Per quanto possa sembrare strano, esiste un periodo dell’anno in cui la pressione mediatica e psicologica esercitata dai famigerati social network si fa più insistente, e a tratti difficile da sopportare – se non addirittura dannosa per la salute mentale di chi trascorre molto tempo a scorrere le cosiddette «vetrine digitali» rappresentate dai profili altrui.
L’estate è infatti una stagione particolarmente crudele per tutti coloro – e sono sempre di più, nonostante la favola rassicurante del «finto benessere» – che anche quest’anno non potranno permettersi nessuna vacanza in luoghi esotici, e per i quali il rito quotidiano del ripetuto scrolling sui social diventa una vera e propria tortura, nel tentativo di evitare gli innumerevoli video che mostrano spiagge di sabbia bianca e acque cristalline, con tanto di selfie dai sorrisi a trentadue denti da parte di amici e conoscenti; per non parlare delle nauseanti istantanee di elaboratissimi piatti da nouvelle cuisine, o delle tante, troppe immagini da cartolina quantomeno artefatte, spesso ritoccate con l’aiuto dell’IA.
Di fatto, complice la presenza del perenne smartphone sulle nostre persone, non vi è un solo particolare delle esperienze altrui che non venga sistematicamente immortalato e registrato per poter poi essere sottoposto allo sguardo e al giudizio di amici, come di perfetti sconosciuti; e del resto, questo esibizionismo è, in fondo, l’elemento su cui la stessa idea di social network si fonda, dal momento che mezzi quali Facebook sono nati proprio per permetterci di mostrare pubblicamente le nostre vite e avventure agli amici più o meno stretti, riservando così a chiunque la desiderasse una piattaforma dedicata interamente al mettersi in mostra.
Certo, questa vetrina risulta spesso ingannevole, proprio come ingannevole può essere considerata ogni versione personale di un qualsiasi fatto di vita vissuta, influenzato com’è dall’impressione che, più o meno consciamente, desideriamo darne agli altri. Infatti, dal momento che ben pochi tra noi sono disposti a condividere pubblicamente i propri drammi personali o gli aspetti meno edificanti della vita quotidiana, ne consegue che quanto ci è permesso vedere sulle pagine dei social è, in realtà , una versione assai edulcorata e idealizzata della vita dell’utente medio – il quale si sente pressoché obbligato a fare del suo meglio per ammantare la propria esistenza di un’aura fortunata o piacevole, indipendentemente dalla realtà dei fatti; tanto che innumerevoli sono oggi i casi di individui che, dopo aver pubblicato post all’insegna della più apparente felicità e spensieratezza, hanno poi vissuto crisi profonde, spesso dagli esiti drammatici o irrimediabili.
Tuttavia, seppur la razionalità suggerisca che non è tutto oro quel che luccica, la reazione istintiva di molti di noi – perlomeno, di quelli che si ritengono meno privilegiati – non può che, infine, tradire una grande amarezza davanti allo sfoggio di mezzi, opportunità e felicità altrui; tanto che sono sufficienti un paio di foto e video celebrativi dell’ennesimo viaggio o dell’automobile appena acquistata affinché noi ci si scopra non solo invidiosi, ma anche rancorosi.
Eppure, forse ciò che dovrebbe farci riflettere è il fatto che questa costante attività di «guardoni» delle altrui esistenze rappresenta qualcosa di innaturale, che può oggi definirsi come la norma solo ed esclusivamente a causa dell’indotta dipendenza da mezzi quali Facebook, Instagram e X; in effetti, viene da chiedersi se quello dell’invidia non sia stato previsto fin dall’inizio come inevitabile effetto collaterale da chi ha concepito i primi social network. Soprattutto, se davvero basta così poco affinché sentimenti tutt’altro che nobili si facciano strada in noi, forse varrebbe la pena di chiedersi se il mestiere di spettatori della vita d’altri a cui il web ci condanna giovi davvero al nostro animo – o se non costituisca piuttosto una sorta di effetto secondario della dipendenza ormai scellerata da quegli stessi mezzi di comunicazione che in teoria avrebbero dovuto unirci e «connetterci» sempre di più, ma che in realtà non stanno facendo altro che allontanarci, lentamente e inesorabilmente.