Nelle ultime settimane un’ondata di violenza contro gli immigrati, accusati di rubare il lavoro ai locali, travolge il Paese
La data era il 30 di giugno, un martedì. Se entro quel giorno i migranti senza permesso di lavoro che si trovano in Sudafrica non avranno lasciato il Paese, il Paese si fermerà . Più che una minaccia, è un vero e proprio ultimatum. Solo che a lanciarlo non sono le autorità ma un movimento di base intorno al quale, a quanto pare, i consensi non fanno che crescere. Si chiama March and March, è stato registrato come associazione senza scopo di lucro appena due anni fa, nel marzo 2024. Difficile dire se sia la causa oppure l’effetto delle sue campagne, sta di fatto che in queste settimane i migranti illegali sono diventati il tema numero uno del dibattito politico sudafricano. Anzi, una vera e propria crisi. All’orizzonte, le elezioni amministrative del 4 novembre, momento delicatissimo per la vacillante coalizione di governo.
Ci sono stati anche dei morti e così migliaia di migranti, a famiglie intere, sono stati messi in fuga, come dopo un terremoto
Non è soltanto una questione politica. Nelle ultime settimane un’ondata di violenza contro gli immigrati è sembrata travolgere il Paese. In diverse località , gli abitanti del posto hanno marciato contro i cosiddetti informal settlements, insediamenti non autorizzati sorti dal nulla, miserabili ammassi di lamiera senza acqua né fognature. Qui e là c’è scappato il morto, come nel caso dei cinque mozambicani di Mossel Bay, località a metà strada tra Città del Capo e Port Elizabeth. Il risultato è stato che migliaia di migranti, a famiglie intere, sono stati messi in fuga, abbandonando tutti gli averi e cercando rifugio improvvisato in strutture messe a disposizione dalle autorità locali, scuole o centri congressi, come dopo un terremoto o un’alluvione. Altri si sono accampati davanti ai consolati del loro Paese d’origine, supplicando in preda al terrore di essere rimpatriati. In qualche caso, le proteste hanno avuto una piega tra il tragico e il grottesco. A KuGompo (città che prima si chiamava East London), si è sparsa la voce che un nigeriano era stato incoronato re. Immediata la reazione, con una decina di auto date alle fiamme e negozi presi d’assalto nella zona, abitata anche da somali e pakistani. Immediato anche il sostegno di March and March e altre organizzazioni analoghe. All’altro capo del Paese, a Pretoria, un manipolo di manifestanti si è piazzato davanti all’ambasciata nigeriana con cartelli su cui era scritto «abbasso il re Ibo!» (gli Ibo sono una delle maggiori etnie della Nigeria). Gli animi si sono placati quando si è chiarito che si era trattato di poco più di una manifestazione folkloristica e che – come precisato dalla stessa ambasciata – «non c’è stata nessuna incoronazione». A KuGompo City, come altrove attraverso il Paese, il danno ormai era fatto e migliaia di stranieri, sentendosi in pericolo di vita, sono stati fatti rimpatriare dai rispettivi governi. Più attivo di tutti quello nigeriano, che ha prontamente organizzato una serie di voli charter. Ma anche il Ghana, o il Mozambico e lo Zimbabwe, che sono più vicini. Struggente l’appello del Malawi, Paese in condizioni economiche drammatiche: ha promosso una raccolta fondi per poter affittare un aereo. L’emergenza rimpatri ha fatto sì che la questione travalicasse i confini sudafricani per diventare un problema internazionale, creando tensioni bilaterali, con il Sudafrica accusato di non garantire la sicurezza dei residenti stranieri e di mentire quando afferma che tutte le persone ritornate nei Paesi d’origine fossero prive di permesso di soggiorno. Il Sudafrica è il Paese più ricco dell’Africa, anche se è pure il più disuguale. La sua industria, a cominciare da quella mineraria, è sempre stata avida di manodopera e il ricorso ai lavoratori migranti è tradizionale, fin dai decenni bui della segregazione razziale. Ma ai tempi dell’apartheid i flussi erano gestiti con rigore poliziesco, i minatori mozambicani o del Lesotho rinchiusi in baraccamenti circondati da filo spinato, chiunque avesse la pelle nera tenuto a residenza coatta, che fosse forestiero o sudafricano. Poi, con l’avvento della democrazia nell’ultimo decennio del Novecento, c’è stata la grande deregulation, che portava un sapore di libertà . Oggi i lavori stranieri censiti sono poco più di tre milioni, il cinque per cento della popolazione. Ma quelli di March and March irridono a questa statistica, sostenendo che ben più numerosi sono quanti entrano con un visto di poche settimane per poi stabilirsi nel Paese senza controlli.
Il Sudafrica è il Paese più ricco dell’Africa, anche se è pure il più disuguale. La sua industria è sempre stata avida di manodopera
Tutti concordi invece sul dato dell’occupazione: oltre il 30 per cento di disoccupati, un sudafricano su tre senza lavoro. Un record per un Paese industrializzato. È questo il terreno dal quale germoglia l’odio per i migranti, troppo facilmente visti come ladri di reddito e di opportunità . La crisi odierna non è la prima. Già nel 2008, con episodi di violenza raccapricciante, fin lì sconosciuti; e poi di nuovo nel 2015 e nel 2019, c’erano stati dei veri e propri moti contro gli stranieri venuti a cercare fortuna da contesti meno promettenti, meno sviluppati, infinitamente meno dinamici delle luccicanti metropoli sudafricane. Il cambiamento climatico, colpendo molto duramente l’agricoltura e polverizzando i raccolti un po’ ovunque nel continente, si è aggiunto ai preesistenti fattori dell’esodo verso sud. Con l’andare degli anni, la protesta si è fatta più organizzata, più articolata. Prima di March and March c’è stata Operation Dudula, una parola zulu che vuole dire grosso modo «mandar via». Poco meno che una milizia, i suoi attivisti andavano nelle sale d’aspetto degli ospedali a chiedere – del tutto illegalmente – la carta d’identità ai presenti in attesa, cacciando chiunque non fosse sudafricano. Poi è arrivata la nuova sigla, che ha rapidamente occupato il primo posto grazie a un’arma aggiuntiva: i media. La sua fondatrice, Jacinta Ngobese-Zuma (nessuna parentela con l’ex presidente Jacob Zuma), quarantenne, è una nota personalità radiofonica e autrice di podcast. La sua linea, ribadita in comizi e interviste, è semplice: non c’è più posto per i nostri figli nelle scuole, per i nostri vecchi negli ospedali, per noi nei luoghi di lavoro. Gli stranieri se ne devono andare. Il seguito di Jacinta è cresciuto al punto che il presidente Cyril Ramaphosa ha sentito il bisogno di parlare alla nazione, presentando un programma in cinque punti per mettere sotto controllo l’immigrazione. Si va dal rimpatrio degli illegali alle misure contro la corruzione dei funzionari, che concedono visti e permessi in cambio di denaro, al coordinamento con i governi africani amici. Basterà ? Lo sapremo il 4 novembre.

