Viaggio in una città che non conosce il silenzio e dove l’antichità convive con il contemporaneo
Quaggiù, signore e signori, dovete sporcarvi di giorno e faticare a dormire la notte, ammesso che vi sia una differenza, tra il giorno e la notte; abbiate la polvere addosso, talvolta anche la sabbia trascinata dal deserto, fatevi scoppiare le orecchie e la testa, dopodiché, se volete lamentarvi, sì, fatelo, fatelo pure, ma fatelo al telefono, con qualcheduno lontano: immersi nell’infinita città del caos e del rumore che nessun numero ufficiale mai conteggia per l’esattezza – venti milioni, forse trenta milioni di residenti – e d’altra parte abitano dentro perfino le necropoli, ecco, nessuno mai vi ascolterà oppure baderà a voi, e voialtri resterete pertanto sospesi nel flusso di macchine e motorini e animali morti e gente in cammino e gabbiani che trasportano bisce catturate in rivoli d’acqua-discariche e gente in cammino e cavalli spompati e martelli pneumatici e carretti e furgoni e gente in cammino e musica incessante dagli altoparlanti dei negozietti e cani randagi in branco e bimbi di cinque anni sui marciapiedi che si lanciano contro i finestrini saettando minacce di morte per aver monete in dono.
A Gamaliyya, l’antico quartiere arabo, si vive di sottoscala e deviazioni, lì dove la città smette di esibirsi e cerca di medicarsi vecchie ferite
Al Cairo, laddove in lingua araba al è l’articolo, il termine Cairo veicola con la radice lessicale aggettivi di dominio: vittoriosa, soggiogatrice, trionfante. Al Cairo. Potreste – quantomeno la maggioranza fa così – arrendervi all’ovvio, al classico ancorché magnifico, beninteso: la crociera sul Nilo e il nuovo museo egizio, quel Grand Egyptian Museum inaugurato l’autunno scorso e invero spazio supremo d’emozione, anzi di commozione profonda – possono lacrimare gli occhi e farsi profondi i respiri intanto che la pelle pare vibrare; senza dubbio, non sareste nel torto, e insieme potreste aggiungere soggiorni su su, in alto, comodi pancia all’aria nelle terrazze degli hotel stellati e iperstellati che donano panorami sul Grande Fiume. Vero anche questo. E però.
Gamaliyya è l’antico quartiere arabo che fu di Nagib Mahfuz (1911-2006), giornalista e sceneggiatore, scrittore soprattutto, premio Nobel, guida eterna alla scoperta di queste anime cairote nei decenni sospese, in un universale spirito di sopravvivenza, gli obblighi e le punizioni d’uno Stato-regime, le frustate e le frustrazioni, e la creazione d’un mondo parallelo di sottoscala per la musica dunque per la libertà , di capelli sciolti evasi dai veli, di amori omosessuali, e via via di urgenti incroci e bisogni, di anfratti e sfoghi, di droghe e alcolici, l’inseguimento disperato del peccato per violarlo.
Gamaliyya è anche il luogo di nascita di Abdel Fattah al Sisi (1954), presidente della Repubblica egiziana dal colpo di Stato del 2013 quand’era ministro della Difesa, nemico del fondamentalismo islamico. Egli guida una nazione popolosa (l’ottava al mondo, sono in 116 milioni), giovane (età media di 24 anni e mezzo) ma non giovanissima se raffrontata al resto del continente africano (nella fascia del sub Sahel ci sono medie anche di 16 anni). Al Cairo: la vittoriosa, la soggiogatrice, la trionfante. E l’Egitto: masr umm el dunia, ovvero Egitto madre del mondo. Sentinella e garante, all’ingresso del museo, è la statua del faraone Ramses II; undici metri d’altezza, 83 tonnellate di peso. La scolpirono nel granito nel 1200 avanti Cristo. Cioè oltre un milione di giorni fa. Un milione. Granito color rosso.
Il rosso è un colore poco presente, in questa sequenza di grigio, grigio un poco scuro o grigio scurissimo, grigio annerito, grigio cupo, sequenza nella quale sono avvolti i palazzi, palazzi addossati, palazzi storti, palazzi sormontati da cisterne, palazzi dai piani che s’alternano, palazzi, palazzi, palazzi, palazzi ovunque, palazzi con un piano sberciato come se centrato da bombardamenti e un altro piano rifinito in eleganza, così almeno s’intuisce esaminando serramenti, tendaggi e tendendo l’occhio per sbirciar dentro; ci sono palazzi in macerie, le capre esplorano fra i detriti in cerca di foglie ed erba, ma una caratteristica del Cairo è quella di non avere punti di sosta rispetto al bordello urbano, non dei fiori, non una pianticella, figurarsi un parco. Quando mai.
