Il caffè dei genitori ◆ Il figlio preferito esiste? E quali sono gli effetti dei favoritismi nelle relazioni familiari?
«Le madri hanno davvero un figlio preferito?». A distanza di dieci anni, continua a risuonare in tutto il mondo la domanda posta dalla sociologa statunitense J. Jill Suitor il 9 aprile 2016 alla Purdue University (Indiana). Durante una conferenza universitaria, organizzata sul modello TED per raccontare idee e ricerche a un pubblico di non addetti ai lavori e poi diffonderle online, Suitor va dritta al punto. È tra le principali studiose internazionali che analizzano come i genitori trattino in modo diverso i figli all’interno della stessa famiglia e le profonde conseguenze che queste differenze generano nel tempo sul benessere individuale e sulle dinamiche familiari.
Noi de Il caffè dei genitori sentiamo il dovere di resistere alla tentazione di autoassolverci. Del resto, le ricerche parlano chiaro: nello studio Differenze intrafamiliari nelle relazioni tra genitori e figli lungo il corso della vita, Suitor e il suo team evidenziano che i genitori tendono a trattare i figli in modo differente in una percentuale che varia da un terzo a due terzi delle famiglie. Un dato che, senza dubbio, colpisce. È doveroso, dunque, non sottrarci a una domanda scomoda: perché rischiamo di ferire, anche senza volerlo, i nostri figli?
In famiglia, la questione del favoritismo riemerge con una certa regolarità, spesso attraverso accuse dirette di preferire l’uno o l’altro figlio. L’esigenza di approfondire questo tema nasce, però, dalla lettura di un articolo del «Tages-Anzeiger», recentemente rilanciato dalla Conferenza cantonale dei Genitori del Canton Ticino, e intitolato Quando i genitori amano i figli in modo diseguale. Dalle numerose ricerche sul tema emerge che il favoritismo – che non riguarda solo le madri! – produce effetti negativi su tutti i figli, inclusi quelli percepiti come preferiti. Può compromettere i rapporti tra fratelli e lasciare tracce durature persino nella coppia genitoriale. Un punto fondamentale è che non conta tanto ciò che i genitori fanno, quanto come le loro azioni vengono percepite dai figli. Anche chi è convinto di essere inattaccabile potrebbe non esserlo agli occhi di chi sta crescendo.
Il tema è antico. Nella Genesi, si narra di Giuseppe, uno dei dodici figli di Giacobbe, amato dal padre più di tutti gli altri. Una preferenza così esplicita da spingere Giacobbe a donargli una tunica speciale. Di conseguenza, i suoi fratelli lo odiano e non riescono a parlargli amichevolmente. Un giorno, quando Giuseppe li raggiunge nei campi, lo spogliano, lo vendono a mercanti diretti in Egitto e, infine, macchiano la sua tunica con sangue di capra per ingannare il padre.
Nel Vangelo secondo Luca, troviamo la parabola del figliol prodigo. Il più giovane di due figli chiede al padre la propria parte di eredità, la sperpera e, una volta tornato, viene accolto con una festa dal padre che lo vede da lontano e gli corre incontro. Il fratello maggiore, rimasto a lavorare nei campi, si rifiuta di entrare, ricordando di non aver mai ricevuto lo stesso trattamento e protestando per l’ingiustizia.
Nessuno è immune perché non conta tanto ciò che i genitori fanno, quanto come le loro azioni vengono percepite dai figli
Questi racconti evidenziano come la preferenza possa manifestarsi per motivi diversi: Giacobbe preferisce Giuseppe per averlo avuto in età avanzata dall’amata Rachele, mentre il padre della parabola accoglie il figlio che ha sbagliato, dando l’impressione di una predilezione. In noi cosa fa scattare le preferenze?
