Le perquisizioni e gli arresti nelle librerie indipendenti sono l’ultimo capitolo di un progressivo restringimento degli spazi di libertà culturale e politica
Nel quartiere di Prince Edward una scala angusta porta a uno di quei quarti piani senza ascensore dove resistono le librerie indipendenti di Hong Kong, i cosiddetti «upstairs bookshops» nati perché gli affitti al piano terra sono proibitivi e perché, in fondo, la lettura ha sempre preferito i luoghi appartati. Mercoledì scorso quella scala stretta l’hanno salita dei poliziotti in borghese, portando su alcuni scatoloni di plastica vuoti. Il giorno prima, la libreria Have a Nice Stay aveva annunciato che avrebbe chiuso alla fine del mese di luglio, ma non per mancanza di clienti, ma per le troppe «linee rosse poco chiare»: ormai, tra i librai di Hong Kong, nessuno sa più quale libro sia ancora legale vendere e quale sia già reato.
Quei volumi «sediziosi»
Poche ore dopo l’arrivo della polizia, gli scatoloni degli agenti sono tornati giù pieni di libri. Una donna con la maglietta del negozio è stata scortata fuori dall’edificio davanti a una dozzina di giornalisti. Nello stesso pomeriggio, a Mong Kok, un’altra libreria indipendente, la Greenfield, restava inspiegabilmente chiusa in pieno orario di apertura. In serata il Governo locale di Hong Kong ha confermato che durante quella giornata erano state fermate cinque persone, sospettate di «sedizione» ai sensi dell’Articolo 23, e cioè la legge sulla Sicurezza nazionale che Pechino ha imposto a Hong Kong nel 2020, e da allora è la base della violenta repressione nell’ex colonia inglese.
Secondo la polizia, in quelle librerie si vendevano oggetti capaci di «suscitare odio» verso le istituzioni, la magistratura, le forze dell’ordine. Ma nei mesi scorsi molte altre librerie storiche sono state visitate dalla polizia. Solo per citarne un paio: a marzo è accaduto alla Book Punch, a giugno alla famosa Hunter Bookstore. Entrambe vendevano un libro particolarmente inviso alla leadership del Partito comunista cinese, The Troublemaker scritto da Mark Clifford, e cioè la biografia dell’editore Jimmy Lai, fondatore del quotidiano pro-democrazia «Apple Daily», ormai chiuso, che è stato condannato a febbraio a vent’anni di carcere per «collusione con forze straniere e sedizione», in uno dei più importanti casi di sicurezza nazionale della città .
I prodromi di questa stretta ormai inarrestabile contro la libertà d’espressione a Hong Kong, che gli attivisti definiscono «distopica», erano già evidenti più di dieci anni fa. È forse allora che le autorità di Pechino capirono quanto potere potessero avere i libri in una città che aveva fatto della propria autonomia parte della sua identità . Nel 1994 un giovane appassionato di libri, Lam Wing-kee, apre a Causeway Bay una piccola libreria. Nel tempo lo scaffale più ricercato diventa quello dei libri pieni di indiscrezioni sulle lotte di potere nel Partito comunista cinese, proibiti nella Cina continentale e acquistati da molti turisti cinesi che li riportavano a casa nascosti in valigia. Nel 2014 Lam vende l’attività alla casa editrice Mighty Current, restando come direttore. L’anno successivo cinque persone legate alla libreria scompaiono una dopo l’altra, tra Hong Kong, la Cina continentale e la Thailandia. Tra loro ci sono anche Lam e l’editore svedese Gui Minhai.
Tra carcere ed esilio
Per mesi le famiglie non sanno nulla. Poi tra il febbraio e l’aprile del 2016 le autorità del Guangdong confermano quello che ormai tutti sospettavano: i librai sono in custodia nella Cina continentale. E vengono costretti a confessare in televisione di aver venduto libri illegali, di essersi pentiti e di aver causato «cattiva influenza sulla società ». Qualche mese dopo Lam Wing-kee, tornato temporaneamente a Hong Kong per recuperare l’archivio della libreria per conto delle autorità cinesi, convoca a sorpresa una conferenza stampa, racconta di essere stato bendato al confine, trattenuto per mesi in una stanza isolata, interrogato da un’unità speciale, costretto a recitare un copione davanti alle telecamere. Il suo collega Gui Minhai, dopo essere stato rilasciato brevemente nel 2017, viene di nuovo prelevato nel gennaio del 2018 – e la seconda volta davanti a due diplomatici svedesi che lo accompagnavano in treno per una visita medica. Nel 2020 un tribunale cinese lo condanna a dieci anni per aver «fornito illegalmente informazioni a entità straniere».
Si trova tuttora in un carcere di cui non si conosce nemmeno la collocazione esatta, e senza che Stoccolma sia mai riuscita a ottenere per lui un vero accesso consolare. Lam Wing-kee, invece, sceglie l’esilio. Nel 2019, mentre a Hong Kong si discute la legge sull’estradizione verso la Cina continentale, quella che farà scendere in piazza per mesi centinaia di migliaia di persone, Lam scappa a Taiwan. E a Taipei fa una cosa quasi commovente nella sua ostinazione: riapre la sua libreria con lo stesso nome, la Causeway Bay Books. «Tutto ciò che a Hong Kong non potevamo più fare a Taiwan continueremo a farlo», spiega. Negli anni la sua libreria diventa un piccolo punto di ritrovo per gli esuli hongkonghesi, e così, quando Lam è morto nella capitale taiwanese il 2 luglio scorso, a settant’anni, perfino il presidente di Taiwan Lai Ching-te ne ha ricordato pubblicamente il coraggio. Le testate hongkonghesi che ancora possono scriverne lo hanno definito un simbolo della resistenza alle ingerenze di Pechino.
Parole che restano
Nel 2020, cinque anni dopo quelle sparizioni e un anno dopo le proteste contro la legge sull’estradizione, Pechino ha imposto a Hong Kong una legge sulla sicurezza nazionale che ha ridisegnato i confini di quello che si può dire e di quello che si può pubblicare nell’ex colonia britannica. Due anni fa quella legge è stata rafforzata da una seconda normativa, interamente prodotta a Hong Kong su richiesta di Pechino: l’Articolo 23 ha allargato ulteriormente il perimetro della «sedizione», capace così di inglobare quasi qualunque critica alle istituzioni. Le intimidazioni delle autorità hanno avuto un effetto concreto: adesso chiunque ci pensa due volte a esporsi, a criticare il regime. Ma quella dei librai di Hong Kong non è una storia lontana ed esotica. È la storia, ripetuta in epoche e regimi diversi, del potere autoritario che ha bisogno di controllare cosa i suoi cittadini possano leggere e cosa possano scrivere per raccontare sé stessi. Perché i libri, a differenza delle notizie del giorno, hanno la sgradevole abitudine di restare.
