli.