Alexander C. Jensen, psicologo dello sviluppo formatosi alla Purdue University – la stessa università in cui lavora J. Jill Suitor e da cui ha origine questa linea di ricerca – insegna oggi alla Brigham Young University e si occupa di relazioni familiari. In uno studio intitolato I genitori favoriscono le figlie: una meta-analisi del genere e di altri fattori che influenzano il trattamento differenziale tra figli, pubblicato nel gennaio 2025 sulla rivista «Psychological Bulletin», Jensen analizza da cosa dipendono queste differenze di trattamento tra i figli. L’ordine in cui sono nati, il sesso, il comportamento: le cause possono essere molteplici. Le figlie, ad esempio, sono spesso le predilette. Questo risultato pare sorprendente, poiché l’idea diffusa è quella di un rapporto privilegiato tra padri e figlie e tra madri e figli maschi.
Quando entrano in gioco autonomia e regole, i figli maggiori risultano avvantaggiati: i primogeniti ottengono più libertà perché percepiti come più maturi. Sebbene si potrebbe pensare il contrario, dato che sono loro ad aprire la strada e gli altri beneficiano poi di maggiore flessibilità, è una dinamica ricorrente. Il figlio minore, in ogni caso, aggiunge Suitor, è spesso percepito come più vicino, ritenuto più empatico o più bisognoso di attenzione e sostegno.
La sintonia è più alta con i figli responsabili, affidabili e collaborativi: sono i bambini facili, quelli organizzati e accomodanti, che ricevono un trattamento migliore anche perché stancano meno i genitori. Questo è comprensibile, ma ci si domanda: proprio perché questi figli sono meno problematici, non c’è il rischio di darli per scontati? Probabilmente, quando un figlio è meno conflittuale, la predilezione emerge con maggiore chiarezza, mentre quello più in difficoltà finisce spesso per assorbire più tempo, attenzione ed energie.
Riconoscere queste dinamiche è essenziale, poiché rischiano di creare squilibri significativi all’interno della famiglia. Il terreno su cui si gioca la preferenza è concreto: tempo, affetto, denaro, sostegno. Non serve dirlo a parole, i figli lo percepiscono. Non vi è mai capitato di sentirvi rinfacciare: «Mio fratello o mia sorella lo accompagni ovunque e per me non hai mai tempo?» Oppure: «Con me non sei così affettuosa»? O ancora: «La sua paghetta è più alta della mia», «Quello che dico io non va mai bene, mentre a lui o a lei dici sempre di sì»? Sono esempi apparentemente banali, ma bastano a costruire nella mente di un bambino o di un adolescente ogni tipo di interpretazione. Nessuno si ferma a pensare che uno fa sport agonistico e l’altro no, che la paghetta cambia con l’età, o che le attenzioni seguono i bisogni. Il paradosso è che, quando gli scienziati chiedono di indicare chi sia il preferito nello studio Sono sicuro che abbia scelto me! Accuratezza dei resoconti dei figli sul favoritismo materno nelle famiglie in età avanzata, i figli sbagliano nel 56% dei casi. Eppure, anche quando viene commesso un errore, a fregarci è la percezione.
Chi vince la gara del preferito ha più autostima e meno problemi di comportamento. Chi perde paga un conto salato: ansia, depressione e rabbia esplosiva. Sentirsi messi da parte può compromettere gravemente la salute mentale. Il favoritismo è una bomba a orologeria lanciata in mezzo al salotto: genera invidia, ostilità e muri di ghiaccio tra fratelli, incrinando quella che dovrebbe essere la rete di protezione più importante per tutta la vita. È il motivo per cui anche il presunto preferito non se la passa bene. Il dolore non sparisce crescendo. Gli studi dimostrano che gli effetti di un trattamento percepito come ingiusto nell’infanzia possono protrarsi fino alla vecchiaia, aumentando il rischio di depressione anche a 70 o 80 anni.
In questo contesto il funzionamento delle dinamiche di coppia può essere prezioso. La famiglia è una bilancia: se un genitore è più distante con un figlio, l’altro dovrebbe compensare. Il comportamento da tenere sotto controllo è di entrambi i genitori, non solo di uno.
E allora la domanda da cui siamo partiti – quella che J. Jill Suitor rivolgeva alle madri – si allarga: non riguarda più solo noi, ma l’equilibrio dell’intera famiglia. Ricordiamoci, mamme e papà, che non esistono figli perfetti da preferire, ma figli diversi da amare, ciascuno con le proprie fragilità.
