La guerra persa contro gli emu

by azione azione
8 Luglio 2026

Mondoanimale ◆ Storia di quando l’esercito australiano guidato dal maggiore G.P.W. Meredith sfidò gli uccelli (e non vinse)

La storia insegna che il rapporto tra esseri umani e animali non è sempre stato razionale o equilibrato: talvolta, anzi, ha assunto contorni decisamente bizzarri. Tra gli episodi più curiosi figura quello avvenuto nel 1932, quando in Australia si arrivò a impiegare l’esercito contro degli uccelli. Non è una leggenda, ma un fatto documentato: la cosiddetta Great Emu War, la Grande guerra contro gli emu.

Prima di entrare nel vivo della vicenda, vale la pena capire chi fossero i protagonisti di questa singolare battaglia. Gli emu (Dromaius novaehollandiae) sono grandi uccelli incapaci di volare, tra i più imponenti al mondo dopo lo struzzo. Possono superare li metro e settanta di altezza e raggiungere velocità notevoli, anche oltre i 50 km/h. Il loro corpo è adattato alla corsa: zampe lunghe e muscolose, tre dita robuste e un’andatura elastica che consente loro di coprire grandi distanze con sorprendente efficienza. Originari dell’Australia, gli emu sono diffusi in gran parte del continente, soprattutto nelle zone aperte come savane, praterie e aree semiaride. Evitano le foreste dense e prediligono ambienti dove possono muoversi liberamente e trovare cibo con facilità. Sono animali onnivori opportunisti: si nutrono di semi, germogli, frutti, insetti e piccoli vertebrati. Questa dieta flessibile è uno dei fattori che ha permesso loro di adattarsi con successo a contesti ambientali molto diversi, inclusi quelli modificati dall’uomo.

Un aspetto particolarmente interessante del loro comportamento riguarda la riproduzione. Durante la stagione degli amori, le femmine depongono grandi uova di colore verde scuro, ma è il maschio a occuparsi della cova. Per circa otto settimane, resta quasi immobile sul nido, nutrendosi pochissimo e difendendo le uova con grande determinazione. Dopo la schiusa, continua a prendersi cura dei piccoli per diversi mesi, guidandoli e proteggendoli dai predatori. Questo ruolo invertito rispetto a molte altre specie è uno degli elementi più caratteristici della biologia degli emu, noti anche per essere animali migratori su scala locale. Infatti, essi non seguono rotte fisse come gli uccelli migratori classici, ma si spostano stagionalmente alla ricerca di acqua e cibo, percorrendo centinaia di chilometri. Ed è proprio questo comportamento a renderli problematici per l’uomo in determinate circostanze. Quando le condizioni ambientali cambiano, ad esempio dopo periodi di pioggia che favoriscono la crescita della vegetazione, grandi gruppi di emu possono dirigersi verso aree agricole, attratti dall’abbondanza di colture.

In Australia, questo fenomeno si intensificò nel corso del primo Novecento, quando l’espansione dell’agricoltura, favorita da programmi governativi di colonizzazione interna, trasformò vaste aree naturali in terreni coltivati, creando per gli emu una fonte di cibo concentrata e facilmente accessibile. Di fatto, senza alcuna «intenzione ostile», questi animali iniziarono a entrare sempre più spesso in conflitto con gli agricoltori. Campi di grano, recinzioni e sistemi di irrigazione diventavano ostacoli o risorse da sfruttare, e gli emu non fecero altro che seguire il loro istinto, finendo per causare danni significativi. Fu così che, gradualmente, da simbolo della fauna australiana, gli emu vennero percepiti come una minaccia economica: non perché cambiò il loro comportamento in senso aggressivo, ma perché cambiò il paesaggio attorno a loro e l’intervento umano rese più frequenti e intensi gli incontri-scontro tra natura e agricoltura.

Questo contesto è fondamentale per comprendere come si arrivò, nel 1932, a una decisione tanto estrema quanto singolare. Il teatro degli eventi fu la Western Australia, dove vivevano numerosi agricoltori insediatisi dopo la Prima guerra mondiale grazie a programmi governativi di colonizzazione agricola. Negli anni successivi, però, la Grande Depressione rese sempre più difficile la vita dei coltivatori: prezzi bassi, raccolti incerti e debiti crescenti. A complicare ulteriormente la situazione intervennero gli emu perché, durante le migrazioni stagionali, migliaia di questi grandi uccelli attraversavano le aree coltivate devastando i campi di grano. Non solo si nutrivano delle colture, ma danneggiavano le recinzioni e aprivano la strada ad altri animali infestanti. A quel punto, ormai allo stremo, gli agricoltori si rivolsero al Governo chiedendo un intervento deciso. Il ministro della Difesa, George Pearce, diede quindi il via libera a un’operazione militare, affidandone il comando al maggiore G.P.W. Meredith, che giunse sul posto equipaggiato con mitragliatrici Lewis Gun con l’obiettivo di contenere drasticamente la popolazione di emu.

Tuttavia, fin dall’inizio l’operazione si rivelò problematica perché gli emu non erano bersagli facili: veloci, resistenti e sorprendentemente organizzati nei movimenti. A questo proposito, un articolo del «Western Mail» del novembre 1932 osservava con ironia: «Gli emu hanno dimostrato una notevole capacità di dispersione, rendendo inefficaci i tentativi di colpirli in massa». D’altronde, anche i resoconti militari confermavano le difficoltà e, dopo migliaia di colpi sparati, i risultati furono modesti. Lo stesso maggiore Meredith, citato dalla stampa dell’epoca, dichiarò: «Se avessimo una divisione con la capacità di assorbimento dei proiettili degli emu, potremmo affrontare qualsiasi esercito del mondo». La frase, a metà tra frustrazione e ironia, contribuì a costruire il mito di una «guerra» persa contro degli uccelli.