La guerra al caldo torrido nelle nostre città

by azione azione
8 Luglio 2026

Essì, fa caldo, moooolto caldo. Uscire? Che fatica… stare in casa? Che fatica… lavorare? (ovviamente) che fatica… accendo il condizionatore? O basta la ventola? Di più, di meno? Guardo uno dei gatti neri che se ne sta sdraiato sul telaio di una finestra, immobile, spiaggiato, nemmeno sembra essere vivo. Che caldo, notte e giorno, non si distingue tanto è intenso e costante. Basterebbe una lieve brezza, ma niente, non ne vuole proprio sapere.

Qui siamo in un villaggio a trenta chilometri da Torino, ai piedi dei monti, già a trecento metri di altitudine sebbene l’illusione della pianura, vera o falsa, che termina negli orti delle nostre abitazioni, sembrerebbe portarci allo stesso livello della periferia del capoluogo piemontese. D’altronde, a meno di un’ora da qui c’è il confine con la Francia, e dunque i valichi, le montagne, qualche cima. Un tempo in vallata si veniva «ai freschi», ora puoi cuocere come in qualsiasi altro punto della grande pianura padana, forse soltanto qualche grado di zanzare in meno.

I giardini delle nostre case ospitano alberi e arbusti, la collina che sovrasta questa parte del villaggio è tutta un bosco, eppure il caldo picchia. Ovviamente la periferia di Torino, o a una delle sue piazze storiche, Piazza Castello o Piazza Vittorio, suggeriscono l’immagine di un bruciante calore che le distese di asfalto e marmi producono, come se fossero delle stufe accese o distese di braci ardenti, manca il respiro solo a pensarci.

Come si potrebbe agire in questo panorama climatico oramai condizionato e mutato? Riducendo ad esempio la superficie delle strade e creare giardini, nuovi viali alberati, ricoprire gli edifici di pareti vegetali, queste sono le soluzioni che alcune città stanno adottando, sempre che l’abbattimento degli alberi non proceda con un tasso maggiore rispetto al piantare nuovi alberi. Di certo la gestione arborea in una città popolata, frenetica, caotica, trafficata, è complessa, esistono problemi di staticità, di sicurezza e incolumità, dunque per i cittadini, rese poi evidenti ad ogni temporale. Esistono problemi di riqualificazione, soprattutto nei viali usurati dal tempo e dal traffico, con alberi spesso malati che se l’amministrazione decide di sostituire, comitati di cittadini si oppongono in modi anche creativi, grazie ad una sorta di isterismo costante che i diversi canali di informazione e comunicazione consentono.

Gli alberi potranno salvare le nostre città dalla desertificazione e noi da estati sempre più torride? Togliamo le strade, il 20 o il 30% delle strade e delle piazze, via cemento e asfalto e sì a terra, prati e alberi. Piccolo problema: l’acqua che occorre per annaffiare prati e alberi? L’acqua va razionata, ma possiamo usarla per nuovi spazi verdi? Massì, usiamola, finché ce n’è… ammettiamo dunque che i costi per la riforestazione urbana siano accettabili e sostenibili, ammettiamo che le specie arboree selezionate possano resistere al cambiamento climatico, gli aceri soffrono il caldo eccessivo, forse saranno meglio altre essenze, ficus retusa al posto dei platani? Araucarie australiane e eucalipti al posto di ippocastani, bagolari e faggi? Ammettiamo poi che gli spazi tolti alle auto e ai cittadini non creino disagi, ammettiamo che l’acqua necessaria per non far perire le miglia di alberi da far crescere e i prati e gli arbusti e le piante fiorite sia disponibile, e ammettiamo anche che tutto questo basti a calmierare, il calore che opprime le nostre città. Quanto tempo ci vorrà per arrivare a questi risultati, sempre che nel frattempo il calore non aumenti ulteriormente? Promettere è facile, organizzare, programmare e gestire, e investire è ben altro.

Certo, sappiamo che le città più ricche di alberi e viali alberati e boschetti placano non il calore in termini assoluti, ma relativi, e localmente, sono ovviamente i quartieri beneficiati da queste disposizioni che abbattono le conseguenze della calura. E nemmeno a dirlo, sono spesso i quartieri benestanti che giovano di talune possibilità, non certo le vaste periferie, la banlieu infinita, i quartieri popolari periferici e ultraperiferici. Là, il caldo asfissiante, è soltanto un’ennesima tegola del destino, come altre.

Esistono allora alternative ai nostri fratelli alberi? Case più isolate? Risparmi energetici? Doppi vetri? Smart-working per evitare a troppa gente di spostarsi nelle giornate più inclementi? Ecco, già questa parrebbe una soluzione possibile, l’esperienza degli anni di Covid non sarà andata tutta perduta, o sì? Evitare l’uscita di casa sarebbe forse già un aiuto, se tutti coloro che lavorano nelle aziende pubbliche potessero svolgere, nei casi opportuni, lavoro da casa, evitando di ingolfare strade e mezzi pubblici, risparmiando benzina e energia elettrica? Ma aumentando l’uso di energia nelle abitazioni, e dunque? La sfida al cambiamento climatico nelle città sarà certamente un tema centrale in questo immediato futuro e non basteranno slogan o promesse da guru.