Poi c’è al Azhar. Il parco maestoso. Ci arrivate lasciandovi dietro il Nilo e andando – ancora una volta – in direzione di Gamaliyya, dove sorge il bazar, bancarelle ai lati della strada, in un miscuglio senza confine alcuno, dove si alzano le moschee a cominciar da quella di Mehmet Ali rivestita d’alabastro per proseguire con l’omonima al Azhar, vertice del pensiero teologico sunnita; e dove s’estende una di quelle necropoli abitate dai viventi, dove le colline permettono una veduta d’insieme su questa metropoli, questo Egitto ancora mortificato da importanti tassi d’analfabetismo, dalle repressioni contro libertà fondamentali, dal disastro delle molestie pubbliche contro le donne non sanzionate dalla giustizia in una complicità bestiale tra uomini, l’uomo autore del reato e l’uomo che deve giudicarlo secondo la legge.
Il Nilo. Il bazar. Le moschee. L’Egitto contemporaneo. Infine il parco al Azhar. Fotografie di rito, dopo la cerimonia religiosa, a una coppia di sposi: lui vestito di nero, giovane; lei forse giovane, forse no, impossibile saperlo: indossa il burka. La coppia si mette in posa. Cammina, sosta, altra posa. I parenti intorno scattano col cellulare. Ridono. Transitano dei gatti. Gatti ovunque, in Egitto, come nell’intero Nordafrica. La coppia percorre una lieve salita, i parenti s’accodano. Lei forse ride. Forse suda. Il sole va e viene. I parenti ridono. Altri gatti.
Sull’erba, un picnic. Dodici ragazze intorno a una tovaglia imbandita di dolci. Mai ammirata tanta gioia: raccontano di venire dalla Siria, sono in vacanza. La Siria, uscita dal generale interesse mediatico, quasi che la caduta del dittatore Assad abbia da sé fornito una garanzia di salvezza pace benessere, è afflitta da una crisi economica devastante. Le ragazze offrono i dolci, per lo più biscotti di mandorle. Festeggiano il compleanno di una di loro. Quanta gente, nel parco. D’estate, con anche i cinquanta gradi, è un luogo di tregua. Fuga all’ombra di palme e acacie. Dal caldo pazzesco.
Chissà i poliziotti e soldatini che se ne devono stare, in pesante tenuta anti-sommossa, piantati fermi ai check-point. Che non viene altra espressione. Check-point. Nelle strade dei palazzi presidenziali, delle università , delle immediatezze di piazze quale la piazza Tahir che nel 2011, l’anno delle cosiddette primavere arabe, fu il centro di raccolta delle proteste, vi sono: pile di transenne da posizionare a piacimento secondo necessità , camionette, e agenti e militari appunto, armati, con gli scudi, gli elmetti, rigidi in viso, concentrati, le dita posizionate sull’arma medesima nella postura di chi è pronto a sparare.
Un forestiero potrebbe anche percepire un senso di sicurezza, di protezione, una garanzia a che vi sia un effetto dissuasione su possibili malintenzionati. Niente di tutto questo. La presenza delle guardie risponde a un mero obiettivo: evitare assembramenti. L’assembramento infatti potrebbe, in un passaggio successivo, fornire la base a una protesta. E nell’Egitto di al Sisi è vietato protestare.
La moneta nazionale, la sterlina, è in progressivo indebolimento. Per un Paese che poggia sul turismo, gli anni pandemici hanno prodotto danni attuali.
Nei suoi scritti, Nagib Mahfuz riflette una pulsione, una fobia, un’eredità : spiare. O meglio: diffidare del prossimo e pertanto informarsi preventivamente. In una scuola di lingua araba che ho frequentato per un corso, all’inizio della prima lezione, nonostante avessi già fornito, per ovvi motivi, in fase di iscrizione, le mie coordinate, hanno chiesto il passaporto e l’hanno fotocopiato. Ho domandato per quale motivo. La premurosa segretaria non ha risposto. Mi hanno assegnato a una professoressa anziana, minuta, dolce; godeva nello scrivere alla lavagna le parole da copiare sul quaderno, forse anche perché, col movimento, tintinnavano i braccialetti, gli orecchini, finanche gli anelli.


