In Svizzera, la violenza contro le persone anziane è diffusa, ma spesso resta invisibile, un fattore centrale rimane la discriminazione basata sull’età che spesso è banalizzata. Ci spiega il fenomeno il professore Christian Maggiori
«Sei vecchio, quindi ormai incapace». «Sei giovane e tanto inesperto che non ce la puoi fare». Chi si esprime così, discriminando il proprio interlocutore in relazione alla sua età, compie una violenza. Si chiama ageismo. Un pregiudizio ancora troppo poco conosciuto – sovente ignorato dalle vittime stesse – eppure diffusissimo anche alle nostre latitudini. Supera per quantità di casi il razzismo e il sessismo. Secondo le più recenti ricerche, in Svizzera tra il 20% e il 30% della popolazione ne è vittima.
Un fenomeno che può toccare ognuno di noi, ma di cui gli anziani e i giovani – come a dire la maggioranza dell’umanità – sono le principali vittime. E per le persone colpite, le conseguenze possono essere gravi: depressione, solitudine, burnout, isolamento. L’ageismo può essere spesso persino autoinferto, portando le persone ad autosabotarsi o a rinunciare a cure mediche, come pure a opportunità sociali. Lo psicologo Christian Maggiori, professore e ricercatore alla Haute école de travail social di Friburgo, è tra i massimi esperti del tema. lo abbiao intervistato.
Christian Maggiori, concretamente, in che modo l’ageismo si manifesta nella nostra quotidianità?
Partirei col dire che l’ageismo si manifesta tanto a livello della struttura sociale quanto nelle relazioni individuali. Avviene nelle interazioni tra i membri della famiglia, con i vicini, come pure in luoghi della quotidianità, in un negozio. E può assumere diverse forme, presentandosi in modo esplicito attraverso insulti verbali, come pure fisici, ai danni di una persona a causa della sua età. Durante le limitazioni imposte dal Covid ho potuto io stesso osservare come gli anziani venissero di frequente trattati in malo modo e invitati a rientrare a casa. La forma può inoltre essere implicita, come ad esempio ignorare o banalizzare l’anziano, la sua opinione, assumere nei suoi confronti un’attitudine altezzosa. A compiere ageismo può essere anche il medico, che magari rinuncia a determinate analisi «perché ormai il paziente ha una certa età e non ne vale più la pena». Altro esempio, il cameriere che serve per primo un gruppo di giovani, nonostante il cliente anziano sia arrivato prima, con il presupposto che «tanto lui ha più tempo degli altri». Un ambito diffuso è quello della tecnologia, segnatamente dei social network, per cui si trattano gli anziani come incapaci di imparare, di adattarsi al cambiamento, di innovare. L’ageismo si manifesta attraverso stereotipi, pregiudizi e discriminazioni, tre dimensioni che riflettono il funzionamento umano.
E tra le vittime del fenomeno ci sono però anche i giovani.
Sì, in quanto ritenuti privi di sufficiente esperienza, venendo così esclusi da concorsi per un posto di lavoro o da responsabilità all’interno dell’azienda, da opportunità di promozioni o di formazione. Ma in tema di occupazione anche i cinquantenni subiscono ageismo venendo esclusi dal mercato del lavoro. Questo tipo di discriminazione si ritrova nei più diversi ambiti di vita dell’individuo: nel sistema sanitario; nelle assicurazioni malattia (alcune compagnie non si assumono più rischi, escudendo anziani magari più in salute di un trentenne); nei luoghi di ritrovo; nei commerci; nei mezzi di comunicazione.
Veniamo alle conseguenze: cosa provano le vittime? Quali sono le ripercussioni psicologiche e pratiche sulla loro salute, sul loro benessere e sulla loro partecipazione alla vita sociale?
Il campo della ricerca mostra chiaramente che l’ageismo può produrre conseguenze molto gravi. Quello che occorre sottolineare è che le persone possono anche essere vittime di loro stesse. Ci si considera «troppo anziani per» e si rinuncia ad esempio a iscriversi a un corso di lingua, mettendosi i bastoni fra le ruote, discriminando se stessi, convincendosi che «tanto non vale più la pena, sono anziano…» oppure si giunge a considerazioni quali, «non lo merito, non ne ho il diritto, non posso, non voglio disturbare la società…». Ci sono studi che mostrano come sul lungo termine l’ageismo possa avere un impatto sulla speranza di vita: si è appurato che nelle persone anziane la longevità è diminuita di 7 anni e mezzo, la loro vecchiaia ha presentato un declino cognitivo più importante oppure hanno accusato maggiori problemi cardiaci e praticato meno attività sociale.
Pur trattandosi di una forma di discriminazione, l’ageismo non è tuttavia punito dal codice penale.
Esatto. In Svizzera, contrariamente ad altri Paesi europei, c’è un vuoto giuridico. L’articolo 8.2 della Costituzione federale afferma chiaramente che nessuno deve essere discriminato, in particolare a causa dell’origine, della razza, del sesso e dell’età… però su quest’ultimo punto non vi è alcuna implicazione concreta. Confortante è che, il 15 giugno scorso, la Federazione associazioni pensionate/ti e d’autoaiuto in Svizzera (FARES) e l’Associazione svizzera delle associazioni giovanili hanno consegnato a Palazzo federale 25’770 firme contro la discriminazione basata sull’età. La petizione rivendica fra l’altro basi giuridiche, misure efficaci e un piano d’azione nazionale.
Nel 2025, il Centro di competenza nazionale «Vecchiaia senza violenza» ha registrato 357 segnalazioni di discriminazioni in Svizzera. Come considera questo dato?
Rappresenta solo la punta dell’iceberg. Secondo me c’è una sottovalutazione del fenomeno. Tanti studi si basano sull’autovalutazione. Nell’ambito delle mie ricerche, quando chiedo agli anziani se nel corso degli ultimi 12 mesi sono stati vittime di ageismo, tra il 25% e il 30% risponde affermativamente, indicando una frequenza di almeno una volta nel corso di un anno. Se, al contrario, domando se conoscono qualcuno dei loro coetanei che ha subìto questo tipo di violenza la cifra supera l’80%. Nel tacere interviene in buona parte un motivo di pudore. Per questo ritengo che il dato delle 357 segnalazioni sia parziale e oltretutto si riferisce solo a una parte del fenomeno. Va inoltre sottolineato che l’ageismo, rispetto ad altre forme di violenza, è ancora molto tollerato. L’aspetto fondamentale è riconoscere l’esistenza di questo problema e poterlo identificare: è solo a quel momento che si può cominciare a combatterlo efficacemente. Talora l’ageismo si manifesta con comportamenti pseudopositivi, che vogliono magari essere di aiuto, di sostegno, alzando il tono della voce al cospetto di un anziano, ma che nella realtà sottendono una grande discriminazione, alla quale non di rado si uniscono disprezzo, odio, livore e le conseguenze più comuni sono l’isolamento e la marginalizzazione.
Dal suo osservatorio si sta facendo abbastanza per prevenire l’ageismo?
No, secondo me mancano ancora diversi interventi da mettere in campo. Ma perlomeno una generale presa di coscienza di questa realtà c’è stata. Occorre comunque una coordinazione su più larga scala: osservo azioni isolate da parte di alcuni Cantoni e Comuni – la promozione di programmi attorno alla persona anziana per favorirne la qualità di vita, progetti sulle relazioni intergenerazionali – ma troppo sovente non si dialoga abbastanza per mettere in comune le esperienze.
